Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



mercoledì 22 ottobre 2014

E ricorda Idris nel Libro





Fechner: il feto si identifica con il grembo materno, crede che quello sia il suo corpo, mentre il corpo che plasma insieme a quello materno nei nove mesi della gestazione lo sente come propria opera, propria vita che si condensa e si stacca da lui. Così l’uomo terrestre si identifica con il corpo terrestre, parte del corpo cosmico visibile, mentre il corpo sottile è quello che costruisce invisibilmente con la propria volontà, fede, conoscenza, immaginazione. Percezione oscura, confusa di questo ‘corpo nuovo’: fluttua, va e viene, non può essere identificato, conosciuto direttamente, oggettivamente, si mostra attraverso segni, sogni, segnature, presagi, riflessi. Lo si tesse appunto nell’oscurità della fede, passo dopo passo, restringendo la volontà al voto spirituale, al momento presente. Oltre la morte c’è maggiore presenza, lo statuto del ‘morto’ è quello del ricordo (Fechner) e del sogno-immagine: più vicino al cuore, all’interiorità, al desiderio fondamentale, più ‘fissato’ e ‘condensato’.

Quel che dobbiamo chiederci è: cosa viene meno quando viene meno il cervello e, in generale, quando si dissolve la compagine senziente del corpo umano visibile? Se l’esistenza terrestre è una vicenda di veglia e sonno (con e senza sogni), con la morte si accede forse a un sonno più profondo (una sorta di assorbimento meditativo, di samadhi, di abbacinamento del nous) che però al contempo libera il deposito di memoria immaginativa, il corpo di sogno o sottile, per così dire dall’interno, rendendolo meno condizionato dagli organi dell’esistenza visibile (e dunque in un certo senso meno ‘individuale’) ma quindi, simultaneamente, più ‘se stesso’ e più ‘personale’? Vivere nell’immagine che abbiamo plasmato è forse qualcosa di cui si hanno pegni e presagi quando, durante il transito terrestre, si vive in una storia immaginata, in un personaggio della fantasia che non è noi ed è più noi di noi stessi? Qualcosa di simile alla generazione di un figlio, ad una creazione che non è però un’autocreazione in senso egoico, ma una sorta di ritrovamento di sé in altro, in un’altra materia, in un altro ricettacolo, con un capovolgimento di prospettiva? Più probabile che questo capovolgimento, questa alterazione sia il sentimento che accompagna la morte in quanto ‘riduzione all’essere’ (Schelling), e dunque sia dovuto al cadere di identificazioni illusorie, ad un maggiore assorbimento nel vero. Morire (la morte definitiva dell’organismo psicofisico, le molteplici morti nel tempo) è lasciarsi ricreare, nella nuda e oscura certezza che noi stessi non saremo annientati, ma proprio mentre e perché si sperimenta come annientamento la perdita delle identificazioni terrestri.
Angelomorfosi: il rapporto con il proprio sé immaginale è il rapporto con l’angelo, nel cui specchio vediamo il nostro vero volto. Morire è passare al di là della superficie dello specchio, divenire ricordo della Terra e dunque fiore, pianta, come Narciso.
Ancora Fechner: forse esistono diverse soglie di coscienza; diversi gradi di differenziazione, dalla veglia terrestre, in cui la coscienza separata opera una trasformazione progressiva, un’assimilazione nel tempo e nello spazio terrestri; al sogno dell’anima come memoria del cosmo, identità angelica, paragonabile a forme di coscienza più basse di quella umana terrestre (ad esempio quella vegetale), ma di fatto più e non meno cosciente, più libera di associarsi e trasmutarsi come i ricordi sono più plastici e al contempo più ‘fissi’ delle sensazioni concrete; al ‘sonno’ dell’eternità, che però è di fatto unità pulsante e viva dei molteplici, punto intorno al quale la coscienza angelica danza in molteplicità-unità (Dante) e ‘luogo’ di ogni coscienza, fonte e tronco da cui ogni coscienza trae la propria vita limitata ma presente alla totalità (l’idea leibniziana-ermetica di pars totalis).

