Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



mercoledì 10 marzo 2010

Listen to the words long written down...


Si parla spesso di visione. Ma il segreto del mistico è l'ascolto.

Rovesciando le bancarelle nel tempio...


L'urlo rabbioso della Giustizia per l'innocente è una musica gradita al Divino quanto il canto melodioso degli angeli.

Turisti annoiati della Creazione


L'attitudine di molti uomini nei confronti dell'esistenza è come quella dei ragazzini portati in gita dalla scuola ai Musei Vaticani o agli Uffizi. Si annoiano a morte, con davanti i capolavori eterni di Michelangelo o Raffaello, prendono a scappellotti il compagno che subisce, o fanno battutacce sulla compagna carina.
Se solo mettessero più attenzione su ciò che è semplicemente davanti ai loro occhi, gioirebbero della bellezza infinita, imparerebbero molte cose interessanti e, soprattutto, non sprecherebbero il loro tempo stupidamente.

2012. Nemmeno Schopenhauer poteva prevedere...


Il Giudizio Universale avviene tutti i giorni, ma nessuno se ne accorge, perchè c'è in onda il "Grande Fratello".

Un fiore ai piedi di William


La mente realizzata è un giardino, i cui alberi hanno radici nel nettare del silenzio, e i cui fiori sono le intuizioni, che divengono parola di Sapienza.

Sia ben chiaro


Volgere lo sguardo altrove dall'orrore non è la vigliaccheria di chi non vuol vedere, ma la saggezza di chi, nutrendosi di luce, diventa egli stesso antidoto alla piaga.

Una pernacchia per Sartre


La mente umana è un tempio profanato ogni momento dai barbari, i cui sacerdoti, avendo perso la fede quasi subito, s'accontentano di spazzare ogni tanto per terra, per dormire più comodamente fra le rovine.

Testarda pigrizia del genio


L'artista a volte attende un'intuizione come una donna orgogliosa la telefonata dell'amante col quale ha litigato.

Quanto avrebbe riso del tono profetico...


Contemplare l'abisso dell'idiozia contemporanea può essere un diletto per una mente sensibile, ma solo per pochi istanti e con un infinito distacco, altrimenti si diventa un complice nutrimento della Bestia.

Cogliendo Dio in flagrante...


Il pensiero è la scala tronca che impedisce al bambino che è in noi di raggiungere il miele che Dio ha messo in cima alla dispensa.

Una semplice considerazione


Se potessimo vedere ogni momento il reale per ciò che è, cioè un flusso ininterrotto di grazia cangiante nelle miracolose varietà dell'essere, vivremmo come immortalati, rapiti in un incantato stupore.

Absque clave – note caotiche di un profano sull’Ars Regia


Lo zolfo degli alchimisti come agente trasmutatorio.
Le nubi elettroniche, le emissioni termoioniche prodotte dalla lavorazione dei metalli: sono affini alle aquile con cui Ireneo Filalete simboleggia la sublimazione della Seconda Opera?
Le prime esperienze di fusione fredda sembravano riuscire solo dall’equinozio di primavera al solstizio d’estate. In primavera i raggi cosmici, le onde in cui è sospeso l’Oro astrale o spirito del mondo, sono più ricche e disposte a lasciar captare i neutrini per le trasmutazioni vegetali, animali e minerali (secondo il paradigma di Costa de Beauregard).
Il fisso: raggiungimento di un elemento (stato, condizione) stabile. Il volatile: fase intermedia-instabile.
Il sale catalitico o fuoco segreto andrebbe estratto da calci ovvero ossidi. Sale alcalino, secco, attrae lo zolfo in forma di Oro astrale, flusso di particelle. Sali di potassio e di litio sono stati utilizzati in alcuni esperimenti di fusione fredda.
Analogia tra la Prima Opera e la preparazione del regolo marziale di antimonio: sali catalitici, soggetto minerale dell’Opera (“antimonio”), metallo (“ferro”) per effettuare la separazione tra luce e tenebre, tra il mercurio e il caput o tomba dello zolfo. Sul primo si disegna una stella, sul secondo un esagono: Newton vi scorse il segno dell’azione dello spirito universale, del magnetismo gravitazionale – a questo punto il minerale è vivo e vivificante.
Coesione nucleare di zolfo e mercurio: il fuoco segreto salino (pare in forma secca e non in soluzione elettrolitica) media le interazioni trasmutatorie, la fusione. Si può ipotizzare il modello “rigido” di Monti e ritornare in qualche modo alla visione antica degli elementi, delle qualità, degli stati come dinamismo trasmutatorio fondato su un principio vivente, contrario quindi all’entropia e alla riproducibilità fisico-chimica (Fantappiè). L’alchimista è un agricoltore celeste, estrae e coltiva un seme che non può in alcun modo produrre: i suoi fuochi sono innaturali e contro natura (il sale mediatore e il regime del fuoco in senso stretto) in quanto l’artificio di laboratorio asseconda la natura, il fuoco sulfureo-solare naturale, propiziando fenomeni sintropici-negaentropici attraverso la produzione diretta-sperimentale di fenomeni entropici come la “morte” dei composti minerali.
Zolfo: fuoco trasmutatorio, vitale, si manifesta nei colori e negli odori e in altre qualità dei misti. Mercurio: legame nucleare, “peso atomico”, umido radicale e mestruo, “spirito” dei misti e quindi loro dinamismo e dynamis interatomica – si manifesta soprattutto nelle fasi di transizione, come nube elettronica, fluidità-instabilità etc. Unendosi maschio e femmina, fuoco e acqua generano le strutture cristalline, il sale.
Lo zolfo è terra e fuoco, ciò che nel metallo è più visibile e ciò che è più intimo, seminale, fecondo. Il mercurio è acqua e aria, la fusibilità, l’instabilità del metallo, i vapori o nubi. Il sale è terra e aria, cristallo, mediatore tra fisso e volatile, catalizzatore.

- Sintropia – fusione nucleare fredda – basse energie e temperature – concentrazione – Philotes di Empedocle, Venere fredda e umida.
- Entropia – fissione nucleare – alte energie – dispersione – Neikos di Empedocle, Ares?

Questione fondamentale della grande opera: qual è la materia in grado di captare l’oro astrale dai raggi cosmici? I panni stesi negli emblemi del Mutus Liber fanno pensare ai cristalli di un sale secco, alcalino, ma anche al soggetto minerale polverizzato ed assato a debole energia.
Per quanto riguarda i fondenti salini, le analogie ricorrenti sono con il sale di rugiada e quello di tartaro – il riferimento sembra essere all’azoto o a composti nitrosi e a composti di potassio (ancora il potassio).
Il soggetto o Prima Materia è paragonato a un drago, a un rospo: va liberato dalle sue impurità sulfuree, corrosive, tossiche, non è radioattivo (come osserva Paolo Lucarelli), ma è un minerale il cui aspetto vile, nauseante e pericoloso è forse l’esito di una prima operazione dell’artista. (Saturno settimo-ultimo e primo dei pianeti alchemici: il serpente ha la coda in bocca). Si deve riconoscere il soggetto in certe apparenti scorie della lavorazione preliminare di un minerale appena estratto, scorie che un chimico o un metallurgista butterebbero via senza indugi? Forse di una prima calcinazione-ossidazione?
L’esposizione all’aria del Mutus Liber implica anche l’ossidazione?
Forse una parte essenziale della prima opera o Fatiche d’Ercole consiste nel miscelare e purificare reiteratamente calci (ossidi), polveri “attivate” attraverso il lavoro manuale alchemico? (Qualcosa di simile hanno provato a ripetere Bockris e Lin).
Come le ripetute distillazioni dell’acqua conducono a un residuo di acqua pesante, un residuo fisso – così le ripetute “distillazioni” secche dell’Opus Magnum addensano il “mercurio”, estraggono un residuo fisso di mercurio in cui è imponderabilmente e sommamente attivato il principio fisso o zolfo o tintura od oro dei filosofi? Ricordare R. Alleau sul carattere “dinamico” della coppia alchemica (serpenti sul caduceo, colonna di correnti sottili-spirituali intrecciate). I nomi alchemici non indicano mai “sostanze” individue, ma stati di materie sottoposte a trattamenti chimicamente incomprensibili. L’alchimia opera attraverso formazioni e composti instabili, mercuri in cui lentamente si fissa uno zolfo trasmutatorio di potenza somma.
La descrizione del lapis sembra quella di una resina, di una gelatina minerale-metallica ricca di proprietà sottili, vitali, sintropiche, un seme perfezionato, stabile e camaleontico. Come dice Zolla, è affine alla manna, al sangue incorruttibile, agli umori purificati e salutarmente contagiosi di un corpo incorrotto: è una primizia sperimentale della resurrezione del corpo.

martedì 9 marzo 2010

Ricordo di Flaiano



Caro Ennio, una volta hai detto, genialmente: “In Italia la linea più breve fra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi”. Ma l’arabesco di solito non manca di grazia e fascino – a te non importa molto, ma ha un’origine mistica – e il tuo aforisma sembra alludere a quelle manovre levantine, tipiche dell’Evo Democristiano e in genere di tutti i sud (più che degli est) del mondo, che riempiono di stupore e orrore quasi coloniali la sensibilità protestante-nordica e conservano comunque, quasi sempre, un certo odore d’anima sofferente e versuta. Permettimi di correggerti: almeno per quel che concerne l’Italia d’oggi, la mia Italia (ma secondo me valeva già per la tua, è un morbo antico), i due punti se ne fregano altamente l’uno dell’altro, abortendo da subito qualunque geometria, anche quella, fantasticamente amara, che tu discernevi.

