Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



lunedì 22 settembre 2014

Ancora Sodoma




 Gli atti omoerotici sono sempre stati nel cuore o ai margini di un’iniziazione, anche nelle forme più basse: coazione di carcere, ciurma o seminario – e via salendo complesso rituale aristocratico-guerriero, trasmissione di conoscenze. Sodoma, secondo i Padri, vuol dire Segreto: Massignon vi vede la grande polis iafetita, con le sue corporazioni e i suoi Männerbunden. Dunque nella nostra epoca, in cui il recinto del segreto è abbattuto e le immagini dei destini volano in completa licenza (anche se l’esplicitazione quotidiana, l’ostensione oscuramente ritualizzata dell’esoterismo antico crea lo spazio per una ancor più essenziale e radicale conquista di potere e sapere), la diffusione “democratica” dell’omoerotismo non è che uno dei tanti segni, tra i più vistosi forse, della a-castalità dei tempi. Così pure l’esigenza di fare lobby e normalizzarsi: la democrazia moderna tende in modo crescente a normalizzare ciò che era aristocratico o esoterico, in fondo è la ripetizione molteplice del suo atto di fondazione.

sabato 13 settembre 2014

Undici ricognizioni intorno alla selva




Voce di uno che bisbiglia a Elsinore

Non devo, io, rimettere nei cardini
l’asse del tempo, o impregnare la polvere
di succhi verdi, dolcemente intatti
dal ruggito del mare, distillando
dal cuore del suo sale; o circoscrivere
nella liquida tromba zodiacale
della mia danza il passo incespicante
della fanciulla, condannato, sacro;
o fermare l’ucciso con il regolo
cruento, infallibile, che i vivi
sospendono tranquilli sull’abisso
tracciando tabernacoli di sonno;
o spezzare la madre sul suo sasso,
e i fratelli sul loro, in armonia
di transiti stellari, nuova pace;
non io devo – ogni atto che vedrete
portandovi il dito sopra il labbro
e zangolando il grido in fondo al petto,
ogni ruga sul dorso del mio piombo,
ogni nuvola alta sulla scena
– i cappelli, i boccali, le cortine –
ogni spia d’ogni dio – guardate a lungo
con i grappoli d’occhi giù nel ventre,
con gli strappi segreti nella carne
quando ferve scordata, e riguardate,
perché farò l’impresa come un morto
incatena la linfa divagando,
laborioso e stravolto – e tale impresa,
che sul pozzo dei mondi insoddisfatti,
impreparati, per metà di un attimo
(basterà) l’acquaiolo perda il secchio
per riprenderlo al volo, sospirando.


Quintessence of dust

La polvere che fui, come Alessandro,
dice il principe, un giorno sarà il tappo
di un barile di vino. Dopo tanta
sua gloria e mia infamia, custodire
il sangue dei miseri in cantina
è giusto. Ma dì, principe, e anche tu,
bicorne compagno di catabasi
e risate, dov’è la quintessenza
della polvere, il distillato umano,
il fermento di me, di te, quel sogno
di corone, stupori, fallimenti,
se non nel legno, a un soffio dall’argilla,
il sangue dei miseri pigiato
dai calcagni del cielo, l’alta infamia
che consola la terra folgorata?
Dite, compagni. Su, che il tempo stringe.


Lear

Prego, signore, slacciami il bottone.
Fallo tu. Grazie. Un sorcio, un cane, un
cavallo hanno vita, e lei, una cosa.
Dov’è quel soffio, sfuggito ai miei lombi?
Mai tornerà. Mai mai. Il sorcio, il cane,
il cavallo: vivono lei. Non si
può dire. Soltanto confessarlo
con il grido, sulla punta del grido
irrespirabile. Se il sorcio è vivo –
no, non è questo. Sono quasi al punto,
sempre quasi, qui o là. Scoppio di vita.

Ultima resistenza di Giobbe

Non dalla terra spunta l’io terreno
vacilla come un equivoco
alto sullo stupore delle viscere
truffa il bambino vuoto e luminoso
regna con lo scettro del dubbio
e il diadema della perplessità
si conforta con i riflessi
si abitua al turbine e al leviatano
attaccato alla flebo intermittente
dei retropensieri – si confessa
senza pudore (gli è permesso
dal suo immane tesoro di debiti)
si fida della colpa – come vino
e splende d’angoscia – come pane
perché l’io nasce per burlare l’io
per confutarsi – sospettarsi fumo –
come la fiamma per fuggire in cielo. 

