Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



mercoledì 25 settembre 2013

Minima aequinoctialia





Si dice: “Chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia, ma non sa quel che trova”. Naturalmente lo stesso vale per chi fa l’apparente contrario: chi si attiene al consueto sa quel che lascia – ovvero il nuovo, l’ignoto – e non sa quel che trova, perché l’abitudine è la foresta degli enigmi, il cancello sbarrato del mistero, il muro della città perduta.

Modesta proposta per reintrodurre un po’ di pensiero e pratica della magia nelle nostre tele ragne di differimenti illimitati e spettrali: sperimentare, in pubblico, delle maledizioni unilaterali o reciproche, formulate con retorica giustezza, in modo solenne e meticoloso. All’inizio i testimoni proverebbero un’ironica indifferenza, poi un inquieto fastidio, infine un terrore purissimo. Quando la ragione cercherà di ritornare su questo terrore, di analizzarlo, di pensarlo, le si strapperà il nervo sciatico.

Dio punisce come un generale assiro: “Hai schiantato la testa alla casa del malvagio, aprendola dalle fondamenta fino al collo” (Habbakuk 3, 13). Ma l’impalamento del malvagio avviene per lo più nell’invisibile, o sulla soglia tra visibile e invisibile, perché, come i dicono i rabbini ad Alessandro il Macedone, “Satana è vincitore, è sempre vincitore”.

Secondo Ibn ʻArabī, l’ordine di uccidere il figlio Isacco arriva ad Abramo in sogno. Il padre dei credenti avrebbe dunque dovuto sottoporlo ad interpretazione, cogliendone l’intreccio di traslati. Abramo, primo dei monoteisti, è stato dunque anche il primo dei fondamentalisti: ma lo preserva e salva la sua fede, ovvero la sua nuda percezione del nesso simbolico del tutto, che gli fa rispondere, ad Isacco che non vede l’animale per l’olocausto, “Dio stesso provvederà l’agnello, figlio mio”.

“Quanti psicoanalisti ci vogliono per cambiare una lampadina?” “Ne basta uno, ma la lampadina deve veramente voler cambiare” (barzelletta raccontata da James Hillman a Michael Ventura. Qui la lampadina, che non dà luce se non stimolata meccanicamente, è il “peso” dell’introduzione di Michaelstaedter, che non può essere “persuaso”, ma solo manipolato dalla rettorica).

L’impero costruisce le strade su cui viaggiano, in modo misteriosamente discontinuo, i predicatori del suo sovvertimento: la democrazia distrugge le strade su cui potrebbero viaggiare, in ordine rituale, i suoi umili sostenitori.
Mai si disse e pensò patria, nazione, come nel tempo in cui quasi tutte le patrie erano già state divelte dai grandi disegni di accentramento, spesso travestiti con vecchie insegne sacrali; mai si è detto (non pensato), e si dice, società civile, come nel tempo in cui la società civile autentica, costituita dai corpi intermedi, dagli istituti che custodiscono le iniziazioni, è stata resa pressoché impossibile.

Harold Bloom chiama “transunzione” il procedimento con cui un poeta, soprattutto un poeta-vate, induce a credere che un racconto, un mito della tradizione, storicamente anteriore a lui, emani in realtà da un suo atto creativo superiore, indiscutibile. Maestro di transunzione è Dante: chi legge i versi sublimi, platonici e crudeli, dell’invocazione ad Apollo,

“entra nel petto mio, e spira tue,
sì come quando Marsia traesti
de la vagina de le membra sue”,

non può fare a meno di pensare che le versioni antiche della storia, anzi tutte le versioni possibili, non siano se non pallidi midrashim della sua – promossa a fonte scritturale, a condensazione luminosa e brutale.

Yosef di Hamadan nel suo Sefer ṭaʻamè hammiṣwot (L’essenza dei comandamenti) scrive che le unioni sessuali, in Dio, nel pleroma sefirotico, non possono che essere incestuose, avvenire tra “persone” (parṣufim, configurazioni personali) che condividono la stessa sostanza – il Padre, la Madre, il Figlio, la Figlia che è Sorella del Figlio. All’uomo tale mimesi è vietata per difetto di potenza: solo alcuni tra i patriarchi avevano una statura spirituale sufficiente per andare (apparentemente) oltre lo steccato della Legge. Così il cabbalista sfiora una sorta di antinomismo temperato, un nietzscheanesimo abramico marginale.

Dalle parti di Orgosolo si chiama “cara e gathile” (faccia di nuca, faccia come la nuca) chi sia particolarmente inespressivo, con lineamenti di golem, livellati dalla stupidità, dall’assenza di carattere. Da applicare a quasi tutti gli occidentali d’oggi, privi di volto, privi di dharma, facce di nuca.

L’appartenenza a una fazione politica è molto simile alla appartenenza o alla affiliazione tribale: legata al retaggio della famiglia o del clan, o a contingenze, emergenze storiche che mobilitano gruppi di persone in modo spesso casuale. Quando Solone, nella sua riforma costituzionale, impose ad ogni cittadino di iscriversi a una fazione e di restarle fedele in occasione di eventuali tensioni intestine, stava forse cercando di ritualizzare la sorda guerra civile che gorgoglia sul fondo di ogni polis: portando alla luce del nomos le fazioni altrimenti caotiche e prive di contorni, il sapiente legislatore non poneva Atene solo sotto il patrocinio di Apollo, ma anche di Dioniso, il dio della scena, del sacrificio e del komos, il dio della temperata ebbrezza della polis. 

“Maledetto l’uomo che confida nell’essere umano” (Ger 17,5): il versetto più difficile da comprendere, digerire, assimilare per i sentimentali, siano essi i teneri, ingenui agnelli o i loro perfetti compari, gli agnelli delusi, i cinici lupacci.


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