COM.NET


a Mariella

(Eraclito disse, agli ospiti che lo videro scaldarsi davanti a un forno:)
Anche qui ci sono dèi.
Aristotele, De partibus animalium

Si è già quasi spenta l’eco destata dal reperimento, nel 2302, appena sette anni fa, dell’insegna mutila che porse alla nostra generazione l’enigma delle sue scarse, tristemente chiassose lettere: COM NET.
È necessario menzionare, per mero scrupolo, il modesto seguito (dopo la sproporzionata eccitazione che accese quando fu presentata all’universa assemblea dei dotti) dell’ipotesi di Tetsuo Amitabha, spericolato storico delle religioni, il quale credette di vedere, dietro al sorriso di sfinge ingabbiata di quei sei caratteri colorati, il composto originario: COM[UNITÀ (variante COMITATO) DEI FAR]NET[ICI. Sarebbe ridicolo sprecare oggi altro tempo sul tempo che egli sprecò allora per dimostrare che la supposta comunità era una sorta di setta tantrica, o una fratria di santi idioti alla bizantina (un genere di spiritualità non a caso molto in voga negli anni della cattedra di Amitabha, giusto dopo la fine della X Guerra Mondiale).
Solo alcuni di noi ricordano con gratitudine inconcussa il lucido sforzo di un meticoloso e geniale antiquario, il docente navajo Cane Che Ritorna Al Suo Vomito (i colleghi che fossero anche suoi amici potevano osare chiamarlo, con affetto e una punta di snobistica melensaggine, Coming Back Dog), a cui si deve la scoperta della lontana consuetudine, presso le comunità dei secc. XX-XXI d. C., del “recupero dei crediti” (dicitura talora contratta in “recupero crediti”, cfr problema droga etc., barbarismo che si vuole introdotto pochi decenni dopo i grandi regimi totalitari).
È noto che, non da oggi, tale costume (descrivibile come un esercizio di minaccia magica preliminare contro i debitori di grandi associazioni di mercanti) è stato sostituito dal ritorno al più antico, nonché assai più comprensibile istituto della schiavitù temporanea, che l’Eone Cristiano aveva preteso di sradicare, quasi fosse una manifestazione avventizia, e non necessaria e permanente, dell’umana natura.
Sembra accertato che le leggi della presunta Comunità (o Comitato: anche più numerosi e gravi i dubbi sulla seconda parte del frammento, NET, che, se parola integra, nella lingua imperiale del tempo, l’inglese, significa “rete”, con riferimento alla vinculatio magica, alla fattura che irretisce) sembra accertato che le sue leggi fossero molteplici, cangianti e spesso del tutto (in apparenza) futili, sì da configurare un’irruzione probabilmente deliberata, e stizzosamente sconfessata, di caos e casualità nell’ordito dei suoi principî fondamentali; similmente pareva agire il saggio taoista: ma gli effetti di questo ipotetico modello furono, in COM.NET, precisamente contrari. Come infatti ogni organismo troppo organizzato, nella sua fittizia solidità e persino nelle sue fittizie manovre opportunistiche per conservarla, COM.NET recava in sé il mistico fermento della propria dissoluzione, e lo alimentava e corroborava – almeno se si consultano i testi, gli appunti e gli archivi superstiti, pochi frustuli in verità – con ammirevole paranoia.
Alcuni dei membri[1] sembra non fossero consapevoli di questa necessità, scritta al di sopra delle loro teste quasi in stampatello e senza nemmeno un lampo, forse, di tragica ironia, ed elaborarono una complicata escatologia, che persino nei suoi lineamenti mal conservati (o piuttosto proprio a causa della sua tradizione lacunosa e disorganica) per poco non induce a giustificare la famigerata suggestione del dott. Amitabha: secondo costoro, infatti, l’“ufficio” (cioè il luogo di riunione quotidiana della setta, e la setta stessa come idea incarnata, vedere oltre) sarebbe stato distrutto, alla fine dei giorni, dal maestoso, esplosivo, indiscutibile Arcangelo del Fallimento, cinto di luna, turbante e barracano, e i suoi capi, residenti nell’irraggiungibile Nord, sarebbero stati convertiti con la forza al Dharma imperituro.
Alla nostra era di dolorosa ricchezza umana, e di veggente stanchezza, immaginare l’esistenza quotidiana di quei settari riesce più difficile che ricostruire, con l’intelletto e la fantasia, un olocausto di prigionieri a Tenochtitlàn nel XV sec. d.C.; ma ci soccorre di nuovo il prezioso lavoro del dott. Cane Che Ritorna, il quale, nel suo saggio Ricerche sull’idea di “ufficio” nei secc. XX-XXI, compendiò le sue documentate intuizioni in un capoverso memorabile:

Se la vita arcaica era fondata sul sacrificio di un essere nobile e divino, fonte della circolazione delle forze e dei valori; la vita nell’ufficio (dell’ufficio) era fondata sul sacrificio di tutto ciò che è semplicemente naturale e umano ad una diade suprema di divinità, Noia e Tempo Libero, rispettivamente il principio femminile e quello maschile nella teologia dell’Età Consumistica. Fra i due vige una relazione dialettica del tipo più classico: si dà cioè una contrapposizione essoterica, come nelle coppie di concetti dentro l’ufficio/fuori l’ufficio, dovere/piacere etc.; e una unità profonda ed esoterica, in virtù della quale i due principî si rafforzano vicendevolmente, e amorosamente s’intrecciano come i serpenti sul caduceo di Hermes: così avveniva che il tempo libero si facesse sempre più simile alla vita in ufficio, dominio della dea Noia; e che la vita privata, il cui patrono era il dio Tempo Libero, fosse insistentemente portata, ed esibita, nell’ufficio. Simbolo di questa unità e di questa congiunzione era il loro figlio primogenito incarnato, Telefono, strumento sacro e di lavoro e di comunicazioni private, che dalla sua forma arcaica e venerabile giunse, per complicate metamorfosi, al suo avatar minimo – seminale, onnipotente, mistico –, il cosiddetto Telefono Cellulare o Telefonino: escogitato da raffinati esoteristi della fine del XX, ingannevolmente umile e docile, condusse all’oblio (tipica mossa di sacerdotale obliquità, distruggere per conservare) la stessa religione del Telefono, poi soprannominato Fisso e disprezzato a beneficio del nuovo o Mobile (strana ossessione, sia detto per inciso, l’opzione del Mobile a spese del Fisso in quell’epoca di atroce, sognante inerzia).

Nello studio, pubblicato nel 2035, quando ormai del reperto si occupavano i soli specialisti, una nota a piè di pagina discute brevemente l’ipotesi di lettura COM[A PLA]NET[ARIO, con riferimento a un terroristico disegno di ottundere, per contagio progressivo, le residue facoltà percettive dell’umanità coeva. Ipotesi poco felice, e infatti mai ripresa e approfondita, poiché è quasi accertato che COM.NET, qualunque cosa fosse, non ebbe mai alcun disegno cosciente su alcunché: anche se, come ogni setta esoterica, accettava il principio, o l’accorgimento, della doppia verità; è infatti documentato che mentre all’esterno, rivolgendo il suo volto di angelico rigore ai clienti morosi (cioè gli avversari, ex associati, da affatturare), gridava il motto “La legge non ammette ignoranza”: all’interno, rivolgendo il suo volto di caotica clemenza e caotica giustizia ai suoi “impiegati”, lo rovesciava. Lì dentro, la legge ammetteva l’ignoranza: la implicava. Lì dentro, l’Ignoranza era Legge.
Mi sia dato di concludere con una fantasia archeologica, e un suggerimento mistico: e se la misteriosa pittura detta della “Vocazione di Matteo” e attribuita a Caravaggio (XVII sec. d. C. circa), un tempo collocata in un tempio cristiano dell’antica città di Roma (la stessa del nostro ritrovamento), ricevesse nuova luce dall’accostamento con quella strana confraternita del XX-XXI sec. di spettrali asceti del “recupero crediti”? Una luce nuova, come quella che irrompe, vesperale indefettibile aurora, dal gesto di Chi entra per la porta senza chiedere il permesso?
Lì un uomo, normalmente abietto, che riscuote le tasse della sua gente per un occupante forzuto e ipocrita, si bagna di chiaro stupore ad un cenno imperioso, non mollemente tirannico: lì occhi abituati alle mezze luci, all’umidità e alla crudezza, incontrano un occhio mite e tremendo, che fende la penombra incantata dell’oro come un’ebbrezza di sconfitta.
Forse lo scandaloso lume della Grazia poteva cadere anche su quei tavoli, sui tavoli di COM.NET, su quelle nuche prone a idoli affamati, su quelle carte pallide d’infamia? Forse persino in quell’Erebo di occulti deliri due “collaboratori” potevano mimare, furtivamente, il rito supremo con gesti diversi da quelli dell’orribile Coppia Divina, Noia e Tempo Libero, allacciata in un sonno turpe ed idiota: con i gesti dell’Eros, di quel culto arcaico che oggi pochi avventurosi cercano di riportare alla vita con sforzi meravigliosi e inammissibili? Se così fosse, l’esumazione di questa torva, enigmatica insegna potrebbe sfuggire agli specchietti dei dottori e alludere alla rinascita, ancora di nuovo, anche oggi, fra di noi, fra me e te, del dio che confonde le menti, che spezza e riannoda il filo, che scompiglia le carte, sia quelle soffocanti (come le carte di COM.NET, forse come questa, che mi affretto a concludere) sia quelle preziose, che si ride di debiti e crediti e nulla s’affanna a recuperare, fuorché la sinuosa nudità delle essenze.

