Gli atti omoerotici sono sempre stati nel
cuore o ai margini di un’iniziazione, anche nelle forme più basse: coazione di
carcere, ciurma o seminario – e via salendo complesso rituale
aristocratico-guerriero, trasmissione di conoscenze. Sodoma, secondo i Padri,
vuol dire Segreto: Massignon vi vede la grande polis iafetita, con le sue
corporazioni e i suoi Männerbunden. Dunque nella nostra epoca, in cui il
recinto del segreto è abbattuto e le immagini dei destini volano in completa
licenza (anche se l’esplicitazione quotidiana, l’ostensione oscuramente
ritualizzata dell’esoterismo antico crea lo spazio per una ancor più essenziale
e radicale conquista di potere e sapere), la diffusione “democratica” dell’omoerotismo
non è che uno dei tanti segni, tra i più vistosi forse, della a-castalità dei
tempi. Così pure l’esigenza di fare lobby e normalizzarsi: la democrazia
moderna tende in modo crescente a normalizzare ciò che era aristocratico o
esoterico, in fondo è la ripetizione molteplice del suo atto di fondazione.
lunedì 22 settembre 2014
sabato 13 settembre 2014
Undici ricognizioni intorno alla selva
Voce di
uno che bisbiglia a Elsinore
Non
devo, io, rimettere nei cardini
l’asse
del tempo, o impregnare la polvere
di
succhi verdi, dolcemente intatti
dal
ruggito del mare, distillando
dal
cuore del suo sale; o circoscrivere
nella
liquida tromba zodiacale
della
mia danza il passo incespicante
della
fanciulla, condannato, sacro;
o
fermare l’ucciso con il regolo
cruento,
infallibile, che i vivi
sospendono
tranquilli sull’abisso
tracciando
tabernacoli di sonno;
o
spezzare la madre sul suo sasso,
e
i fratelli sul loro, in armonia
di
transiti stellari, nuova pace;
non
io devo – ogni atto che vedrete
portandovi
il dito sopra il labbro
e
zangolando il grido in fondo al petto,
ogni
ruga sul dorso del mio piombo,
ogni
nuvola alta sulla scena
–
i cappelli, i boccali, le cortine –
ogni
spia d’ogni dio – guardate a lungo
con
i grappoli d’occhi giù nel ventre,
con
gli strappi segreti nella carne
quando
ferve scordata, e riguardate,
perché
farò l’impresa come un morto
incatena
la linfa divagando,
laborioso
e stravolto – e tale impresa,
che
sul pozzo dei mondi insoddisfatti,
impreparati,
per metà di un attimo
(basterà)
l’acquaiolo perda il secchio
per
riprenderlo al volo, sospirando.
Quintessence
of dust
La
polvere che fui, come Alessandro,
dice
il principe, un giorno sarà il tappo
di
un barile di vino. Dopo tanta
sua
gloria e mia infamia, custodire
il
sangue dei miseri in cantina
è
giusto. Ma dì, principe, e anche tu,
bicorne
compagno di catabasi
e
risate, dov’è la quintessenza
della
polvere, il distillato umano,
il
fermento di me, di te, quel sogno
di
corone, stupori, fallimenti,
se
non nel legno, a un soffio dall’argilla,
il
sangue dei miseri pigiato
dai
calcagni del cielo, l’alta infamia
che
consola la terra folgorata?
Dite,
compagni. Su, che il tempo stringe.
Lear
Prego,
signore, slacciami il bottone.
Fallo
tu. Grazie. Un sorcio, un cane, un
cavallo
hanno vita, e lei, una cosa.
Dov’è
quel soffio, sfuggito ai miei lombi?
Mai
tornerà. Mai mai. Il sorcio, il cane,
il
cavallo: vivono lei. Non si
può
dire. Soltanto confessarlo
con
il grido, sulla punta del grido
irrespirabile.