Giobbe liberato

Prenderai Leviatano con l’uncino?
No, non potrai. Ti passerà la voglia.
Sii Leviatano. Mangialo stasera
prima del tempo. Non sei tu l’odiato,
il pessimo, il principe d’orrori?
Diventalo davvero. Eccoti, mostro.


Nos qui vivimus

Finché vivi, respira.
Dopo non ci sarà
che un seme canuto
un’angoscia di sonno concentrata
e dispersa, cottura di memoria.

Finché respiri, soffri.
Dopo non ci sarà
che una musica d’api
in celle folgorate
un salmo delle cellule, un corale
umile, stanco, di sano mestiere.

Finché ascolti, riascolta.
Dopo non ci sarà
che la gloria dell’erba
e l’infamia dolcissima
il disfare e svelare
ed essere di tutti
mangiato bevuto penetrato
aspirato tossito scoreggiato.


Belimah

Come una musica
così sottile e quieta
che penetra i talloni
con pazienza d’unguento
o irradia da un punto della mappa
quasi una nevralgia o un’infezione
precipitata in puro ritmo, in ombra
come un filtro, un incanto
coetaneo delle pietre
che promette una strana eternità
un fasto di rovine
un trono fuori dalle mura
del Giardino, più antico
ed essenziale
geloso del momento insostanziale
in cui tutto era perduto
eppure tutto indugiava
nel sapersi perduto, e lo negava
come lettere da una foresta
dove sono impigliati i re del nulla
a cui il tempo sta appeso
il rovescio del mondo, non dannato
né sacrificale, solo persuaso
prima di tutti i fiat
della propria purezza abominata
così mi attira sempre di nuovo
come una casa, con solida stanchezza
e un brivido di pace soffocata


A un ramo d’ulivo

Amico dalle molte mani
curvo senza vertigini
alto senza arroganza
poco portato alla menzogna
per l’equilibrio nell’ignoranza
mai schiavo, forse – ti preserva il verde
cuore fraterno aperto
l’ombra più intensa memore del seme –
mai libero, credo – ogni tuo gioco
è una nicchia del tempo, è disciplina –
ho ritegno a confidarti
il rimedio che porgi
con le dita palmate
ho vergogna a confessare
– non a te, ma alla tazza
povera in cui lavori –
che busso al tuo consistere
appagato di niente
del niente che illumini e proteggi.


‛Azzah kammawet ahavah

L’amore è forte come la morte
come la depressione
una vita, figura di una morte,
non resta, non regge, non resiste
la beve geloso l’invisibile
e la memoria, coltivata immagine,
e il fertile oblio di moltitudini
non la reggono, non le resistono,
si limitano a viverla – miseria –
così la forma amante, la vita
di un amore non sopravvive all’amore,
sua morte e sepolcro
                                   debolmente
arranca sui margini, ronzando
tra i rifiuti per secoli
ma forte come l’amore è la morte
la sua abituale pazzia
così affine alla piazza, al matrimonio,
alla polvere consacrata dei giorni,
non lascia niente, fuorché l’invisibile
gonfio di nettare come una stanza di dèi
la morte è amorosa, nulla le sfugge
come mai nulla sfugge all’amore



Tu

La volta del carcere è bagnata
dalla tua voce, che ne stilla lenta.
Né crepe o porte s’aprono, o finestre:
solo l’occhio di mostro sigillato
nel sonno, che alza la pesante palpebra
perché discenda quotidiano il pane.
Sei tu presente? Non lo chiede il dubbio.
Tu sei me nella notte, non per grazia
di pensieri d’amore condivisi
che alla tua luce portino il mio buio
o a questo buio la tua luce: siamo
perduti al due per l’alta solitudine
del nostro voto. Ciò che chiedo, in fondo
all’alambicco che di questa tomba
fa la tua voce goccia a goccia, è il peso
di una presenza al muro delle dita,
alle grate preziose della pelle,
la tua presenza che, bussato, attende
appesa al cranio della volta, o scura
su nel giorno, tra i rami del giardino.
Il bagno della voce non risponde –
seduce i pori, sussurra e dimentica,
lascia alla mente profanata e brutta
il chiaro peso della sua domanda,
il peso del respiro che ti interroga.