[1] Nel linguaggio della setta, che utilizzava idiosincraticamente sintagmi allora diffusi, “impiegati con contratto di collaborazione” – cioè, secondo il chiarissimo collega navajo, servitori vincolati da un patto rituale per cui si simulava d’essere del medesimo grado dei superiori o mistagoghi, anzitutto rivolgendosi l’un l’altro con l’oggi quasi universalmente abolito “tu” (si suppone sopravviva ancora presso alcuni amanti delle caste più basse in certe tribù micronesiane, e vi sia usato proprio per il suo potere antinomico).

lunedì 8 marzo 2010

La veglia dell'agnello


Bella battuta, molto ebraica tra l’altro, di Woody Allen: “Il leone giacerà con l’agnello: ma l’agnello dormirà ben poco”. L’agnello dovrà tenere un occhio aperto, anche nel Regno, perché la maestà del leone, la generosità, l’ingenuitas del cuor-di-leone ha bisogno della veglia del debole, della sua timorosa e provata vigilanza, che il regale felino, lasciato a se stesso, tenderebbe a scambiare per viltà. L’uomo antico era lion-hearted, tutto cuore, petto forte, aveva la passione dell’unità, la religione dell’onore, della lealtà, dell’integrità. L’agnello sgozzato non l’ha educato da vicino, da cuore a cuore, perché non è giaciuto con lui, ma è stato innalzato sugli altari. Certamente il leone non è rimasto indenne, la vecchia tempra eroica pagana ha conosciuto qualcosa che non sospettava, un timore che non era paura, una debolezza che poteva sfolgorare nelle sue ferite come una maestà meno ingenua, o non solo ingenua, come una regalità che non avrebbe mai più toccato la corona con le stesse mani libere e sicure.

Peripezie del verbo profetico


Il cosiddetto “laicismo” ha fatto al cristianesimo ciò che il cristianesimo ha fatto all’ebraismo. Vedere il laicismo come una religione (o meglio come l’estrema caduta kenotica della rivelazione cristiana) aiuta a schiarirlo proprio in quanto lo rende più complesso. La laicità cristiana è come la preservazione delle causae secundae: ha senso solo in Christo, nella soggettività rinnovata dal nous di Cristo; di per sé (non-trinitariamente) la debolezza ontologica delle creature, a contatto con l’eversione cristiana (la sua potenza distruttiva attivata contro l’ordo ebraico), con la sua sempre rinnovabile carica di eschaton, di messianismo totale, genera lo screziato (e spesso inconscio, a causa del pathos ottundente della rottura) soggettivismo laicista, il “moderno” come anti-cristianesimo interno ed esterno al cristianesimo. Ma il laicismo, che è l’unica autentica religione universale dell’occidente e, tramite l’occidente, del mondo, non può che vivere dei margini (ed esotericamente ai margini) del cristianesimo, come il cristianesimo ha vissuto e vive dei margini dell’ebraismo, e quindi attraverso di essi può prendere coscienza di sé, riflettere su di sé, vedere in trasparenza il proprio mito (nella misura in cui è anch’esso un mito).
Quando un cristiano ritiene la rivelazione trinitaria più definitiva di quella ebraico-islamica (l’islam, se non nella misura in cui è stato colonizzato-ospitato dall’occidente “cristiano”, non ha assunto l’altro-da-sé in modo intimamente straziato, tragico), dovrebbe anche guardare, ad esempio, alla Rivoluzione Francese quasi come alla stessa Croce di Cristo – inaccettabile e (per questo) salvifica. Del resto, il pathos rivoluzionario, che è appunto alienante, può esser fatto decantare solo nel tragico, nella consapevolezza in sé lacerata dell’altro in quanto altro.

domenica 7 marzo 2010

Frammento di un’Apocalisse dimenticata del V secolo dopo Cristo


In quel giorno – oracolo del Signore –
ella mi chiamerà “mio uomo”,
e non mi chiamerà più “mio padrone”.
Osea 2,18

Ho trovato il resto papiraceo che segue nella cospicua biblioteca di un commerciante di Isfahan, fragile e brizzolato (lo sospettai, per certe immagini e segni sparsi nella casa ariosa e modesta, zoroastriano o derviscio); non mi fu difficile trasferirlo nella mia, grazie a qualche migliaio di dollari e ad un’amabile conversazione, davanti a un tè amaro e fumante, sulla comune dottrina della resurrezione dei corpi. È scritto in un greco indeciso e ibrido, che tradisce l’origine siriaca dell’autore, probabilmente vicino, senza vistosi legami di setta e di scuola, agli gnostici alessandrini. Dapprima mi dominò, per abitudine, la curiosità erudita; poi ho lasciato, quasi trasognatamente, che nel malandato papiro si rilevassero, come in uno specchio incrinato e oscuro, i miei stessi lineamenti più indifesi e privati. Così la traduzione è riuscita, come si vede, miseramente libera, perché le lacune e le incertezze del testo si sono offerte ad una mia piccola, intima, concomitante trasmutazione. Oso pregare Colui che ha suggerito queste poche e fragili parole di non lasciare priva del Suo soffio e della Sua freschezza la mia, quasi invincibile ormai, siccità di erudito.

* * *

...mi disse l’Inviato: “Quando verrà l’Ora (che è adesso, come è scritto: L’ora sta venendo, ed è adesso [Gv 4,28]; ed egli mi sussurrò, non so se prima o dopo o, stranamente, vertiginosamente, nelle pieghe e nelle sinuosità delle sue stesse parole, che si serviva del tempo futuro solo per lasciare respiro al mio intelletto mortale. Non diversamente, disse, si racconta ai bambini – tutti gli uomini lo sono – di angeli fiammeggianti e carichi di emblemi, di demonî ispidi e travolgenti come gl’incubi più antichi dell’infanzia; mentre gli angeli sono miti e discreti, e vegliano nelle nicchie delle nostre esitazioni, nelle pagine dei libri, nelle lente brezze della sera, nei lineamenti più casti dei fiori, dei viandanti, degli oggetti: e i demonî sono untuosi e tristi come vecchi mercanti; invece sono gli uomini i tumultuosi, i foschi, i liquidi, i privi di volto, e non calpestano la terra, come credono, ma barcollano smisurati tra le fogne e le costellazioni) quando verrà l’Ora in cui tutte le creature riceveranno il Giudizio del loro Signore, pur restando dov’erano convergeranno in un solo luogo, in una sola sospensione, in un solo tenero fremito di appena nati, di appena morti”. La sua pazienza era luminosa e severa quando, con un breve gesto, mi esortò, o mi ordinò: “Guarda dunque, lo puoi, figlio dell’uomo!”.
Guardai; e allora vidi e sentii (con l’umiliazione di sentire così poco) la nudità e l’ansia dei minerali, calpestati, negletti, torturati e calcinati dagli uomini, da sempre fedeli nella loro segreta speranza, nella loro purificazione; vidi e sentii la nudità delle piante, la loro muta nobiltà, la loro spregiata fraternità vivente con la Croce; vidi e sentii la ricca nudità degli animali, coi loro rapidi e profetici tremori. Poi mi voltai, e cercai di posare l’occhio sugli eserciti sterminati degli uomini, variamente curvi su di sé, variamente velati, ingolfati dalle prove tenaci del loro ricordo, dalle armi, dagli specchi, dalle lettere, dalle insegne vane e adorate, dal disegno infinito dei morbi e della magia; ed erano tutti sorpresi e umiliati.
D’un tratto, s’udì la Voce – la Voce inconcepibile, e che pure s’era inchinata a parlare, nella carne, alla carne, con l’accento stridulo della Galilea delle genti, l’accento che aveva attirato lo scherno e il sospetto su Pietro, nell’ultima notte; e non parlò dal turbine ma, come usava sui sassi e sotto gli ulivi della Palestina, sembrava ancora ricordare a ciascuno ciò che aveva laboriosamente dimenticato: e parlò così: “Figli e fratelli, per il mio amore, il mio dolore e la mia gioia, il Giudizio che viene – ora, subito, senza complicazioni – il Giudizio che avete semplicemente atteso o molteplicemente trascurato, non sarà armato e sonante; non affollerà bilance e computi sulle vostre teste: non vi toglierà, non vi aggiungerà niente. Perché il mio Giudizio è un dono; e un dono è un sigillo per coloro che già si conoscevano, e si erano separati. Il mio Giudizio sarà come il mistero della conoscenza dell’uomo e della donna: che al bambino appare un incastro confuso, una sopraffazione, una violazione nascosta della tenerezza e della fiducia; all’adolescente, un’avventura necessaria, un mare, un ombroso richiamo della sua intima primavera e di tutti gli avi insoddisfatti; allo sposo, un trionfo di fragilità e stupore, e un brivido di pace: all’ossesso, una spina triste e insistente, lo scatto sordo di un imperativo noto e indefinito; allo stolto, consegnato alla propria stoltezza, un tributo di stanchezza, una vuota conferma di niente. Venite dunque, tutti e ciascuno, a prendere nella mia stanza ciò che vi appartiene”.
Come la spaventosa dolcezza della Voce ebbe toccato ogni atomo di quella polvere smarrita, io vidi la natura deporre le sottili gramaglie e il velo leggero, e ricordarsi per la prima volta della sua lontana aurora. E vidi gli uomini stupidi e solenni e inermi, come i corpi che avanzano al talamo verso i corpi desiderati; e vidi l’uomo che ha molto amato divenire come il novizio: e il ramo secco umettarsi di gioia; e l’abbandonato spogliarsi della sua offesa interminabile: e quanti avevano ammucchiato, con dolce gelosia, l’attesa, li vidi sfolgoranti di trepidazione nuova e incerti nel passo, come Giacobbe a Penuèl; e in quanti non avevano atteso mi parve di vedere il seme congelato e contratto, sì che li faceva tutti aridi e ritorti, inutilmente aggrappati a sé stessi, come le rovine degl’idoli di Babel. E vidi me stesso, e la ferita che lungamente avevo nutrito, indurendola, aprirsi di nuovo, ma come un fiore adesso; e scorsi, faticando a riconoscerla, per la semplicità del suo aspetto che avevo osato, nel mondo, scompigliare coi miei sogni, la donna della mia giovinezza: e compresi che non era lei ad aspettarmi nel segreto nuziale – e traboccai di timore e di consolazione nell’imminenza della mia pace.
Poi, apparve Lui; ma Lui io non potei vederlo, a somiglianza di Mosè, che s’affacciò sulla Terra Deliziosa solo dalla frontiera di Moàb, dove morì e fu sepolto. E così mi rifugiai in una piccola caligine che s’andava addensando su di me, e caddi di nuovo sulla polvere del mio borgo, nel rumore delle sue lingue, nella penombra e nell’umido della mia stanza, nell’abbraccio del mio cilicio, e ritrovai le mie mani indecifrate, il mio nome indecifrato, le mie lacrime e la mia domanda, il chiaro, specifico peso della mia angoscia e del mio desiderio, e fra le mani e nelle carni ancora la necessità, oh non più brutale alla fine, di camminare fra gli uomini verso ciò che mi era stato dato (sia lode al Padre delle Luci) di intravedere quel giorno.
Maràna-thà. Signore nostro, vieni! Fine della visione.