Se il sorcio è vivo –
no,
non è questo. Sono quasi al punto,
sempre
quasi, qui o là. Scoppio di vita.
Ultima resistenza di Giobbe
Non
dalla terra spunta l’io terreno
vacilla
come un equivoco
alto
sullo stupore delle viscere
truffa
il bambino vuoto e luminoso
regna
con lo scettro del dubbio
e
il diadema della perplessità
si
conforta con i riflessi
si
abitua al turbine e al leviatano
attaccato
alla flebo intermittente
dei
retropensieri – si confessa
senza
pudore (gli è permesso
dal
suo immane tesoro di debiti)
si
fida della colpa – come vino
e
splende d’angoscia – come pane
perché
l’io nasce per burlare l’io
per
confutarsi – sospettarsi fumo –
come
la fiamma per fuggire in cielo.
Giobbe
liberato
Prenderai
Leviatano con l’uncino?
No,
non potrai. Ti passerà la voglia.
Sii
Leviatano. Mangialo stasera
prima
del tempo. Non sei tu l’odiato,
il
pessimo, il principe d’orrori?
Diventalo
davvero. Eccoti, mostro.
Nos qui
vivimus
Finché
vivi, respira.
Dopo
non ci sarà
che
un seme canuto
un’angoscia
di sonno concentrata
e
dispersa, cottura di memoria.
Finché
respiri, soffri.
Dopo
non ci sarà
che
una musica d’api
in
celle folgorate
un
salmo delle cellule, un corale
umile,
stanco, di sano mestiere.
Finché
ascolti, riascolta.
Dopo
non ci sarà
che
la gloria dell’erba
e
l’infamia dolcissima
il
disfare e svelare
ed
essere di tutti
mangiato
bevuto penetrato
aspirato
tossito scoreggiato.
Belimah
Come
una musica
così
sottile e quieta
che
penetra i talloni
con
pazienza d’unguento
o
irradia da un punto della mappa
quasi
una nevralgia o un’infezione
precipitata
in puro ritmo, in ombra
come
un filtro, un incanto
coetaneo
delle pietre
che
promette una strana eternità
un
fasto di rovine
un
trono fuori dalle mura
del
Giardino, più antico
ed
essenziale
geloso
del momento insostanziale
in
cui tutto era perduto
eppure
tutto indugiava
nel
sapersi perduto, e lo negava
come
lettere da una foresta
dove
sono impigliati i re del nulla
a
cui il tempo sta appeso
il
rovescio del mondo, non dannato
né
sacrificale, solo persuaso
prima
di tutti i fiat
della
propria purezza abominata
così
mi attira sempre di nuovo
come
una casa, con solida stanchezza
e
un brivido di pace soffocata
A un
ramo d’ulivo
Amico
dalle molte mani
curvo
senza vertigini
alto
senza arroganza
poco
portato alla menzogna
per
l’equilibrio nell’ignoranza
mai
schiavo, forse – ti preserva il verde
cuore
fraterno aperto
l’ombra
più intensa memore del seme –
mai
libero, credo – ogni tuo gioco
è
una nicchia del tempo, è disciplina –
ho
ritegno a confidarti
il
rimedio che porgi
con
le dita palmate
ho
vergogna a confessare
–
non a te, ma alla tazza
povera
in cui lavori –
che
busso al tuo consistere
appagato
di niente
del
niente che illumini e proteggi.
‛Azzah
kammawet ahavah
L’amore
è forte come la morte
come
la depressione
una
vita, figura di una morte,
non
resta, non regge, non resiste
la
beve geloso l’invisibile
e
la memoria, coltivata immagine,
e
il fertile oblio di moltitudini
non
la reggono, non le resistono,
si
limitano a viverla – miseria –
così
la forma amante, la vita
di
un amore non sopravvive all’amore,
sua
morte e sepolcro
debolmente
arranca
sui margini, ronzando
tra
i rifiuti per secoli
ma
forte come l’amore è la morte
la
sua abituale pazzia
così
affine alla piazza, al matrimonio,
alla
polvere consacrata dei giorni,
non
lascia niente, fuorché l’invisibile
gonfio
di nettare come una stanza di dèi
la
morte è amorosa, nulla le sfugge
come
mai nulla sfugge all’amore
Tu
La
volta del carcere è bagnata
dalla
tua voce, che ne stilla lenta.