Deserto di Nitria, IV sec. d. C.

Su pietre che aprono il piede
con muta prontezza geroglifica
e cieli di polvere gelosi
dei loro catasterismi lontani
ho portato al mio maestro
dono involto di fretta nella pelle
la faccia e la danza del mio male
più vecchio di me solo d’un’ora.
Guardava? Non guardava? Sull’ulivo
amaramente quieto dei suoi anni
spuntavano foglie d’attenzione.
“Io sono” disse infine, e quelle foglie
respirarono un verde più cupo
e umido, ciascuna fatta cuore,
“il muro esterno del tuo male antico,
il corpo in cui sbatti la tua vela
di pipistrello appeso a un pentagramma
che non sai leggere. Sono la tua cella,
l’ottusità improvvisa del tuo voto,
la prigione che non sa stancarsi
di raddoppiare i lacci della nascita.
Non hai nulla da fare. Resta dentro,
mimetizzati come l’animale
più sonnolento, non scansare il volto
della pietra: gelido e fedele
insisti, ti sarà specchio.
Altro non so, non posso dare altro
che pietra al figlio che mi chiede pane”.
Alzai la fronte dal tritume bianco
come d’ossa cadute dal mio cranio
e a lungo pestate. Barcollando
con peso e statura di cammello,
voltai la schiena al padre, confermato
e deluso, com’è giusto. Notte
era da tempo ovunque. Ancora il taglio
di sassi invisibili, e mani di sabbia
portate da una brezza senza voce. 