sabato 6 marzo 2010

Bienvenu, monsieur le Comte!


Dicesi "ispirazione"...


Maestà della bellezza che si risveglia, un anelito che sorge nell'anima come il seme di un gigante che spezza il guscio dell'ovvio.

Varrebbe per molti altri...


E' ben oltre la nostra capacità di comprensione come un uomo possa avere la mente sfiorata dalle dita degli angeli, e il corpo immerso nelle sabbie mobili dell'illusione.

Senza portare guadagno alcuno...


I pensieri sono i ragni che si riproducono nelle ragnatele della nostra anima.

Un koan en passant...


...E pensare che ogni momento potremmo essere senza pensieri...

Giro giro tondo...


Il rovello del pensiero è il rumore delle ruote del carro, sul quale il nostro ego ci guida per farci girare in tondo attorno alla Verità.

ROMPENDO IL GHIACCIO


Se volere è potere, mi domando cosa sia il velare...

Emblema per il fine settimana


Da un vecchio taccuino



Davanti al sarcofago degli sposi del Museo di Villa Giulia ho sempre pensato: “Queste sì che sono nozze – grazie, amico etrusco! Al banchetto, alla tomba, sorridenti, consci, vòlti all’aperto, hanno lavorato bene, la loro paga è questa mia timorosa frescura”.

Sillogismo dialettico-morale



Se l’amore è un sentimento: se è solo un sentimento; se coincide con il sentimento che di solito auroralmente l’accompagna: allora il “debito amore” di cui parla Dante a proposito delle nozze è maschera sociale, catena mentale, una contradictio in adjecto, un mostro, perché nessun sentimento può essere un dovere. Ma Dante, esperto conoscitore dell’amor che move il sole e l’altre stelle, dell’amore che lega in un volume ciò che per l’universo si squaderna, dell’amore per lo cui caldo nell’etterna pace è germinata la Candida Rosa, non può intendere in questo senso l’amore sponsale – neanche quello di un pagano temerario, errabondo, mercuriale. Dunque, l’amore non è un sentimento.

venerdì 5 marzo 2010

Hallevay she-ya‘amod!



Il midrash ausculta le inquietudini, le fratture, i cedimenti geologici dello Scritto: e lo fa con angoscia concentrata e luminose sprezzature. Quando leggiamo l’immortale poema di Genesi 1, il wayyare Elohim ki-tov per noi è: “e Dio vide che era cosa buona”; un atto contemplativo che termina e perfeziona l’atto della volontà e della potenza. Ma l’esegeta midrashico sente qualcosa di drammatico, lieve e periclitante al tempo stesso nell’edificio del Bereshit: e quella formula gli porge anche e soprattutto un’altra risonanza: “e Dio verificò che andasse bene, che fosse a posto”. L’opera creatrice di Dio in ebraico è una mel’akah, termine in cui è la stessa radice di mal’akh, messo, angelo: un’opera che si esegue dietro l’ordine di qualcun altro – e chi poteva mai essere questo altro, se non lo stesso Dio, ma un Dio uni-molteplice, come suggerisce delicatamente il plurale Elohim (lui-gli-dei)? Alle dipendenze di se stesso, l’Operaio controlla ad ogni fase del lavoro che le cose stiano procedendo come si deve: saggia, misura, prende le distanze, palpa. Secondo il midrash, se ne sarebbe uscito con un ottativo memorabile, quasi umoristico: hallevay she-ya‘amod, “magari durasse!” (ottima la traduzione di Moni Ovadia: “speriamo che tenga!”). In fondo è questa la risposta ebraica ai dualismi gnostici temperati o radicali: Dio è il Demiurgo di se stesso, ma non se la canta e se la suona nella solitudine tenebrosa di un cominciamento immaginario; al contrario, si ritira, fa spazio all’universo, sfolgora nella sua sapientissima debolezza come un operaio-ingegnere che controlla la casa che sta costruendo e spera che tenga.

Ricordo del Leone



Stupendo finale del processo ad ‘Omar al-Mukhtār, il vecchio maestro coranico che aveva guidato la resistenza libica contro l’occupazione fascista, finendo per scontrarsi con lo schifoso Graziani. “Chiesto al giudicabile se ha altro da dire a sua discolpa, ed ottenuta risposta negativa, il Tribunale si ritira in Camera di Consiglio. Dopo mezz’ora rientra nell’aula ove tra un religioso silenzio il Presidente legge la sentenza con la quale ritenuto Omar el Muchtar responsabile dei reati ad essa ascritti lo condanna alla pena di morte. Avendo l’interprete tradotta la sentenza al giudicabile questi dice: ‘Da Dio siamo venuti e a Dio dobbiamo tornare’ [Innā li-Llāhi wa-innā ilayhi rāji‘ūn, propriamente: ‘In verità noi apparteniamo a Dio e a lui facciamo ritorno’], al che il P. M. soggiunge: ‘Va bene, carabinieri, portatelo fuori’”.
Questo è il vero eroismo del jihād: privo di tragico, o quasi, avvolto nel mantello di una severa e quieta misericordia. L’ansia micidiale dell’islam è l’ombra avvelenata della sua nuda e semplice forza abramica. La vitalità dell’ebraismo e del cristianesimo è più sfrontata.

Quale dio



Quando da bambino vedevo dai finestrini della nostra automobile la scritta DIO C’È, a pennarello o spray, campeggiare sui cartelli stradali e pubblicitari, pensavo che quella professione di fede infantile, e tutto sommato simpatica, attestasse più che altro l’esistenza di una qualche solida prova a posteriori di cui il banditore on the road s’era, non che accontentato, addirittura esaltato. Non molti anni più tardi venni a sapere che quelle parole erano un segnale in codice per informare della reperibilità di eroina nella zona. La storia di quella scoperta è stata da allora, per me, un’immagine chiara e brutale della storia di caduta dell’uomo: da essere che officia la celebrazione aurorale, ignorante, pubblica del divino, ad essere che si inietta idoli feroci in solitudine, seguendo il richiamo di pusher irridenti.

giovedì 4 marzo 2010

Nota esegetica sull'uomo di campagna di Kafka



Il contadino ignorante davanti alla porta della Legge pensava di dover essere autorizzato ad entrare. Dimenticava la propria autorità di figlio di re, intimidita dai quattro stracci dell’angelo che custodiva, malizioso e quanto celeste, l’ingresso destinato soltanto a quell’uomo? Sì e no. L’ignorante mostrava una sua saggezza profonda, spirituale, nell’attendere. Nel rimbecillirsi a improvvisare tentativi di corruzione, a contare i peli della barba e le pulci della divisa del custode – questa è, ad occhi apocalittici, la cultura! La storia! Contare le pulci sulla tunica lacera dell’angelo della storia – e cercare di ingraziarselo nel tempo, che sembra sempre più inutile, del già-e-non-ancora. Ma perché resti tempo di attesa, tempo di mezzo, la tensione non può spegnersi, non può placarsi: estenuata, rimbecillita, sbriciolata, sta sempre lì – e mostra nei suoi gesti, sempre sul punto di farsi gesticolazioni da Sibilla nella bottiglia, la Verità che vive custodita oltre la porta, che sfolgora soltanto per quell’uomo, soltanto per la sua morte, per la sua sconfitta. Il contadino ignorante vince sull’angelo, più ignorante di lui, lasciandosi gabbare dalla messinscena sacra della religione, dal gioco inane, terribile, ironico dell’Attesa di Colui che sempre è.