Né
crepe o porte s’aprono, o finestre:
solo
l’occhio di mostro sigillato
nel
sonno, che alza la pesante palpebra
perché
discenda quotidiano il pane.
Sei
tu presente? Non lo chiede il dubbio.
Tu
sei me nella notte, non per grazia
di
pensieri d’amore condivisi
che
alla tua luce portino il mio buio
o
a questo buio la tua luce: siamo
perduti
al due per l’alta solitudine
del
nostro voto. Ciò che chiedo, in fondo
all’alambicco
che di questa tomba
fa
la tua voce goccia a goccia, è il peso
di
una presenza al muro delle dita,
alle
grate preziose della pelle,
la
tua presenza che, bussato, attende
appesa
al cranio della volta, o scura
su
nel giorno, tra i rami del giardino.
Il
bagno della voce non risponde –
seduce
i pori, sussurra e dimentica,
lascia
alla mente profanata e brutta
il
chiaro peso della sua domanda,
il
peso del respiro che ti interroga.
Deserto
di Nitria, IV sec. d. C.
Su
pietre che aprono il piede
con
muta prontezza geroglifica
e
cieli di polvere gelosi
dei
loro catasterismi lontani
ho
portato al mio maestro
dono
involto di fretta nella pelle
la
faccia e la danza del mio male
più
vecchio di me solo d’un’ora.
Guardava?
Non guardava? Sull’ulivo
amaramente
quieto dei suoi anni
spuntavano
foglie d’attenzione.
“Io
sono” disse infine, e quelle foglie
respirarono
un verde più cupo
e
umido, ciascuna fatta cuore,
“il
muro esterno del tuo male antico,
il
corpo in cui sbatti la tua vela
di
pipistrello appeso a un pentagramma
che
non sai leggere. Sono la tua cella,
l’ottusità
improvvisa del tuo voto,
la
prigione che non sa stancarsi
di
raddoppiare i lacci della nascita.
Non
hai nulla da fare. Resta dentro,
mimetizzati
come l’animale
più
sonnolento, non scansare il volto
della
pietra: gelido e fedele
insisti,
ti sarà specchio.
Altro
non so, non posso dare altro
che
pietra al figlio che mi chiede pane”.
Alzai
la fronte dal tritume bianco
come
d’ossa cadute dal mio cranio
e
a lungo pestate. Barcollando
con
peso e statura di cammello,
voltai
la schiena al padre, confermato
e
deluso, com’è giusto. Notte
era
da tempo ovunque. Ancora il taglio
di
sassi invisibili, e mani di sabbia
portate
da una brezza senza voce.
