Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



mercoledì 10 febbraio 2010

Ad un amico, sulla rivoluzione



C’è un paradosso nel cuore dell’idea di rivoluzione, della forma-rivoluzione: ne ha ben visto il tragico nodo, con il portato di pensiero di un’esperienza squisitamente moderna, Büchner nella sua Morte di Danton. Di per sé la rivoluzione è una violazione del wu-wei, un’espressione di hybris, il tentativo di imporre un’idea limitata, un’idea col suo logos astratto (un’ideo-logia), al tessuto vivo dell’universo e dell’umana vicenda nel tempo. La rivoluzione paradigmatica, che forse è l’unica davvero riuscita della storia, quella cristiana, ci insegna che il principio della rivoluzione è la revolutio, il ruotare intorno a se stessi, la reformatio come mutamento radicale di forma (dall’uomo vecchio all’uomo nuovo). Ricordava opportunamente Zolla che il segreto di ogni rivolgimento culturale-sociale è nel Magnificat, col suo exaltavit humiles: non sono le armi, la rivolta, l’azione-intervento a cambiare il mondo, ma i poveri, gli emarginati di una specifica società, di uno specifico assetto di potere, che (e se) con la loro stessa vita testimoniano il novum, la differenza fondatrice di un nuovo ciclo storico, di una nuova cultura. Cultura è cultus, la paziente coltivazione in accordo col tempo: e Dio esalta gli humiles, quelli che stanno a terra, rasoterra, quelli che partono dall’humus, dalla terra fertile, che sono come terra. Eppure, non possiamo fermarci qui – ecco il colpo di gong del tragico, che rende impossibile ogni ottimismo, come del resto ogni pessimismo: a un certo punto i poveri, gli umili devono prendere il potere, il potere deve farsi cristiano, bisogna non solo aspettare un Costantino coi suoi sogni e la sua spregiudicatezza, ma anche che la rete amministrativa delle diocesi, protetta dalle armi, dalla politica, eserciti finalmente la plenitudo potestatis cui si è preparata per secoli; e tutto si fa nascondimento ancora più fitto, apocalittico, il Cristo trionfa, il Cristo si rinasconde nei tuguri, nei sotterranei, nell’humus.
Insomma, non c’è rivoluzione che non sia anzitutto e soprattutto una profonda riforma culturale, che parte dal basso, dal piccolo, da piccoli gruppi, da piccole testimonianze: ma la riforma, quando inizia a crescere (sul piano materiale-sociale), a intridere la pasta del popolo, a plasmare un’epoca, inizia a corrompersi, a decadere (sul piano spirituale-ideale), deve venire a patti, rendere i propri esperimenti istituzionali adatti ai grandi numeri, o almeno limitarsi a una data comunità, a un popolo di individui che si conoscono, diviso in stirpi, con memorie condivise, autonomie concrete, miti non troppo remoti. Una parabola che conoscono tutti, ma che tutti dimenticano: primo perché la rivoluzione, col suo afflato di eresia cristiana, col suo fuoco apocalittico, cancella il radicamento riverente, la circospezione saturnina, il sale della saggezza popolare; ma anche e soprattutto perché questi aspetti di croce, di tragica necessità, sono tutto sommato secondari di fronte alle novità autentiche (e raramente presenti alla coscienza quando il processo è in fieri) che la rivoluzione cerca di tradurre in istituzioni, in politica. (Péguy diceva: “Tutto comincia in mistica e tutto finisce in politica”. È una frase che va letta nel modo giusto, ma è così).
Anche oggi è così. Lascio stare, per il momento, ogni riflessione sul marxismo, una filosofia rivoluzionaria europea (sostanzialmente sorella gemella-antagonista del liberalismo) che aveva forse grandi possibilità di trascendersi in un esercizio di critica permanente, e invece per impazienza (il grande morbo rivoluzionario) la si è vista incarnata in grandiose apocalissi asiatiche che preludevano a dispotismi vecchio stile retti da fantastiche elefantiasi di burocrazia totalitaria – oppure in rivolte sudamericane mezze jacqueries e mezze lotte di decolonizzazione che preludevano a satrapie ancor più vecchio stile... Credo che oggi si debba prescindere per lo più dai dogmi marxisti – e rileggersi al contempo le pagine migliori di Karl Marx – e che ci si possa accordare su un pugno di eretici per ripensare il mondo dal basso, dall’humus: io propongo la Scuola di Francoforte, Benjamin, Schumacher, Polanyi, Ivan Illich, Castoriadis – e Pasolini, ovviamente... Ce ne sono altri – non moltissimi: li riconosci dalla solida carità che hanno per l’uomo insensibilmente torturato dalle idolatrie del Brave New World neocapitalistico, l’idolatria del consumo, l’idolatria del lavoro; una solida carità che brucia quasi tutte le loro inevitabili, a volte, astrattezze di professori, di ideologi, di ribelli, di eretici, appunto.