La forma universal di questo nodo



Letto il saggio di Florenskij Gli Immaginari in geometria. San Pavel (così devo chiamarlo) vi espone e argomenta l’intuizione secondo cui il cosmo aristotelico-tolemaico della Divina Commedia non sarebbe una sfera (tridimensionale), ma un’ipersfera (quadridimensionale), “la figura formata dalla riunione di due sfere piene (...) tangenti in qualsiasi punto della loro superficie” (H.-R. Patapievici). Così troverebbero una spiegazione nitidamente razionale molti snodi e passaggi – vere svolte e virate spazio-temporali – del poema che altrimenti, in uno spazio fisico forzato a coincidere con quello euclideo, sarebbero delle rotture fantastiche rinvianti a una necessaria ma invadente prospettiva allegorica; e, soprattutto, così Dante, lungi dall’essere arretrato rispetto a Copernico, risulterebbe addirittura avanzato rispetto ad Einstein. Dopo la lettura, m’è venuta un’idea piccola, semplice e sconvolgente – un sospetto di quelli che arridono dopo aver deciso di chiudere un’indagine disperata: forse tutte le incongruenze, tutti i presunti errori degli antichi non sono altro che le incongruenze e gli errori della nostra misurazione; noi, tridimensionali, appiattiti per oscura volizione e oscura conoscenza sulla mera mortalità, non abbiamo quasi più i sensi per la quarta dimensione, la dimensione del tempo e dell’anima, e così la nostra griglia, applicata sul volto integro dell’icona, lascia sempre fuori i lineamenti decisivi per coglierne l’espressione, è sempre elusa e delusa: e noi interpretiamo questa incommensurabilità come irrazionalità. Approssimativi e lacunosi, reperiamo ovunque nel passato le nostre lacune, le nostre approssimazioni.

mercoledì 3 marzo 2010

Conversazione di una coppia


Non è davanti. Dentro, come l’aria.
Dietro la testa, opprimente, fortuita,
mai al centro. Fugge. Traluce
dalle grate, le crepe, le rotture.
Divertendosi a rompere, fa luce.
Ma parla per questo, perché incrinata
come lui. Non lo rode. Non può
smangiarlo come vento di deserto.
Come l’aria, sì, ma non l’estate
spirante furia, ascesi, compiutezza.
Forse in autunno conosce la gloria
dei contatti precisi e riservati,
e la insegna con pazza modestia.
Lui crederebbe al trucco, allo scompiglio,
al sentore di stanza del romanzo.
Facile. Non è facile un romanzo
quando accenna alla luce donde mosse
l’errante, l’aereo, il vizioso pellegrinaggio.
Neanche lei lo saprebbe. Forse
ci crede, in autunno, forse di sera
al ronzio del suo vero, del suo umile
stupro è d’accordo con se stessa,
col suo pazzo candore, e lo declina.
Luce su luce, errando. È quello il tetto
spaccato, opportuno al riparo,
è quello, sopra, non davanti, l’enigma
interpretato bene, la bellezza.

Filosofia della fuga



- Dove fuggire?
- C’è solo una via: fuggi qui, dove sei, fuggi in ciò che ti accade. Anzi, nemmeno in ciò che ti accade: fuggi lungo ciò che ti accade, come lungo un fiume o un muro, fuggi a cavallo di ciò che ti accade. All’ultima svolta della tua evasione, quando avrai compreso che non c’è nemmeno un buco, che ogni cosa è piena e compatta, non potrai prendere rifugio nel tuo corpo, ché anzi è più denso del mondo, né nelle cavità del tuo cuore o del tuo respiro, o nei tuoi pensieri o nelle tue memorie, o nelle tue immagini o nelle tue speranze: tutto ti si rivelerà omogeneo, estraneo come ciò da cui fuggivi. E allora troverai asilo nell’unico luogo sicuro, troverai pronta una tenda lungo la strada, nessuno te la ruberà perché è impossibile, se non si è errato a lungo, non scambiarla per un crepaccio o una tana di bestie feroci.

Epistola a papa Benedetto XVI



Me scordavo de dì cche ccreò ll’omo...
G. G. BELLI, La creazzione der monno

Papa Benedetto, io ti prego,
– da figlio quasi quasi concepito,
sogno di fetolino suppergiù
abortito, – ti prego, preghiamo
io e te, mezz’ora, per il povero embrione
creato. Pensiamolo in ginocchio.

Embrione è cane, rosa, mica, quanto
non cape nello ius e il fas recinge
con mura di vento. Embrione, golem,
le miriadi di vita senza dritto
né torto, cui solo il debole provvede,
cui solo il santo non rapisce il pane:
grumo la terra sora, che il versetto
lambisce appena e accarezza la sura
con refolo di pace inafferrabile
finché apice e iod saranno eccetera.
Tutto il creato è embrione, grumo, golem,
aurora incerta di persona, non
persona di diritto (come i codici
sempre ci staranno alla gola,
necessari e per questo maledetti,
plagosi pedagoghi, ovvero molli
preservativi al fiotto dell’amore,
al suo seme radioso e strano e torbido).
Preghiamo per l’embrione luminoso,
per il disegno fragile che tutto
è. Non pieghiamo, padre, il grido
altissimo dell’elezione,
lo scandaloso stimma dei profeti,
padre e fratello, non pieghiamo il nostro
sovrappiù difficile di erranti,
il nostro sovrammeno di banditi,
a nuova inaudita sodomia,
al mio che è mio perché non tuo (ricordi?),
al theòrema immondo, perché magno,
di un altro impero ancora, e ancora, e ancora.

Benedetto, perdonami, e perdona
molto, giacché lo puoi:
tutto, fuorché la smorfia incomparabile
della sola creatura che donata
all’essere ne deride il rossore,
ne schifa il tremito, e con larga gioia
studia il trionfo del crocifissore.



NOTE:
“Il mio è mio e il tuo è tuo”, secondo il Talmud, è la middàh (caratteristica, condotta) di Sodoma, anche se la prima opinione riportata è che sia la “condotta di mezzo” (spunto antiellenico?).

Polibio parlava dell’Impero Romano come di un paràdoxon kai mèga theōrema, una straordinaria e grandiosa visione.

martedì 2 marzo 2010

Tsunami, 29 Dicembre 2004


In terre di Dharma
un maremoto è quello che è,
– che cosa?
Qui fra noi
giudeogentili sempre convertiti
a mezzo, sempre per strada, nasceva
la carne di Dio, il sole
in incognito, quello che è.

Dateci una stilla di profezia, quel tanto
per non soffocarne, perché quasi ferina
ci si apprende alle gole, non tanto
da affogarci –
dacci di profezia
una goccia, quello che basti
per stare, per stare di nuovo
sul punto di leggere il Tuo libro.

Riflessioni disordinate su alchimia e magia



I racconti magici, le promesse della magia hanno molti punti di contatto con le promesse offuscanti della tecnica: il desiderio infantile di onnipotenza si lascia ingannare e inganna – eppure, anche in questo caso, la sua radice è pura, geniale. Molte delle imprese magiche narrate nelle fiabe e in certa epica, ad esempio la germanica e la celtica, sono resoconti immaginali, allucinati e in quanto tali più veri del vero: ma come leggerli nel nostro evo che (ri)conosce solo nessi causali di natura meccanica e conferisce uno statuto debolissimo di realtà alle metafore e al linguaggio simbolico? Oggi viene da chiedersi: “Qui si sta parlando di un potere effettivo, riproducibile? L’azione sugli oggetti, sui corpi esterni, va intesa letteralmente come diretta, immediata, o bisogna supporre che per lo più la magia agisse a livello verbale, psichico etc.?”. Sono appunto domande moderne. Ma hanno un fondamento – lo stesso fondamento dell’impresa critica che ha inaugurato la modernità dissolvendo imperfettamente l’evo antico-medievale. Ed è proprio in questa dissoluzione, forse, una possibile chiave. Come l’alchimia opera in modo affine all’omeopatia, trasferendo in ricettacoli o mercuri o sali sempre più puri le essenze sulfuree rese imponderabili dalle reiterate distillazioni, calcinazioni etc. (di qui il gioco metaforico-fiabesco dei nascondimenti, delle morti che preludono a rinascite, in una parola delle tras-formazioni); così forse la magia trasferisce le energie delle parole e dei pensieri, attraverso l’esercizio sorretto da una volontà onnipervasiva, in ricettacoli sottili, in quel molteplice e unitario corpo sottile che è il vero “campo” in cui i fenomeni verbali e mentali accadono nella loro forma germinale, alla loro massima potenza. Le prestazioni concrete, le ricadute dirette sul mondo esterno al corpo dell’operatore, come la telecinesi etc., andranno forse paragonate alla trasmutazione dei metalli vili in oro, telos (non absolute, però) dell’alchimia senza dubbio, ma anche esito razionale e istantaneo di un lavoro indefesso. La trasmutazione in oro è la prova indiretta del conseguimento della Pietra: i poteri magici sulla natura testimoniano che il corpo del mago è diventato alchemico, che il suo corpo sottile “tinge” e penetra in grande misura il corpo organico, grossolano. In entrambi i casi, lo stesso effetto può essere eventualmente raggiunto in modo diabolico, grazie a una volontà animata solo dalla ricerca di potenza che ha seguito i procedimenti “giusti” intuendoli gelidamente, mortiferamente, senza alcuna connessione con il loro cuore, con la loro origine santa, integra, benedetta. Anche in questa prospettiva, però, sembrano restare delle differenze: alla fin fine la produzione dell’oro, per quanto accidentale (ma si tratta di un accidente inseparabile), sembra vada intesa anche letteralmente; molte delle mirabolanti imprese magiche narrate dalle fiabe etc. sembrano invece rimandare al mondo delle “immagini sospese”, al mondo immaginale che è più vero del mondo fisico ma non può – ancora – compenetrarlo se non a tratti e in forma appunto “omeopatica”. Così lo sciamano si getta in avventure allucinatorie, in scenari immaginali che “accarezzano” la lettera del mondo fisico: la metamorfosi in animale, l’invisibilità etc. Eppure certi prodigi vengono riferiti con la stessa asciuttezza di una cronaca ordinaria: ciò attesta, ancora una volta, una forma mentis diversa o qualcosa d’altro? Personalmente sono disposto a intendere anche “letteralmente” un racconto di levitazione e di bilocazione, ma faccio fatica a trattare allo stesso modo il resoconto della “trasformazione” (proiezione del doppio) in un animale, l’invisibilità, un evento telecinetico di grandi proporzioni etc. Del resto, i grimoires promettono raramente esiti così spettacolari: si parla di attrarre e dirigere influssi, corrispondenze, di intervenire sulla psiche umana e animale, a volte di educare il corpo sottile, la sua aura di luce e dynamis mercuriale, a protendersi verso gli oggetti prossimi etc.