domenica 7 settembre 2014
Storia del governatore di Bassora e della biblioteca dell'ebreo di Homs
Mi è giunta voce, sovrano beato, che un giorno il
governatore di Bassora, Sanad al-Dawla al-Habashi – che Dio sia soddisfatto di
lui – uomo giusto e sapiente, tornava da una gita con i suoi amici e garzoni
sul fiume Tigri, quando il suo segretario, uno zoroastriano di Nishapur che si
era sottomesso a Dio da qualche anno, gli recò una lettera sigillata con della cera
rossa e un lungo nastro bianco e blu. Sanad al-Dawla entrò nella sala del
consiglio, mandò a chiamare i suoi ministri più fidati e alla loro presenza
ruppe il sigillo e lesse la lettera. C'era scritto: "Abu Baraka ibn Yusuf
di Homs al nobile Sanad al-Dawla, governatore sereno e impeccabile della famosa
Bassora – possa Dio rendere durevole il tuo prestigio e la tua potenza! Quanto
al resto: sappi, mio dotto e opulento signore, che stai tenendo tra le mani e
leggendo il testamento di un umile ebreo molto versato nelle scienze occulte;
il tuo servo indegno ha trascorso la sua lunga e miserabile vita studiando le
arti della magia e dell'alchimia, la dottrina delle lettere e la geomanzia, la
musica e la medicina. A questo fine ha accumulato centomila libri da ogni paese
dei sette climi, in ebraico, arabo, persiano, cinese, turco e nelle lingue dei
franchi. Otto giorni fa un angelo di Dio mi è apparso in sogno con una spada
fiammeggiante nella destra e un cartiglio bagnato nella sinistra. Dopo averlo
debitamente onorato gli ho detto: 'Comprendo bene, osservando la spada, che la
mia ora è prossima. Ma ti prego di spiegarmi il significato del cartiglio
bagnato'. Il messaggero, velato con una tunica rossa per rendersi visibile ai
miei occhi consumati dalle veglie, mi ha risposto: 'Dici bene, Abu Baraka ibn
Yusuf, tra nove giorni mi incontrerai di nuovo nella tomba. Ti ordino di
lasciare i tuoi beni immobili al tuo figlio maschio, i tuoi beni mobili al
Comandante dei Credenti e i tuoi centomila libri a Sanad al-Dawla al-Habashi'.
E io: 'Non conosco quest'uomo'. L'angelo mi informò: 'È il governatore sereno e
impeccabile della famosa città di Bassora. Ma ora sbrigati a ubbidirmi, perché
la candela è quasi spenta e il Giudice dei Mondi non dorme e non concede
dilazioni. Ogni lode e ogni grazia appartengono a Dio: prendi rifugio in lui,
l'Altissimo, se egli lo vuole'. Così, dunque, giusto e sapiente tra gli
ismaeliti, accetta il lascito dell'ebreo di Homs. Vi sono libri di storia, di
geografia, di diritto, di scienze occulte, poesie, racconti, favole ed errori
del Tempo dell'Ignoranza, trattati sui semplici e le gemme, volumi di
astrologia più antichi di Tolomeo, rilegati in oro e argento, miniati con arte
squisita dai discepoli di Mani il Pittore – che Dio abbia misericordia di lui –
che hanno usato cinabro delle isole della Cina e turchesi delle terre dove non
si conosce il fuoco. Tra i centomila libri, costituiti da quattro milioni di
pagine, vi sono cinque fogli in cui è messo per iscritto l'arcano per
fabbricare la Pietra dei Saggi. Cercali, e sii glorioso e felice. Dio è il
Generoso e il Sottile". Non appena ebbe terminato la lettura il
governatore congedò tutti i suoi ministri, tranne il suo consigliere ed amico
fedele Yuhanna ibn Abruqlus, un nestoriano dei dintorni di Harran – che Dio sia
soddisfatto di lui. Questi gli disse senza ambagi: "Mio signore, non puoi
che accettare il lascito dell'ebreo di Homs. Se quel scrive è vero, sarai il
più sapiente degli uomini; e se non lo è, avrai la più splendida delle biblioteche
senza pagare un dirham". Così Sanad al-Dawla mandò a dire che come delato
acconsentiva ad entrare in possesso di quella parte dell'eredità di Abu Baraka
di Homs: e una settimana dopo arrivarono al suo palazzo mille servi con duemila
muli e altrettanti scrigni di legno e di cuoio, in ognuno dei quali c'erano
cinquanta libri. Per accogliere la biblioteca si dovettero sgombrare le due
torri dell'armeria, e occupare decine di dotti della Gente del Libro
provenienti da ogni provincia nell'archiviazione dei volumi. Dopo quattordici
mesi di lavori il governatore poté dedicarsi alla ricerca dell'arcano, secondo
la promessa dell'ebreo, ma si rese conto ben presto che era un'impresa
disperata: conosceva sette lingue ed era un dotto nelle scienze essoteriche ed
esoteriche, ma i libri erano scritti in almeno trecento lingue, e più della
metà di essi verteva su discipline talmente occulte che nessun maestro nel
tasawwuf, alchimista, necromante, ciarlatano o indovino interrogato dal
governatore – con blandizie o tormenti – confessò di averne notizia. Il
ministro Yuhanna gli consigliò di usare un mago per trovare i fogli, come si
trova una vena d'acqua con una bacchetta di legno; fu chiamato il più famoso,
un sabeo, che bruciava offerte agli idoli pagani e adorava la volta stellata –
possa Dio l'Altissimo abbattere gli iniqui e gli associatori! L'uomo si prostrò
davanti a Sanad al-Dawla e gli disse: "Mio signore, ascolto e obbedisco.