Un saluto.

martedì 9 febbraio 2010

Disimpegno di un burocrate di Ch'u


I documenti che ho controfirmato
per la Sovrintendenza alle Acque
saranno ormai dispersi in archivi
differenti dello Stato.
Amavo le sale e la musica, ora mi piace
prendere le medicine, starmene qui,
annuire alla confusione, esaltarmi
scioccamente ai miei ricordi erotici.
So per esperienza che quanto ho gustato
è il bozzolo tenue di quello che ignoro.

Riflessioni sull'Annunciazione e la Natività



Dicono bene i popoli arcaici: l’unione fisica tra i genitori è causa occasionale della nascita del terzo, del figlio. Il terzo precede sempre la coppia – anche se non nel senso, pressappoco schopenhaueriano, che un uomo e una donna si incontrano ed innamorano affinché la Natura generi un dato individuo. Almeno, non è ben detto. Anche con i platonici – l’anima sceglie il padre e la madre che concorreranno a farla discendere in un corpo e in un’esistenza terrestri – sono d’accordo solo a patto che condividano la mia perplessità. Oggi mi viene da ripetere la sentenza mistico-dialettica di Ibn ‛Arabī: “la causa è causata da ciò di cui è causa”. Qui tutto è reversibile, perché non c’è altro sentiero da seguire che l’ignoranza, lo stupore, il riconoscimento dell’inspiegabilità.
Allora, in che senso il terzo precede sempre la coppia? Non c’è due senza tre: il tre, che si manifesta dopo il due, è già implicito nell’uno, come armonia. Questo è vero anche se non ci sono figli carnali. Ma il figlio carnale, come il figlio psichico, spirituale etc., avviene, viene, si rende presente, ci cerca: e al tempo stesso noi lo chiamiamo, lo invochiamo, gli prepariamo la strada, lo stampo cavo in cui verserà la sua libera, ideale colata. Stampo che, da un’altra prospettiva, sembra pieno: l’intreccio dei condizionamenti che costituiscono l’individuo, in cui l’individuo, tolto l’alone della soggettività, si risolve. Ma è impossibile e ingiusto fare, di chi appare, un oggetto, una collezione di oggetti: anche e soprattutto con la più sottile violenza di considerarlo un’essenza data e incarnata. Perché l’intreccio sia intreccio, perché il samsara sia samsara, occorre ricordare che tutte le relazioni sono reciproche, reversibili, molteplici, che in ogni parte c’è il tutto, che il tutto è connesso al tutto – mistero di giudizio e di misericordia, di samsara come caduta e di communio sanctorum come redenzione, come samsara intimamente redento.
Insomma, tu ci precedi, figlio – non in un tempo immaginario, e nemmeno per via di una priorità logica od ontologica: ci precedi perché è in te e grazie a te che siamo. Non possiamo sfuggire alla nostra destinazione non-duale, più-che-duale: tu ce la manifesti. E, manifestandola a noi, all’universo, sei ciò che sei, sei chi sei.
Nel plasmarsi dell’embrione si addensa e affina tutta l’opera della natura. La debolezza formante del seme, distillato dalle asperità del suo lungo viaggio tenebroso, la ricca e creativa ricettività dell’uovo, in cui il seme sembra negarsi, perdersi, e in un certo senso è così: perché in un certo senso tutto è madre – di nuovo, l’intreccio riempie l’orizzonte, nello spazio non ci sono vuoti. Ma il seme negato, offerto, trova risposta, corrispondenza nella ferita, nell’apertura ancora solo intima dell’uovo: la cui pienezza originaria pare frangersi da un invisibile, ulteriore centro, esplodere a partire da una dimensione superiore, altra. E la duplice negazione, la duplice offerta fa spazio a lineamenti inizialmente caotici, quasi impossibili cioè da isolare, individuare, seguire. Com’è dolcemente e terribilmente tracciata, in questi abissi marini, terrestri, noumenali, l’interrelazione che sempre ci rende perplessi sulla superficie dell’essere, sulla faccia simbolica e rituale dell’essere – quell’interrelazione che porge e confonde l’individualità, che ostende e vela la forma! Così siamo giudicati, così siamo salvati.
Figlio mio, figlio nostro, figlio di Dio, ti penso pensando ad Anassimandro, al suo oracolo di arcaica nettezza: “Le cose da cui gli enti traggono il nascere sono quelle in cui si consuma la loro corruzione, secondo il decreto necessario; essi infatti si rendono giustizia gli uni gli altri per l’ingiustizia, secondo l’ordinamento del tempo”. L’ente nasce alla morte, entra nell’orizzonte mortale: ma se il suo sorgere, il suo apparire, è distacco dalla radice, dalla patria, è per ciò stesso vero che la caduta, l’esodo originario è manifestazione, accesso al gioco della vita, al sogno tramato di simboli. E il suo nascere è solo simbolicamente e ritualmente un inizio, in profondità è un volgersi, un convertirsi – attraverso la corruzione, il pellegrinaggio mortale – al principio da cui si è principialmente staccato. Questa è necessità: filo che lega i mondi, nodo tragico e vitale, collare del giudizio e ampio respiro della misericordia. Questo è il decreto: perché chi nasce ritorna, appare per farsi più intimo, più vero. E il ritorno è giustizia che ci si rende reciprocamente, in quel samsara che è comunione purgatoriale ed embrionalmente paradisiaca, pena del dolore condiviso, della colpa spartita, gioia perplessa della non-dualità, dell’impossibilità della solitudine. Giustizia che rimette in sesto un dissesto originario, profondo, connesso al segreto esultante della manifestazione, quell’uscire che è un grido di spaventosa gioia: giustizia che si esegue e realizza secondo l’ordinamento del tempo, il suo spessore d’anima e di memoria, perché come il decreto di Necessità traccia la linea del diexodos e la curva al contempo nell’epistrofè, così l’ordinamento, la struttura del Tempo è allontanamento dall’aion e suo recupero nei simboli della memoria (Florenskij). (Il diken kai tisin didonai – “rendere giustizia, espiare” – di Anassimandro è l’epistrofè colta nella sua tragicità).