Un uomo buono


Un uomo buono non
scampa ai disastri (la Bibbia
sa tutto), ma perché diciamo
che li lascia così come sono,
intatti? A me risulta
che la sventura, cui non scampa il buono,
solo letteralmente scampa al buono.
Se leggiamo il capitolo, con l’occhio
acutamente flessuoso, in grado
di baciare i margini, pur da lontano,
la nota calda, leggera, che risuona
dalle sfere che macinano in cielo
le sofferenze (ricordiamolo, la Bibbia
non capisce Pitagora), la nota
suonata con rigore sui nervi
e sui polsi del buono disastrato,
sazia la fame con più fame, vola
poco sopra le pietre, e soprattutto
illude il disastro con finissima
misericordia, come un bimbo. Un uomo
buono non lascia buoni i disastri.
Un uomo buono non è un letteralista.

sabato 27 febbraio 2010

Intrecci del Logos: due passi nel labirinto



Note sui paradossi e sul rapporto limite-illimitato

I.
Paradosso del Sorite: quanti chicchi ci vogliono per fare un mucchio? Esiste un numero al di sotto del quale la forma ‘mucchio’ non appare? Se sì, la differenza tra mucchio e non-mucchio è di un’unità? Oppure di quante?
Il continuo scontro/armonia di intuizione e astrazione costituisce la totalità della nostra vita percettiva ordinaria. La forma-mucchio è intuitivamente indistinta, un apeiron, ma un concreto mucchio è comunque numerabile, è un insieme casuale, una totalità confusa, un uno-molti sui generis. Siamo soliti contare gli elementi che compongono piccoli insiemi, ma oltre una soglia difficilmente determinabile solo certi pazienti neurologici – del tipo di quelli studiati da O. Sacks – riuscirebbero a “vedere” il numero di un soros di oggetti senza contarli in successione. Il paradosso stoico si avvale evidentemente della nozione confusa, in un certo senso apeiron, di “mucchio”: si potrebbe anzi dire che chiamiamo “mucchio” un insieme intuitivamente grande e che non dobbiamo o vogliamo sottomettere all’arithmos; eppure l’osservazione non suona risolutiva. In fondo è quasi come chiedersi: qual è la statura minima di un uomo normale, quella sotto la quale si dev’essere considerati nani? Qui però, oltre alle limitate-limitanti condizioni e consuetudini di una data collettività, la forma-nano e la forma-uomo normale trovano un discrimine nelle implicazioni morfologiche generali (il nano non è solo un uomo in miniatura, è caratterizzato da acondroplasia o dal sottosviluppo del nanismo ipofisario etc.). La forma-mucchio è ben scelta proprio per la sua refrattarietà alla forma in senso forte: mucchio è un insieme indistintamente grande che percepiamo come informe; non c’è una ‘mucchità’ suggerita dalla natura, come invece in tutti i casi in cui la materia si accompagna ad una forma che le imprime un’organizzazione, una vita unitaria.

Qualche nota per dare uno sfondo meno logico e più ‘orientale’ al paradosso di Epimenide.
Epimenide di Cnosso era uno sciamano: la sua impresa più celebrata fu un lunghissimo sonno catalettico in una caverna, come quello dei sette dormienti di Efeso. A proposito di Efeso, escludo anzitutto che l’effato “Tutti i cretesi sono menzogneri” sia un’uscita eraclitea, da profeta sdegnato. ‘Mentire’ in greco è pseudesthai: ma al di là dell’accezione morale e logica, pseudos indica anche (nei Pitagorici e in Platone, ad esempio) la “finzione” quasi in senso borgesiano, qualcosa che non è né vero né non-vero ed è al contempo sia l’uno che l’altro, e può avere, se ‘abilmente’ orientata, una decisiva funzione psicagogica[1] (condurre l’anima, attraverso il pathos delle emozioni, ad un primo gusto della Verità). Insomma, un po’ come la ‘verità convenzionale’ nella Madhyamika: si ‘salvano le apparenze’, si dà per buono che lì esista un cane, qui un albero etc., per la loro ‘efficacia’, come quando si dice ad un bambino privo di madre la parola ‘madre’ (così in un testo della scuola). Ora, se le cose stanno così, che Epimenide abbia detto “Tutti i cretesi mentono” o “Io mento”, si tratta di due versioni dello stesso “paradosso”: io mento, ma nella misura in cui mento (nel senso pitagorico-platonico-madhyamika) dico anche la verità, eppure non la dico. Ricorda vagamente il paradosso stoico del Velato, che o è un sofisma piccolo piccolo, o un’allusione a questa più sottile nozione di verità: ‘Conosci questa persona velata?’ ‘No’ ‘Le ho tolto il velo: la conosci?’ ‘Sì’ ‘Dunque conosci e non conosci la stessa persona’. In fondo, tutto è già contenuto nella parola rivelare: tolgo il velo – velo di nuovo.
Ma torniamo all’Epimenide come paradosso logico, come paradosso della verità logica.[2] Merita di essere esaminato insieme all’altro capolavoro della Stoa, quello del Coccodrillo. Ovviamente un paradosso logico non è soltanto un paradosso logico, ma anche una kafkiana porta della Legge, un accesso negato e offerto ad un livello superiore di esistenza e conoscenza.
Epimenide è stato uno degli eroi della sophia arcaica in Grecia: in un certo senso, il paradosso a lui attribuito ci ri-vela il grado zero del logos, il suo stadio germinale, da cui si ramificano tutti i labirinti possibili-necessari. ‘Io dico di non dire il vero’ – ‘la proposizione A afferma che la proposizione A è non-vera’ – A=non-A. La verità, una volta detta, non c’è più, secondo la saggezza popolare: cioè si dice (!) che ogni dire la verità (ogni suo logos) è anche non-verità nella misura in cui pretende di porsi come verità – ed è verità nella misura in cui non si pone come tale, in cui si pone come non-verità. Non solo, come sostiene delicatamente-vertiginosamente Borges, l’infinito è un concetto che corrompe tutti gli altri, ma il concetto di Assoluto fa esplodere ogni discorso, perché già un ‘concetto di Assoluto’ è in sé aporetico. Si può dire (Florenskij suggerisce qualcosa di simile) che A è A solo in quanto è – consapevolmente – non-A, e cioè che Epimenide dice il vero solo nella misura in cui mente sapendo di mentire: un po’ come nel koan in cui A chiede a B: “Come ti chiami?” e B “Mi chiamo A”; A “Ma A sono io!”; B “Il mio nome è B” ed A scoppia in una risata/satori.
Nel caso del Coccodrillo, la bestiaccia, dopo aver rapito un bimbo, se lo porta nella tana, un canneto su un isolotto al centro di un lago. La madre l’ha inseguito trafelata, è sulla sponda, vicina al suo piccolo e insieme lontanissima. Il mostro è un impensato avatar di Apollo, a quanto pare, perché invece di sbranare la tenera preda in animalesca indifferenza per le grida della donna, le propone un enigma, con quel suo sorriso preistorico e raggelante: “Se indovinerai che cosa farò, ti restituirò il bimbo, altrimenti me lo mangerò qui davanti a te”. La donna, nonostante l’orrore, attinge dentro di sé ad un archetipo che non è nemmeno apollineo, l’archetipo di una dea maga che pietrifica il cosmo intero: “Tu non mi restituirai il bimbo!”. A questo punto, il rettile è en aporia: in una strada senza uscita; ma anche la madre lo è, perché ha come congelato la scena in un perpetuo anello insolubile. Se il coccodrillo non restuisce il bimbo, la madre ha detto il vero, quindi deve restituirglielo; ma se glielo restituisce, la madre ha detto il falso, quindi non deve restituirglielo.
Molto graziosa la versione da turista americano, escogitata dal matematico Rudy Rucker: in visita alla Bocca della Verità di S. Maria in Cosmedin, ha infilato la mano nella famigerata fessura e ha detto: “Io non ritirerò la mano”.
Un dio, o un mostruoso semidio, o una macchina che pretenda di verificare la verità di quanto dico – la mia veridicità – viene messo in scacco insieme a me (siamo messi in scacco in modo interdipendente, perché la vittima dell’aporia è, impersonalmente, la verità stessa di quello che stiamo facendo qui ed ora) se io arrischio me stesso, in una specie di aikido logico molto apollineo, enunciando ciò che mi nega, il contrario di ciò che ci si aspetta dovrebbe salvarmi. In realtà, così facendo, io (madre o turista) vinco sottilmente la sfida, perché mostro al guardiano della verità che non sa sciogliere questa crisi della verità: l’unica soluzione narrativa sarebbe o un’autodistruzione per collasso del coccodrillo, della Bocca e della macchina della verità, oppure, come in un ideale racconto zen su un dialogo tra un saggio e un demone, ricevuta la stoccata l’altro potrebbe salire ad un livello superiore di comprensione insieme a me, suo nemico.