Ma non posso trovare lo scritto se non so già di cosa parla: e in questo caso,
non avresti bisogno di cercare". Il governatore batté i piedi per l'ira,
ma si placò subito e rispose: "Quest'uomo ha ragione. Saprò trovare i
cinque fogli solo quando sarò in grado di interpretarli". Il mago fu
congedato, e Sanad al-Dawla decise di dividere in due le sue giornate: al
mattino avrebbe studiato gli enigmi dei saggi figli di Hermes, di sera avrebbe
cercato tra i libri, aiutato da centocinquantatrè paggi.
In quel periodo uno dei fratelli bastardi del governatore,
il bandito Husayn Sayf al-din detto l'Eunuco – che Dio abbia misericordia di
lui – stava addestrando il suo esercito di mercenari sarmati e circassi per
attaccare Bassora alla fine dell'inverno. Molte spie informarono
tempestivamente il governatore, ma questi era così assorbito nella sua ricerca da
prestare ben poca attenzione ai ragguagli allarmati e alle lettere
circostanziate che lo raggiungevano con cadenza crescente.
E l'alba raggiunse Shahrazad, ed ella interruppe il dire
consentito.
Si racconta, sovrano beato, che il Comandante dei Credenti –
che Dio sia soddisfatto di lui –, informato della mancanza di energia di Sanad
al-Dawla contro suo fratello l'Eunuco, gli inviò un corriere sogdiano con una
lettera triplicemente sigillata. Il servo fidato del governatore, il ministro
Yuhanna ibn Abruqlus, gliela lesse mentre era impegnato, come suo solito, a
decifrare gli scritti dei sapienti e gli enigmi degli antichi nella sua
biblioteca: conteneva parole di fuoco, che richiamavano il governatore di
Bassora ai suoi doveri civili e militari. Sanad al-Dawla dettò con indolenza
una missiva in cui riferiva al suo signore la storia del sogno dell'ebreo di
Homs, per filo e per segno, e la fece consegnare al corriere sogdiano. Dopo
pochi giorni questi tornò con un biglietto privo di sigilli, vergato dalla mano
stessa del Comandante dei Credenti; e diceva: "Se non respingerai l'Eunuco
usurpatore con il debito vigore e l'opportuno studio, sarai crocifisso al
soprassoglio della Porta del Desiderio; se troverai il modo per fare la Pietra
dei Saggi, potrai salvare te stesso e il tuo popolo in ogni caso. Dio è Colui
che dà la vita e la morte".