domenica 7 settembre 2014

Storia del governatore di Bassora e della biblioteca dell'ebreo di Homs





Mi è giunta voce, sovrano beato, che un giorno il governatore di Bassora, Sanad al-Dawla al-Habashi – che Dio sia soddisfatto di lui – uomo giusto e sapiente, tornava da una gita con i suoi amici e garzoni sul fiume Tigri, quando il suo segretario, uno zoroastriano di Nishapur che si era sottomesso a Dio da qualche anno, gli recò una lettera sigillata con della cera rossa e un lungo nastro bianco e blu. Sanad al-Dawla entrò nella sala del consiglio, mandò a chiamare i suoi ministri più fidati e alla loro presenza ruppe il sigillo e lesse la lettera. C'era scritto: "Abu Baraka ibn Yusuf di Homs al nobile Sanad al-Dawla, governatore sereno e impeccabile della famosa Bassora – possa Dio rendere durevole il tuo prestigio e la tua potenza! Quanto al resto: sappi, mio dotto e opulento signore, che stai tenendo tra le mani e leggendo il testamento di un umile ebreo molto versato nelle scienze occulte; il tuo servo indegno ha trascorso la sua lunga e miserabile vita studiando le arti della magia e dell'alchimia, la dottrina delle lettere e la geomanzia, la musica e la medicina. A questo fine ha accumulato centomila libri da ogni paese dei sette climi, in ebraico, arabo, persiano, cinese, turco e nelle lingue dei franchi. Otto giorni fa un angelo di Dio mi è apparso in sogno con una spada fiammeggiante nella destra e un cartiglio bagnato nella sinistra. Dopo averlo debitamente onorato gli ho detto: 'Comprendo bene, osservando la spada, che la mia ora è prossima. Ma ti prego di spiegarmi il significato del cartiglio bagnato'. Il messaggero, velato con una tunica rossa per rendersi visibile ai miei occhi consumati dalle veglie, mi ha risposto: 'Dici bene, Abu Baraka ibn Yusuf, tra nove giorni mi incontrerai di nuovo nella tomba. Ti ordino di lasciare i tuoi beni immobili al tuo figlio maschio, i tuoi beni mobili al Comandante dei Credenti e i tuoi centomila libri a Sanad al-Dawla al-Habashi'. E io: 'Non conosco quest'uomo'. L'angelo mi informò: 'È il governatore sereno e impeccabile della famosa città di Bassora. Ma ora sbrigati a ubbidirmi, perché la candela è quasi spenta e il Giudice dei Mondi non dorme e non concede dilazioni. Ogni lode e ogni grazia appartengono a Dio: prendi rifugio in lui, l'Altissimo, se egli lo vuole'. Così, dunque, giusto e sapiente tra gli ismaeliti, accetta il lascito dell'ebreo di Homs. Vi sono libri di storia, di geografia, di diritto, di scienze occulte, poesie, racconti, favole ed errori del Tempo dell'Ignoranza, trattati sui semplici e le gemme, volumi di astrologia più antichi di Tolomeo, rilegati in oro e argento, miniati con arte squisita dai discepoli di Mani il Pittore – che Dio abbia misericordia di lui – che hanno usato cinabro delle isole della Cina e turchesi delle terre dove non si conosce il fuoco. Tra i centomila libri, costituiti da quattro milioni di pagine, vi sono cinque fogli in cui è messo per iscritto l'arcano per fabbricare la Pietra dei Saggi. Cercali, e sii glorioso e felice. Dio è il Generoso e il Sottile". Non appena ebbe terminato la lettura il governatore congedò tutti i suoi ministri, tranne il suo consigliere ed amico fedele Yuhanna ibn Abruqlus, un nestoriano dei dintorni di Harran – che Dio sia soddisfatto di lui. Questi gli disse senza ambagi: "Mio signore, non puoi che accettare il lascito dell'ebreo di Homs. Se quel scrive è vero, sarai il più sapiente degli uomini; e se non lo è, avrai la più splendida delle biblioteche senza pagare un dirham". Così Sanad al-Dawla mandò a dire che come delato acconsentiva ad entrare in possesso di quella parte dell'eredità di Abu Baraka di Homs: e una settimana dopo arrivarono al suo palazzo mille servi con duemila muli e altrettanti scrigni di legno e di cuoio, in ognuno dei quali c'erano cinquanta libri. Per accogliere la biblioteca si dovettero sgombrare le due torri dell'armeria, e occupare decine di dotti della Gente del Libro provenienti da ogni provincia nell'archiviazione dei volumi. Dopo quattordici mesi di lavori il governatore poté dedicarsi alla ricerca dell'arcano, secondo la promessa dell'ebreo, ma si rese conto ben presto che era un'impresa disperata: conosceva sette lingue ed era un dotto nelle scienze essoteriche ed esoteriche, ma i libri erano scritti in almeno trecento lingue, e più della metà di essi verteva su discipline talmente occulte che nessun maestro nel tasawwuf, alchimista, necromante, ciarlatano o indovino interrogato dal governatore – con blandizie o tormenti – confessò di averne notizia. Il ministro Yuhanna gli consigliò di usare un mago per trovare i fogli, come si trova una vena d'acqua con una bacchetta di legno; fu chiamato il più famoso, un sabeo, che bruciava offerte agli idoli pagani e adorava la volta stellata – possa Dio l'Altissimo abbattere gli iniqui e gli associatori! L'uomo si prostrò davanti a Sanad al-Dawla e gli disse: "Mio signore, ascolto e obbedisco. Ma non posso trovare lo scritto se non so già di cosa parla: e in questo caso, non avresti bisogno di cercare". Il governatore batté i piedi per l'ira, ma si placò subito e rispose: "Quest'uomo ha ragione. Saprò trovare i cinque fogli solo quando sarò in grado di interpretarli". Il mago fu congedato, e Sanad al-Dawla decise di dividere in due le sue giornate: al mattino avrebbe studiato gli enigmi dei saggi figli di Hermes, di sera avrebbe cercato tra i libri, aiutato da centocinquantatrè paggi.
In quel periodo uno dei fratelli bastardi del governatore, il bandito Husayn Sayf al-din detto l'Eunuco – che Dio abbia misericordia di lui – stava addestrando il suo esercito di mercenari sarmati e circassi per attaccare Bassora alla fine dell'inverno. Molte spie informarono tempestivamente il governatore, ma questi era così assorbito nella sua ricerca da prestare ben poca attenzione ai ragguagli allarmati e alle lettere circostanziate che lo raggiungevano con cadenza crescente.
E l'alba raggiunse Shahrazad, ed ella interruppe il dire consentito.