[1] Un esempio tipico sono i cosiddetti “miti” nei dialoghi platonici.
[2] La Verità spirituale accetta ed anzi benedice gli Epimenidi. Una storia chassidica parla di un uomo che va dal Rebbe e gli confessa piangendo: “Io mento, mento in continuazione”; poi si copre il volto e dice: “Ah, neanche questa è la verità!”, e cade a terra. Il Rebbe esclama: “Come cerca la verità quest’uomo!”. Lo fa rialzare con dolcezza, e gli cita un versetto biblico, dai Salmi: “La Verità sorgerà dalla terra” (terra, humus, humilitas).


II.
Casi di illimitato: l’utile in economia e il gusto nell’estetica (J. Ruskin). L’utile è in se stesso incircoscrivibile, inconoscibile, implica la propria autoconfutazione: più si cerca l’utile in quanto tale, meno lo si trova (Leopardi: questa età è stolta, folle, perché chiedendo l’utile non vede diventare la vita sempre più inutile). Il peras che dà ordine e misura a questo apeiron è la giustizia, come nel saggio antiutilitarista del Manzoni. Non dissimile l’idea socialista di Polanyi: l’economia reale è sempre embedded (inserita, incorporata, radicata) in una data società. L’idea di ‘libero mercato’ è apeiron, e conduce a paradossi come: cresce la ricchezza del Paese, nonostante i lavoratori vivano sempre peggio. Ma poiché l’illimitato senza limite è naturalmente impossibile, il peras che informa un’economia utilitarista è o lo specifico interesse di una classe (diagnosi binaria, ‘marxiana’), ma ciò si autoconfuta a sua volta, perché il vero utile separato è una chimera, come si è visto; oppure, più profeticamente, è quello Streben distruttivo-autodistruttivo che regge in assurda esistenza l’apeiron eletto a legge universale (Kafka: De Sade è il patrono della nostra epoca). I paradossi del gusto rimandano a quelli pitagorici-platonici del piacere (Filebo, come il paradosso della potenza viene enunciato nel Gorgia), inseparabile dal bene ma ad esso ordinato. Chi può fare un calcolo del piacere, se non in ordine ad un’idea di bene a cui il piacere stesso può quindi essere sacrificato? Al tempo stesso, però, un bene privo di piacere è una sorta di dimostrazione per assurdo, una crux, che rimanda comunque alla piena attualità di un bene gustato con sensi perfetti (come la ‘volontà di Dio’ è in rapporto dialettico con la ‘volontà propria’: un uomo avvinto ai pathe non ‘sente’ la volontà divina se non nel cozzo con la propria o nel rapporto accettato – obbedienza – con un’altra persona che gliela media; ma man mano che si accosta all’apatheia, la visione interiore gli porge la volontà divina nella semplicità del suo stesso cuore – quindi, di chi è questa volontà liberata?). Filolao dice che l’armonia è dicha phronunton symphronesis, “il pensiero-percezione comune di enti che pensano-percepiscono separatamente”: piacere e bene, utile e giustizia si armonizzano (si realizzano, perché tutto è armonia) quando il limite, imponendosi all’illimitato, prende in questa congiunzione la vita e il ritmo del logos, che è duttile e ordinato come il numero. In fondo, ricorda Agostino, è sempre questione di ‘piacere’: “Gode il beone all’osteria, gode il martire fra le catene”; ma il piacere del martire, per non essere sterile voluttà di autoaffermazione, dev’essere sentito da sensi rinnovati, da un’interiorità che il limite ha purificato.
L’armonia, però, è anche – almeno per noi moderni – un problema: l’aggiogamento della polarità originaria genera l’equilibrio, ma anche la mixis, la mescolanza che angosciava i manichei. Stupendo aforisma di La Rochefoucauld: se l’uomo fosse del tutto cattivo, sarebbe meno pericoloso. Ancora più bella l’intuizione di Proust: i sadici veri, quelli che godono della sofferenza altrui in quanto tale, sono rarissimi; nella stragrande maggioranza degli uomini, il gusto di infliggere dolore deriva dall’idea di far soffrire un malvagio (da un’idea di giustizia, di bene!). Così il piacere puro, come insegna benissimo Epicuro, è indissociabile dalla quiete interiore di chi ha ridotto i desideri e le avversioni e gusta il momento presente in anima e corpo: dunque da un’ascesi che, in quanto tale, è orientata ad un limite, o meglio a un’armonia di limite e illimitato, un bene piacevole, un piacere buono, una symphronesis in cui la separazione tende allo zero. (Interessante: Epicuro parla di loghismos, “calcolo” dei piaceri, non certo nel senso settecentesco, ma forse con un consapevole riferimento alla logistica o arte del calcolo pitagorica, in cui le grandezze incommensurabili, e quindi i numeri irrazionali, vengono calcolate per approssimazione crescente).

giovedì 25 febbraio 2010

Foglietti di Quaresima


In molti occhi
sfavilla il mio digiuno
cantano le sere degli uomini
in poche strette di mano
solo sognate solo intraviste
nelle penombre sfinite
sorrisi appena umidi di messia

* * *

Concepisci il termine
e poi generalo
nessuno fende la folla
qualche passo accenna alle vite
che usciranno da noi


* * *


la canora invenzione della luce
è stata solo un intermezzo
tu attendi ancora con me
l’ingresso su un asino e una mensa

* * *

sono troppo niente
per esserti giusto nulla
ho ancora forza per moltiplicare
le note al margine
della ghianda di scrittura

ho ancora

Proverbi del Purgatorio



- Il senso di colpa, spartito, è la beatitudine.
- La solitudine, mangiata insieme o gettata sulle acque, è giustizia.
- La perversione, benedetta e confutata, diventa la pietra angolare della tua casa.
- Chi striscia sulla terra, si confonde con la polvere; chi guarda verso il cielo, s’incenerisce: e chi è polvere e cenere, cade nel grembo del Padre come un bambino che gioca.
- Chi va con lo zoppo, disimpara a credere di poter camminare.
- La speranza è la prima a morire, e quindi la prima a risorgere.
- Pentola intronata dura cent’anni; anima intronata dura in eterno.
- Meglio un giorno, che cento.
- Le tigri dell’ira sono più sagge dei cavalli dell’educazione; ma le une e gli altri dovranno saltare nel fuoco con tutta la loro grazia.
- Meglio un peccato oggi, che una virtù domani.
- La spina nella carne resterà nella Rosa.

Ultrascandalo



Dopo aver letto La ginestra, ogni volta, sprofondo nel mistero come una pietra. Ci difendiamo dalla natura: ci difendiamo dall’angelo. Ci difendiamo da Dio, giacobbi senza fardello di storia profetica, ai tanti guadi di Yabboq che quasi ogni ora della vita ci fa trovare sui nostri passi. Sì, la natura è malata come l’uomo, e la presenza di Dio non vi è mai immediata. Nel midollo sofferente e tarato della natura, Dio è presente come la alef nella parola het, peccato: fra la prima e la terza, e ultima, lettera, mediano, quiescente, cioè muto. E, muto, sostiene, rende dicibile il verbo ambiguo, pagano della natura. Pagano, sì: la natura è sorella, ma la sua sororalità ci gioca, ci sfugge, ci delude, sempre demonica, sempre più leggera di noi – ogni suo enigma è l’impronta mitica, fantastica, di un mistero divino. Accettiamo le malattie e le curiamo, amiamo e uccidiamo l’uomo che ci viene incontro per ucciderci, pariamo il braccio al colpo del fratello, ci teniamo lontani dalle zanne di frate leone. Questo non mi scandalizza: Dio è fra me e il fratello, in me e nel fratello, piange forte nel torturato e piano nel torturatore; ride anche, nel torturatore – ma non del riso che crede di ridere lui. Non è indifferente alla qualità di quel riso, visto che ha deciso ab aeterno di patire nelle carni della sua vittima: ma è questo, questa misteriosa misericordia, che per così dire mi ultrascandalizza, mi lascia senza fiato, senza nemmeno il fiato per scandalizzarmi. E dove fiuto più intenso, più concentrato il mistero, è in quel corollario della Rottura originale, nel difenderci da ciò che è più noi di noi stessi, dallo straniero che viene ad insegnarci, a consegnarci il nostro vero nome.