Il sale fisso delle ossa, presente nelle ceneri della cremazione o nei liquami della putrefazione, è paragonabile al nucleo neutro, alcalino, mentre lo spirito volatile è paragonabile agli elettroni negativi. Quest’ultimo è la madre, il ricettacolo organico, acquoso, nato dall’attrazione del nutrimento da parte del punto igneo, formativo, presente nel sale-seme stesso. Monade di Leibniz, tema della palingenesi artificiale come prova e primizia di quella naturale-divina, della resurrezione dei corpi (A. Boella e A. Galli): il sale fisso disegna la forma dell’individuo – distrutto in quanto misto – in una materia diversa, più semplice e pura. Disperso nella terra, nutre le piante, che poi diventano nutrimento di animali e uomini: la trasmigrazione è legata al fatto che, con la morte del composto, intesa come dissoluzione, il suo residuo fisso, corporeo-spirituale, entra in un rapporto più intimo e diretto con le altre individualità terrestri, manifestando in modo operativamente più distinto il panta en pasin, l’interdipendenza di tutto. Così, non potendo non nutrirci di anime, corporificate nei loro sali, poiché plasmiamo il nostro corpo e la nostra psiche con il nutrimento, di fatto operiamo una assimilazione continua, integrando in noi non solo le anime vegetali e animali ma anche quelle umane. L’eucaristia rende più consapevole, concentrata ed efficace questa perpetua alchimia del nutrimento.
Benveniste: nell’acqua, elemento in cui avvengono tutti i processi della vita, le forme delle sostanze permangono, attraverso le diluizioni, come onde magnetiche, vibrazioni-frequenze che suscitano risonanze adeguate nelle altre sostanze. Le forme come vibrazione, musica, logos: Schneider ha scoperto che per i popoli arcaici lo stato primordiale del mondo è quello acustico, ancora invisibile, ma carico di tutti i semi della visibilità.

La coscienza cerebrale è un riflesso lunare della contemplazione cardiaca, solare. Come la luna, però, dà al fuoco solare un veicolo umido, di cui si libererà alla morte passando per la porta della Luna o dei Manes, da dove potrà risalire alla patria, al Sole. Il cuore è il nucleo immaginativo, formativo: congiungendosi con la coscienza cerebrale riflessa, con la rappresentazione continua, passiva del mondo, genera l’embrione d’oro, il veicolo luminoso, corporeo-spirituale, che oltre la soglia della morte ovvero del tempo lineare diventa il sé angelico, l’alter ego o figlio o doppio da cui di solito ci separa lo specchio della coscienza terrestre. L’uomo ordinario si dissolve nei suoi componenti, la sua parte solare ritorna al sole non individuata, come il talento della parabola viene affidata a un altro, ritorna come un altro destino. L’uomo divinizzato, angelicato, diventa re, membro dell’Uomo Perfetto, uno nell’Unico, partecipa attivamente alla vita divina: la morte seconda non gli fa male, non lo distrugge, anzi lo fissa, lo sala, come un vetro, un cristallo (coranicamente è il simbolo dell’immaginazione, della sua trasparenza teofanica. Si va dallo specchio, che ha un lato oscuro – qui, nell’esistenza terrestre, vediamo per speculum, cogliamo riflessi rappresentativi nel cervello, vediamo il Sé come angelo fuori di noi – alla diafanità del cristallo, che si lascia attraversare dalla luce non in modo passivo, ma magnetico, come acqua fissa, vita coagulata).

Secondo H. Larcher, l’alchimia ‘interna’ potrebbe essere la congiunzione del sangue mercuriale con il midollo osseo, l’olio o grasso che contiene il fuoco, il sale sulfureo. L’uomo che, nutrendosi di etere corporificato, ricostituisce la propria integrità adamica, espellendo il fermento della corruzione, o piuttosto trasformandolo, diventa un immortale, accede alla soglia dei mondi: il suo veicolo sottile, il suo ochema, diventa il carro di fuoco di Elia, il fuoco non lo consuma ma lo fissa, lo preserva.
 

Nessun commento:

Posta un commento