Così, all'equinozio di primavera, quando per volontà di Dio
i giorni si allungarono e le notti si abbreviarono, e i giusti erano grati di
poter lodare più volte il Creatore alla luce del suo luminare maggiore, il
governatore di Bassora era lieto di avere qualche ora in più per leggere senza
logorarsi gli occhi, e il bastardo si rallegrava perché il tempo delle armi e
della vendetta era ormai giunto. Quando attaccò la città con il suo esercito di
mercenari, i ministri del governatore, atterriti per la sua indifferenza, si
precipitarono dal nestoriano per chiedergli consiglio, poiché sapevano bene
quanto fosse penetrante nei giudizi e folgorante nell'azione, e in quanta stima
lo tenesse il signore. Ma il consigliere rispose: "Amici miei, modello di
sapienza e rettitudine, non oso prendere decisioni al posto del governatore: se
lo facessi, non sarei migliore dell'usurpatore bastardo che sta cingendo
d'assedio le mura robuste di Bassora famosa. Ma non vi negherò un consiglio:
ponete la stessa domanda al segretario del nostro signore, Muhammad ibn
al-Katib, che in giovinezza adorava il fuoco con gli associatori". I
ministri implorarono il nestoriano più e più volte, perché non volevano andare
ad umiliarsi dal persiano, che nessuno stimava degno di fede: ma l'uomo restò
fermo nel suo proposito e rinnovò il consiglio. Allora gli anziani servi del
governatore si rassegnarono e mandarono a chiamare Muhammad ibn al-Katib, che
in giovinezza aveva adorato il fuoco con gli associatori, quando era noto con
il nome di Bahram il Tintore. Il segretario del governatore rispose che avrebbe
salvato la città con il permesso di Dio, ma che nessuno avrebbe dovuto
chiedergli conto delle sue azioni. Poiché la situazione era disperata, i
ministri accettarono tremando. Il segretario conosceva il metodo per preparare
un fuoco celeste che bruciava gli eserciti come paglia secca e le flotte come
arbusti leggeri: si fece mandare cento schiavi greci esperti in botanica,
metallurgia e spagiria, ordinò loro di fabbricare l'arma meravigliosa e infine,
quando il fuoco fu pronto, volle che fossero tutti strangolati in segreto.
Quando le truppe dell'Eunuco iniziarono ad innalzare le macchine per l'assedio
della città, dagli otto punti cardinali furono scagliati torrenti di fuoco
simile a quello che si precipita in un istante dal cielo, afferrando ogni cosa:
e i fanti e i cavalieri, gli arcieri e i lancieri, i circassi e i sarmati, gli
slavi e i sogdiani, le armi di ferro temprato, le macchine di legno, i muli, le
salmerie, le corregge di cuoio profumato, tutto fu ridotto in cenere
nell'intervallo tra due respiri, con il permesso di Dio l'Altissimo. Mentre gli
abitanti di Bassora esultavano, un carrettiere trovò l'Eunuco nudo e ustionato
nei pressi della Porta del Desiderio: lo catturò e lo legò, e i soldati del
governatore lo chiusero in una gabbia per volpi e lo trascinarono al cospetto
del Comandante dei Credenti, che era impaziente di fargli gustare il suo
rigore.
Subito dopo il Comandante dei Credenti ricevette il
persiano, Muhammad ibn al-Katib, come un amico e un fratello, e gli chiese di
fissare una ricompensa per il suo operato. L'uomo si gettò ai piedi del califfo
e disse che non voleva nulla per sé, ma solo clemenza per il suo padrone, il
governatore Sanad al-Dawla al-Habashi. Così il Comandante dei Credenti ordinò
che Sanad al-Dawla fosse arrestato e condotto al suo cospetto per essere
giudicato. Il governatore, pur incatenato e ai piedi del califfo, non cessava di
restare assorbito nelle sue meditazioni, e non prestava attenzione alle parole
del suo signore e alla maestà della sua corte. Dopo aver esposto tutte le
accuse, e menzionato l'intercessione del segretario, il Comandante dei Credenti
concluse: "Sanad al-Dawla, dovresti essere crocifisso insieme al cane che
ha assalito la tua città, la famosa Bassora, affidata alle tue umili cure. Ma
il carissimo fratello e amico Muhammad ibn al-Katib ha chiesto clemenza per te,
e non posso né voglio negargliela. Sei dunque condannato, in primo luogo, a
veder distruggere la tua biblioteca, che ti è cara più dei diritti di Dio, dei
miei e di quelli della tua città; in secondo luogo, ad essere esiliato per
dieci anni in un luogo oscuro e deserto sui monti del Khorasan. Così ho stabilito.