mercoledì 24 febbraio 2010

Zenone e lo stupore radicale



Che vuol dire che i paradossi esprimono il buon senso, quel fondo comune della conoscenza-esperienza umana? Eppure tutti sappiamo che Achille piè veloce raggiunge la tartaruga in mezzo balzo: solvitur ambulando, l’enigma si risolve semplicemende camminando, agendo, come nelle barzellette antiche sul fisico che si mette a passeggiare davanti a Zenone finché questi non sbotta: “Ma sta’ un po’ fermo”, e l’altro, mitemente trionfante: “Dunque ammetti che mi muovo!”. Ma le cose stanno proprio così? Intanto, diciamo subito che chiunque comprende aporie come quelle zenoniane e al contempo ne sente il fascino arcano. Inoltre, se davanti ai movimenti particolari la maggioranza propende per la soluzione ad evidentiam (“Guarda un po’ se non l’ha raggiunta!”), di fronte ai movimenti generali e soprattutto più interessanti per l’ego la perplessità affiora: la vita è iniziata in un momento preciso e finirà nell’ora omega? Che vuol dire: sto per morire, o: quell’uomo è morto? Sono davvero passati degli anni da quando ci siamo lasciati? Si dice che una donna non possa essere ‘quasi incinta’; ma com’è possibile che nell’istante x la signora A non sia gravida (=la vita B non esiste ancora) e nell’istante y lo sia (=la vita B ‘è iniziata’)? Eppure, quando la mente si stacca, per lucidità e sofferenza, dalla passività in cui il più delle volte si avvolge, il ragionamento si fa stringente. Ai bambini diciamo “Il papà è partito per un viaggio”, invece che “È morto”, e sembra una misericordiosa bugia: ma cosa sappiamo della morte se non che, avendo visto e sentito Tizio per diverso tempo, ora dobbiamo probabilmente aspettarci di non vederlo e sentirlo come lo vedevamo e sentivamo prima? E cosa sappiamo della nascita, se non che la cicogna ha lasciato tra di noi un essere bello e pronto? Noi diciamo che Tizio è “arrivato al capolinea”, ma anche che “la morte l’ha raggiunto”: chi si è mosso verso cosa?

Qohelet


Disse il Raccoglitore
figlio di Davide –
Alito di aliti,
caligine di caligini,
fumo di fumi – tutto è fumo,
– ogni cosa
si riaccosta alla sua infondatezza,
al suo nudo additare,
al suo bene e al suo male,
che per noi carne d’uomo
è tormento e violenza.
Sorgono i soli e gli imperi
si lasciano bere
fiumi ed eroi
il saggio con gli occhi in testa
e la bestia con gli occhi
nelle zampe hanno un unico peso
un’unica levità.
Accumuli argento e pensieri
lotti con Dio e con la donna
la tara congenita del tribunale
complica il riflesso delle tempeste.
Se smetti di guardare
e mangi il tuo pane
e lo getti sulla faccia
delle acque obbedienti
se spartisci il tuo piatto di tenebra
col gatto e il topo
e persino col re
il fumo di fumi che sei
la cerca di vento che ti punge
tutto si riaccosta
tutto ritorna
ad additare
appeso al nulla – no, ma penetrato
dal suo mistero di debolezza
dalla sua inafferrabile
iniziazione al vento
dal suo inesorabile
apprendistato
alla fragilità. Soffio
di soffi, disse
il Raccoglitore,
tutto è soffio, disse
il Disseminatore,
figlio di Davide.

martedì 23 febbraio 2010

Fiabe per l'occhio strabico dell'anima



I racconti dei casi curati dal grande neurologo Oliver Sacks sono, grazie alla sua visione compassionevole, meticolosa e accogliente, delle fiabe in cui al posto dell’incantesimo, dell’orco, del castello e della zucca fatata incontro l’encefalite letargica, la sindrome di Tourette, l’autismo, l’acromatopsia e la perdita della propriocezione. Penso, tra le altre, alla legatura arcana, finissima, delicata e terribile che irretisce l’autistico: come Temple Grandin, la brusca e devota zootecnica la cui missione sin dall’infanzia è lenire le sofferenze degli animali nei mattatoi con macchinari ingegnosi. Temple sostiene l’intima parentela della mente autistica con quella animale: incapace di generalizzare, puntuale, humeana, ma anche nudamente poetica, tutta volta all’ostensione, all’obbediente misura. Perfetta la sua immagine di spaesamento radicale: “Molto spesso mi sento come un antropologo su Marte”. In altri tempi si sarebbe detto: è un’idiota, e sarebbe stato un riconoscimento spiritualmente decisivo; perché l’idiota è Cristo, e Cristo è l’icona del Padre. Ma per l’anima è forse più importante lo sguardo fenomenologico, limpidamente fantastico, che vede e nomina (superando con l’attenzione soccorrevole e la scepsi cordiale le disumane classificazioni cliniche) le sfumature, i rilievi, i cedimenti, la sensuosa e tenera e sacra molteplicità del paesaggio della malattia; o per meglio dire, questa è una preziosa opportunità, una vocazione altissima del nostro tempo di miseria ed evacuazione: congiungere spirito ed anima, l’occhio semplice del medievale che scorgeva infallibilmente il Messia nell’emarginato e l’occhio strabico di un neurologo che conserva l’antica sapienza umana, l’antica sapidità creaturale negli abissi del cuore.

Dall'archivio segreto della dinastia abbaside



Il funzionario Husayn ibn Shamsi ’l-dīn al-Isbahānī al Principe dei Credenti al-Ma’mūn.

Il tuo servo ha il dovere di informarti che tutto è pronto per l’esecuzione del piano. L’esecrabile setta dei Dualisti ha le ore contate. Quando si riuniranno nella casa di ***, alla periferia di Samarra, e il loro capo starà per prendere la parola, il nostro infiltrato, lo shaykh ***, che ha conquistato un credito notevole presso quegli scriteriati, chiederà il permesso di fare una rivelazione di gravità inaudita. Quindi accuserà davanti a tutti il luogotenente ***, contro il quale abbiamo costruito per mesi dei falsi documenti, visto che non siamo riusciti a trovare nessuna crepa nell’indegna lealtà di quel fanatico; in realtà il materiale raccolto fa riferimento alle azioni del giovane ***, il figlio primogenito del loro capo. Questi infatti, da almeno un anno, sta avendo abboccamenti segreti con quell’ufficiale della tua guardia che ben conosci, quel maledetto circasso che assaporerà insieme, molto presto, la tua giustizia e il proprio sangue velenoso. Quando l’assemblea udrà una simile denuncia, formulata da una persona tanto autorevole e solitamente così umile e taciturna, non tarderà a scagliarsi contro l’uomo che poco prima considerava padre e maestro; nel frattempo il giovane ***, ascoltato il resconto esatto e puntuale del proprio tradimento, cercherà una scusa per assentarsi e manderà in tutta fretta un messaggio al suo compagno di nequizie. Io stesso ho predisposto le cose in modo che possano finalmente incontrarsi sotto l’occhio sgomento del padre, il capo della loro setta, il cane immondo il cui nome fa fremere ogni buon musulmano. Il seguito del piano lo conosci già: mi limito ad aggiungere che, domani sera, i pochi eretici che saranno sfuggiti ai ferri del carnefice vagheranno nel deserto come sciacalli, ma affamati della propria morte e non dell’altrui.
Detto questo, poiché nel nostro ultimo incontro hai chiesto la mia umile opinione sullo stato generale delle cose, io credo che l’islam stia per tornare, secondo il detto del Profeta, com’era ai suoi inizi: esule. Non fraintendermi: i tuoi trionfi contro la miscredenza e lo scisma rafforzano l’unità, la spada nella tua sinistra pota l’albero e l’acqua della grazia nella tua destra lo nutre. Il mondo non è mai stato retto e felice come sotto il regno del califfo al-Ma’mūn. Pure, io devo dirti ciò che vedo, come faccio sempre: e ciò che vedo è appunto questo. Il destino di Ismaele ci chiama, con le sue seduzioni e le sue miserie. Non voglio dire che la comunità sarà di nuovo piccola e perseguitata, o che ridiverremo dei nomadi del deserto, in cerca di oasi e di giustizia. Le cose ultime sono come le prime, ma non gli assomigliano mai. La religione prenderà rifugio nel segreto, anche se la sua professione non lesinerà grandezze e splendori; l’obbedienza aggirerà la legge abbracciandola, perché la vedrà sempre più impaurita e gelosa: lo spirito si raffinerà nelle tombe degli umili, e l’arcangelo Gabriele metterà alla prova molte solitudini. L’unità si schianterà senza rumore, proprio perché è stata così ardentemente, così generosamente conservata e difesa. Di nuovo la fede frequenterà le stanze degli inquieti, le grotte degli sradicati, i polverosi sentieri dei viandanti angosciati. Il mio Signore voglia perdonarmi se ho osato parlare con troppa libertà. La mia tristezza non dev’essere una nota stonata nell’inno della tua vittoria, né lo potrebbe, del resto. Considerami sempre il tuo servo devoto, Husayn, il figlio del tuo servo devoto, Shamsu ’l-dīn, il convertito, l’ombroso purosangue di Isfahan.