Si racconta, sovrano beato, che il Comandante dei Credenti – che Dio sia soddisfatto di lui –, informato della mancanza di energia di Sanad al-Dawla contro suo fratello l'Eunuco, gli inviò un corriere sogdiano con una lettera triplicemente sigillata. Il servo fidato del governatore, il ministro Yuhanna ibn Abruqlus, gliela lesse mentre era impegnato, come suo solito, a decifrare gli scritti dei sapienti e gli enigmi degli antichi nella sua biblioteca: conteneva parole di fuoco, che richiamavano il governatore di Bassora ai suoi doveri civili e militari. Sanad al-Dawla dettò con indolenza una missiva in cui riferiva al suo signore la storia del sogno dell'ebreo di Homs, per filo e per segno, e la fece consegnare al corriere sogdiano. Dopo pochi giorni questi tornò con un biglietto privo di sigilli, vergato dalla mano stessa del Comandante dei Credenti; e diceva: "Se non respingerai l'Eunuco usurpatore con il debito vigore e l'opportuno studio, sarai crocifisso al soprassoglio della Porta del Desiderio; se troverai il modo per fare la Pietra dei Saggi, potrai salvare te stesso e il tuo popolo in ogni caso. Dio è Colui che dà la vita e la morte".
Così, all'equinozio di primavera, quando per volontà di Dio i giorni si allungarono e le notti si abbreviarono, e i giusti erano grati di poter lodare più volte il Creatore alla luce del suo luminare maggiore, il governatore di Bassora era lieto di avere qualche ora in più per leggere senza logorarsi gli occhi, e il bastardo si rallegrava perché il tempo delle armi e della vendetta era ormai giunto. Quando attaccò la città con il suo esercito di mercenari, i ministri del governatore, atterriti per la sua indifferenza, si precipitarono dal nestoriano per chiedergli consiglio, poiché sapevano bene quanto fosse penetrante nei giudizi e folgorante nell'azione, e in quanta stima lo tenesse il signore. Ma il consigliere rispose: "Amici miei, modello di sapienza e rettitudine, non oso prendere decisioni al posto del governatore: se lo facessi, non sarei migliore dell'usurpatore bastardo che sta cingendo d'assedio le mura robuste di Bassora famosa. Ma non vi negherò un consiglio: ponete la stessa domanda al segretario del nostro signore, Muhammad ibn al-Katib, che in giovinezza adorava il fuoco con gli associatori". I ministri implorarono il nestoriano più e più volte, perché non volevano andare ad umiliarsi dal persiano, che nessuno stimava degno di fede: ma l'uomo restò fermo nel suo proposito e rinnovò il consiglio. Allora gli anziani servi del governatore si rassegnarono e mandarono a chiamare Muhammad ibn al-Katib, che in giovinezza aveva adorato il fuoco con gli associatori, quando era noto con il nome di Bahram il Tintore. Il segretario del governatore rispose che avrebbe salvato la città con il permesso di Dio, ma che nessuno avrebbe dovuto chiedergli conto delle sue azioni. Poiché la situazione era disperata, i ministri accettarono tremando. Il segretario conosceva il metodo per preparare un fuoco celeste che bruciava gli eserciti come paglia secca e le flotte come arbusti leggeri: si fece mandare cento schiavi greci esperti in botanica, metallurgia e spagiria, ordinò loro di fabbricare l'arma meravigliosa e infine, quando il fuoco fu pronto, volle che fossero tutti strangolati in segreto. Quando le truppe dell'Eunuco iniziarono ad innalzare le macchine per l'assedio della città, dagli otto punti cardinali furono scagliati torrenti di fuoco simile a quello che si precipita in un istante dal cielo, afferrando ogni cosa: e i fanti e i cavalieri, gli arcieri e i lancieri, i circassi e i sarmati, gli slavi e i sogdiani, le armi di ferro temprato, le macchine di legno, i muli, le salmerie, le corregge di cuoio profumato, tutto fu ridotto in cenere nell'intervallo tra due respiri, con il permesso di Dio l'Altissimo. Mentre gli abitanti di Bassora esultavano, un carrettiere trovò l'Eunuco nudo e ustionato nei pressi della Porta del Desiderio: lo catturò e lo legò, e i soldati del governatore lo chiusero in una gabbia per volpi e lo trascinarono al cospetto del Comandante dei Credenti, che era impaziente di fargli gustare il suo rigore.
Subito dopo il Comandante dei Credenti ricevette il persiano, Muhammad ibn al-Katib, come un amico e un fratello, e gli chiese di fissare una ricompensa per il suo operato. L'uomo si gettò ai piedi del califfo e disse che non voleva nulla per sé, ma solo clemenza per il suo padrone, il governatore Sanad al-Dawla al-Habashi. Così il Comandante dei Credenti ordinò che Sanad al-Dawla fosse arrestato e condotto al suo cospetto per essere giudicato. Il governatore, pur incatenato e ai piedi del califfo, non cessava di restare assorbito nelle sue meditazioni, e non prestava attenzione alle parole del suo signore e alla maestà della sua corte. Dopo aver esposto tutte le accuse, e menzionato l'intercessione del segretario, il Comandante dei Credenti concluse: "Sanad al-Dawla, dovresti essere crocifisso insieme al cane che ha assalito la tua città, la famosa Bassora, affidata alle tue umili cure. Ma il carissimo fratello e amico Muhammad ibn al-Katib ha chiesto clemenza per te, e non posso né voglio negargliela. Sei dunque condannato, in primo luogo, a veder distruggere la tua biblioteca, che ti è cara più dei diritti di Dio, dei miei e di quelli della tua città; in secondo luogo, ad essere esiliato per dieci anni in un luogo oscuro e deserto sui monti del Khorasan. Così ho stabilito. Dio è il Misericordioso e il retto Giudice". Il governatore, udita la prima parte del verdetto, cadde nella disperazione, e il mondo si fece tenebra ai suoi occhi. Tornato a palazzo, si prostrò umilmente davanti al persiano, suo fedele segretario e futuro governatore di Bassora, chiedendogli consiglio come a un padre e a un maestro. L'uomo rispose: "Mio signore, le montagne possono cadere, ma la parola del Comandante dei Credenti non cade. Un consiglio però voglio dartelo: scegli tu stesso il modo della distruzione". Il governatore chiese: "E quale mai?". Il segretario disse: " Scegli il rogo, mio signore. Diceva mio padre, lo scriba, che Dio sia soddisfatto di lui: i saggi troveranno la scintilla nella cenere e l'atomo della vita nella corruzione del seme. Prendi rifugio in Dio, Re del Giorno del Giudizio".
Così i centomila libri di Sanad al-Dawla al-Habashi furono bruciati lentamente nella piazza d'armi del palazzo, mentre il governatore mormorava, con le guance rigate di lacrime e di graffi: "Sia gloria a te, Dio, e lode a te, e sia benedetto il tuo nome, ed esaltata la tua maestà, e non c'è dio al di fuori di te". 
E l'alba raggiunse Shahrazad, ed ella interruppe il dire consentito.