Dio è il Misericordioso e il retto Giudice". Il governatore, udita la
prima parte del verdetto, cadde nella disperazione, e il mondo si fece tenebra
ai suoi occhi. Tornato a palazzo, si prostrò umilmente davanti al persiano, suo
fedele segretario e futuro governatore di Bassora, chiedendogli consiglio come
a un padre e a un maestro. L'uomo rispose: "Mio signore, le montagne
possono cadere, ma la parola del Comandante dei Credenti non cade. Un consiglio
però voglio dartelo: scegli tu stesso il modo della distruzione". Il
governatore chiese: "E quale mai?". Il segretario disse: "
Scegli il rogo, mio signore. Diceva mio padre, lo scriba, che Dio sia
soddisfatto di lui: i saggi troveranno la scintilla nella cenere e l'atomo
della vita nella corruzione del seme. Prendi rifugio in Dio, Re del Giorno del
Giudizio".
Così i centomila libri di Sanad al-Dawla al-Habashi furono
bruciati lentamente nella piazza d'armi del palazzo, mentre il governatore
mormorava, con le guance rigate di lacrime e di graffi: "Sia gloria a te,
Dio, e lode a te, e sia benedetto il tuo nome, ed esaltata la tua maestà, e non
c'è dio al di fuori di te".
E l'alba raggiunse Shahrazad, ed ella interruppe il dire
consentito.
Mi è giunta voce, sovrano beato, che prima di partire per
l'esilio sui monti del Khorasan il governatore Sanad al-Dawla chiese di
mangiare del pesce insieme alla servitù, nelle cucine del palazzo. Mentre
passeggiava tra i mucchi di carne pregiata, le spezie delle isole lontane, il
grasso, lo zucchero e i flaconi d'acqua di rose, vide cinque piccoli involti:
nel primo c'erano due pesci, nel secondo tre pesci, nel terzo erbe profumate,
nel quarto spezie tritate e nell'ultimo una presa di sale grosso. Guardando
meglio, si accorse che i fogli in cui era avvolto il cibo non erano sporchi, ma
ricoperti di scrittura ornata e di miniature preziose. Pieno di stupore, il
governatore interrogò una sguattera armena, che gli rispose a capo chino:
"Mio signore, stamattina, non appena i servi del califfo ebbero
trasportato in cortile tutti quei libri per distruggerli con il fuoco, passando
vicino alla sala dove prima c'era la tua biblioteca, ho trovato cinque pagine
staccate, in mezzo alla polvere e al sudiciume: e poiché in cucina manca sempre
tutto, ho pensato di lavarle e usarle per avvolgere i pesci e quanto serve per
il pasto che mi hanno ordinato di preparare. Ti prego di perdonare questa
povera armena senza discernimento, ma ho pensato che in ogni caso i fogli
sarebbero andati ad alimentare le fiamme". Sanad al-Dawla disse: "Sei
perdonata, e d'ora in avanti non devi considerare me tuo signore, ma il sereno
e impeccabile Muhammad al-Katib, che fu mio segretario. Ti do un ultimo ordine,
quello di conservare i fogli che hai trovato nella polvere e nel
sudiciume".
