Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



martedì 24 settembre 2013

With your crooked heart





Dilemma della compassione. O è sentimentale – prende come criterio ciò che il prossimo desidera – o si fonda su un’idea di bene che potrebbe manifestarsi come violenza all’altro – la ‘dolce persecuzione’ di Agostino – o più spesso è un brodo in cui si confodono e galleggiano entrambi gli atteggiamenti. Il bodhisattva deve aver già gustato il satori, l’alba dell’illuminazione, per vivere insieme nell’esperienza non-duale e in quella convenzionale, ‘ordinaria’: la separazione tra sé e altro è venuta meno, un po’ come nel solipsismo di Wittgenstein che viene a coincidere con il realismo, la ‘persona’ dell’altro non è né l’immagine che noi proiettiamo o rileviamo né la maschera che ci viene incontro, essendo annientati come individui si lascia che la vita fluisca in tutte le direzioni, che la prospettiva si faccia trasparente.
L’eros di Platone è desiderio di possedere la bellezza, muove dalla privazione e dall’abbondanza: essendo insieme Eros, Ermes e Dioniso, è un’esperienza della soglia tra unità e molteplicità, fra assoluto e Maya, una condizione liminare, fluida, demonica e non divina. Sul piano dell’esperienza conoscitiva le corrisponde l’ortha doxazein: non il possesso della sapienza-certezza, né l’ignoranza-offuscamento-dubbio, ma la capacità di ‘congetturare rettamente’, qualcosa di simile alla conoscenza-fede del cardinale Newman. L’amante, sul piano ‘affettivo’, cerca il bello, è un cacciatore che sa e non sa di essere la preda e la meta dell’avventura erotica: l’apparente paradosso è che, per desiderare, occorre godere di un possesso almeno virtuale, embrionale, è una posizione affine a quella dell’uomo parmenideo che naviga tra i molti avendo sperimentato l’uno immobile e intemporale, che muore-rinasce ad ogni istante. Sul piano ‘conoscitivo’ è philosophos, ha la passione per la sofia divina, ma non sa logon dounai, reddere rationem del proprio congetturare: vive della dialettica della conjectura, che è partecipazione alla verità e non suo silenzioso contemplativo possesso. Così, nella conoscenza dell’oggetto d’amore, sa e non sa, vede attraverso l’amato ma non ne scarta la consistenza, la presenza in una ricerca egoistica e unilaterale della salvezza o del ‘proprio bene’.
Gesù parla di un pastore che ten psychen autou tithesi hyper ton probaton: dà la vita per le pecore, mette la propria psyche, il proprio nefesh al posto delle pecore e a protezione (hyper) delle pecore. L’impulso sembra egoistico: se è un pastore proprietario difende i propri beni, se pasce il gregge di un altro, come in Amos, deve combattere il predatore, il maligno, per dimostrare che almeno ci ha provato. Eppure, il risultato esistenziale, l’esperienza è la stessa: la comunanza di nefesh, di vita è reale; non può distinguere tra la propria vita e quella del gregge. Questo non-potere è alla radice dei comandamenti positivi, la cui formulazione è paradossale, e in ebraico è di solito al perfetto (amerai, ahavta, vuol dire anche ‘hai amato’): così dice Dogen – e Krshna – a proposito del non uccidere; si tratta di prendere atto di ciò che è, di fare la verità. Tuttavia il compagno di vita, il prossimo, non mi è dato: lo trovo per strada, come il samaritano; nella sua condizione di sofferente abbandonato riconosco, visceralmente, la mia di ‘straniero’, di viandante minacciato, e nella non-dualità dell’una e dell’altra la situazione della Shekhina esule, della misericordia o utero divino straziato dall’incubo della storia, della galut. Tutto ciò è ortha doxazein: lo so e non lo so, e non posso ‘darne ragione’ perché il logos è dialetticamente sciolto nell’atto, nella conoscenza d’amore, nella contemplazione in atto. Così l’amato è immagine nello specchio e alter ego, altrettanto sconosciuto: l’ho scelto, ma è Dio che ci ha uniti, come due che si incontrano sulla strada tra Gerusalemme e Gerico; in ciò che relativamente conosco desidero ciò che relativamente non conosco, ma è un procedere dal possesso al possesso, da Dio che ci unisce a Dio che ci trasfigura e fa risorgere. Per partorire nella bellezza si deve desiderare-possedere, cercare-donare. 

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