Mi è giunta voce, sovrano beato, che prima di partire per l'esilio sui monti del Khorasan il governatore Sanad al-Dawla chiese di mangiare del pesce insieme alla servitù, nelle cucine del palazzo. Mentre passeggiava tra i mucchi di carne pregiata, le spezie delle isole lontane, il grasso, lo zucchero e i flaconi d'acqua di rose, vide cinque piccoli involti: nel primo c'erano due pesci, nel secondo tre pesci, nel terzo erbe profumate, nel quarto spezie tritate e nell'ultimo una presa di sale grosso. Guardando meglio, si accorse che i fogli in cui era avvolto il cibo non erano sporchi, ma ricoperti di scrittura ornata e di miniature preziose. Pieno di stupore, il governatore interrogò una sguattera armena, che gli rispose a capo chino: "Mio signore, stamattina, non appena i servi del califfo ebbero trasportato in cortile tutti quei libri per distruggerli con il fuoco, passando vicino alla sala dove prima c'era la tua biblioteca, ho trovato cinque pagine staccate, in mezzo alla polvere e al sudiciume: e poiché in cucina manca sempre tutto, ho pensato di lavarle e usarle per avvolgere i pesci e quanto serve per il pasto che mi hanno ordinato di preparare. Ti prego di perdonare questa povera armena senza discernimento, ma ho pensato che in ogni caso i fogli sarebbero andati ad alimentare le fiamme". Sanad al-Dawla disse: "Sei perdonata, e d'ora in avanti non devi considerare me tuo signore, ma il sereno e impeccabile Muhammad al-Katib, che fu mio segretario. Ti do un ultimo ordine, quello di conservare i fogli che hai trovato nella polvere e nel sudiciume".
Sanad al-Dawla mangiò i pesci e bevve acqua di fonte, mentre i servi lo guardavano e commentavano pungenti: "Ecco, ora che la giustizia lo ha raggiunto è diventato pio e non si ubriaca più col vino dei cristiani". Dopo il pasto si ritirò per l'ultima volta nelle sue stanze, dove i pochi bagagli erano già pronti: chiuse a chiave la porta, si sedette sul pavimento, prese le pagine staccate, impolverate e bagnate e cominciò a leggere. Erano scritte in arabo chiaro, e al principio della prima era ben visibile un titolo:

Storia della scimmia che sfuggì ai cani selvatici

Si racconta che nei tempi antichi – ma Dio ne sa di più – una scimmia che viveva in pace nei boschi delle isole della Cina venne assalita da un branco di cani selvatici veloci come frecce di ciliegio e spietati come demoni delle rovine. Piena di terrore, la scimmia entrò in una capanna di sterpi appoggiata ad una rupe, da cui scorreva verso la valle un torrente simile al cristallo. Era la dimora di un povero saggio, che in quel momento era nel bosco a raccogliere semplici, ed era così ingenuo e di buon cuore da non aver pensato a difendere le sue poche proprietà con una porta e un chiavistello. La scimmia, per sfuggire ai cani feroci, si nascose nella stufa ed aspettò che i suoi inseguitori, ingannati, procedessero lungo il sentiero. Appena udì solo il canto degli uccelli e il flusso dell'acqua, soddisfatta, si preparò ad uscire dal suo rifugio, ma non poté: aveva chiuso la porticina di ferro e non sapeva come riaprirla. Decise dunque di arrampicarsi all'interno della stufa, lungo le sue pareti di terra, oscure come la notte e fetide come il luogo di pena dei miscredenti: ricoperta di cenere, col calore del fuoco ancora non estinto che irraggiava dal basso, la scimmia cercava appigli per le zampe – a volte ne trovava e saliva, a volte non ne trovava, a volte ne trovava e ricadeva. Dopo molti sforzi, incalzata dall'ardore crescente, con le viscere rivoltate dal puzzo di pietre calcinate e il fiato sempre più corto per la fatica e la mancanza d'aria, la scimmia arrivò alla cappa, che si stringeva palmo dopo palmo, come un collare. Sentendosi soffocare, la bestia gridò: "Prendo rifugio in Dio, Signore dei mondi. Mio Dio, prendo rifugio da te in te". Allora udì una detonazione secca e possente, e quando gli occhi tornarono a vedere, come Dio volle, si accorse che la stufa si era spaccata in alto, consentendole il passaggio. Appena uscita dalla sua prigione, cercò dell'acqua per mondarsi dalla lordura e per placare l'arsura. Vide un bacile, che il povero saggio usava per le abluzioni del mattino: nel chinarsi per bere scorse il proprio riflesso – ed ecco, la scimmia dei boschi era diventata un uomo armonioso, con una corona candida come la luna sul capo e un mantello rosso come il sole sulle spalle. E così, col permesso di Dio, fu acclamato sovrano delle isole della Cina e si sottomise a Dio insieme al popolo degli uomini e dei jinn.

Alla fine della favola era scritto in arabo chiaro: "Questo dunque, Sanad al-Dawla al-Habashi, figlio mio, è il modo per fare la Pietra dei Saggi. Com'è scritto: 'Mostreremo loro i nostri segni sugli orizzonti e nelle loro anime, finché diventi chiaro per loro che è il Reale ed il Vero. Ma riguardo al vostro Signore, non basta che egli sia di ogni cosa il Testimone?'". Seguivano alcune tavole con la chiave dei simboli e delle allusioni, dei segreti e delle allegorie.
Il governatore di Bassora partì per l'esilio in un luogo oscuro e deserto sui monti del Khorasan. In dieci anni esatti ottenne la Pietra, come Dio volle, e la Pietra gli restituì, col permesso di Dio, la felicità, l'onore e la potenza. Sia lode al Generoso e al Sottile.
E l'alba raggiunse Shahrazad, ed ella interruppe il dire consentito.