Sanad al-Dawla mangiò i pesci e bevve acqua di fonte, mentre
i servi lo guardavano e commentavano pungenti: "Ecco, ora che la giustizia
lo ha raggiunto è diventato pio e non si ubriaca più col vino dei
cristiani". Dopo il pasto si ritirò per l'ultima volta nelle sue stanze, dove
i pochi bagagli erano già pronti: chiuse a chiave la porta, si sedette sul
pavimento, prese le pagine staccate, impolverate e bagnate e cominciò a
leggere. Erano scritte in arabo chiaro, e al principio della prima era ben
visibile un titolo:
Storia della scimmia che sfuggì ai cani selvatici
Si racconta che nei tempi antichi – ma Dio ne sa di
più – una scimmia che viveva in pace nei boschi delle isole della Cina venne
assalita da un branco di cani selvatici veloci come frecce di ciliegio e
spietati come demoni delle rovine. Piena di terrore, la scimmia entrò in una
capanna di sterpi appoggiata ad una rupe, da cui scorreva verso la valle un
torrente simile al cristallo. Era la dimora di un povero saggio, che in quel
momento era nel bosco a raccogliere semplici, ed era così ingenuo e di buon
cuore da non aver pensato a difendere le sue poche proprietà con una porta e un
chiavistello. La scimmia, per sfuggire ai cani feroci, si nascose nella stufa
ed aspettò che i suoi inseguitori, ingannati, procedessero lungo il sentiero.
Appena udì solo il canto degli uccelli e il flusso dell'acqua, soddisfatta, si
preparò ad uscire dal suo rifugio, ma non poté: aveva chiuso la porticina di
ferro e non sapeva come riaprirla. Decise dunque di arrampicarsi all'interno della
stufa, lungo le sue pareti di terra, oscure come la notte e fetide come il
luogo di pena dei miscredenti: ricoperta di cenere, col calore del fuoco ancora
non estinto che irraggiava dal basso, la scimmia cercava appigli per le zampe –
a volte ne trovava e saliva, a volte non ne trovava, a volte ne trovava e
ricadeva. Dopo molti sforzi, incalzata dall'ardore crescente, con le viscere
rivoltate dal puzzo di pietre calcinate e il fiato sempre più corto per la
fatica e la mancanza d'aria, la scimmia arrivò alla cappa, che si stringeva
palmo dopo palmo, come un collare. Sentendosi soffocare, la bestia gridò:
"Prendo rifugio in Dio, Signore dei mondi. Mio Dio, prendo rifugio da te
in te". Allora udì una detonazione secca e possente, e quando gli occhi
tornarono a vedere, come Dio volle, si accorse che la stufa si era spaccata in
alto, consentendole il passaggio. Appena uscita dalla sua prigione, cercò
dell'acqua per mondarsi dalla lordura e per placare l'arsura. Vide un bacile,
che il povero saggio usava per le abluzioni del mattino: nel chinarsi per bere
scorse il proprio riflesso – ed ecco, la scimmia dei boschi era diventata un
uomo armonioso, con una corona candida come la luna sul capo e un mantello
rosso come il sole sulle spalle. E così, col permesso di Dio, fu acclamato
sovrano delle isole della Cina e si sottomise a Dio insieme al popolo degli
uomini e dei jinn.
Alla fine della favola era scritto in arabo chiaro:
"Questo dunque, Sanad al-Dawla al-Habashi, figlio mio, è il modo per fare
la Pietra dei Saggi. Com'è scritto: 'Mostreremo loro i nostri segni sugli
orizzonti e nelle loro anime, finché diventi chiaro per loro che è il Reale ed
il Vero. Ma riguardo al vostro Signore, non basta che egli sia di ogni cosa il
Testimone?'". Seguivano alcune tavole con la chiave dei simboli e delle
allusioni, dei segreti e delle allegorie.
Il governatore di Bassora partì per l'esilio in un luogo
oscuro e deserto sui monti del Khorasan. In dieci anni esatti ottenne la
Pietra, come Dio volle, e la Pietra gli restituì, col permesso di Dio, la
felicità, l'onore e la potenza. Sia lode al Generoso e al Sottile.
E l'alba raggiunse Shahrazad, ed ella interruppe il dire
consentito.
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