Non devo credere di vedere più di quel che vedo – questa è la suggestione lanciata dai test, dalle ecografie, ma anche, più umanamente e tortuosamente, dalle fantasie, dalle aspettative... – ma far fiorire la visione dal mio non vedere. Come con i morti. L’utero come il mondo, il mondo come l’utero, l’utero come la tomba, la tomba come l’utero, il mondo come la tomba, la tomba come il mondo – non mera fluttuazione, ma migrazione, viaggio. Senti tutte le risonanze della parola trasmigrazione.

Non c’è unione se non attraverso l’immaginazione. Quindi il seme e l’uovo come precipitati dell’immaginazione profonda, della memoria del corpo e del ghenos: il corpo come immaginazione materiata, e il seme e l’uovo come sua distillazione. Ma l’immaginazione lucida, conscia, che parte ha nel concepimento? Forse, nella misura in cui è resa propriamente attiva dalla volontà, dall’intenzione, entra come componente formante, fecondante della fecondazione stessa: ma non bisogna letteralizzare. Nel rito, il corpo prima di tutto: il pensiero deve riappropriarsene, scioglierlo pazientemente e timorosamente negli strati di immaginazione che lo hanno portato alla manifestazione.

lunedì 8 febbraio 2010

Pensieri di un cantore di Isfahan


a Mariella


Ieri al-Mo‘tasim il marocchino ha detto ai suoi amici
reclinati sotto il portico come fra due cacce i gatti
che qualcosa di bello dura nel perdersi di tutto
perché la bellezza è un attributo di Allāh, sta scritto,
ed uno dei Suoi Nomi è il Bello, e Amante del Bello.
Ma a me, che gli ero da presso e m’accordavo il liuto,
aguzza l’attenzione eppure smarrito
come uno stelo quando il tramonto si stempra,
ciò non bastava, forse perché avevo velato
già da tempo il cuore nel ricordo di te:
di te che, pur essendo qualcosa di bello
con precisione che umilia il senso del mio liuto,
hai sortito dal cielo un compito notturno,
di volgere le cose alla loro tempestosa frontiera
come le banderuole della periferia, e in ciò tu mostri
piuttosto l’altro attributo divino, il Rigore.
E allora ho sentito dove andava a parare
l’astuto marocchino coi suoi gattacci indolenti:
qualcosa di bello è prezioso come il respiro e i ciottoli,
prega dietro il velo del mio cuore e del tuo
in accordo col muezzin e la meditazione delle rane,
col ventre saggio dello scorpione, con l’occhio della leonessa,
con il bambino pigro e il suo compagno furioso.
Qualcosa di bello – questo al-Mo‘tasim non l’ha detto,
il tuo ricordo ha ingravidato di sé, nel buio, la lacuna –
ciò che è bello e prezioso non può mai dimorare
nella cosa preziosa che sollevi al tuo cospetto,
e dura veramente nel perdersi di tutto, si perde
con tutto volentieri e non è quindi perduto:
la cosa bella che abbiamo ascoltato
reclinati sotto il portico, è la bella notizia
della bellezza che non ha da perdere
nulla, nemmeno il sentore e la frontiera del nulla
frastornata dal vento, nemmeno la distanza fra me e te
che il velo del cuore, logorato, custodiva.

Riflessioni sparse su sensi e cultura/2



La vista ha un rapporto dialettico col tatto (sin da Aristotele), è un tatto sottile, quasi un tactus spiritualis – così fra i sensi è ad un tempo il principale alleato e la principale ‘vittima’ dell’astrazione. La percezione ordinaria dello spazio da parte dell’uomo è forse la più intrisa di astrazione, le immagini bidimensionali sono ‘immerse’ in una coscienza della tridimensionalità che ne condiziona l’esperienza. La nostra esperienza del mondo non può non essere in una certa e notevole misura tridimensionale, ma la ragione, l’astrazione non è culmine, è mediazione, e se sottratta al suo tendenziale isolamento-orgoglio dalla fede immaginale è tramite e porta ad un’esperienza almeno virtualmente ‘quadridimensionale’, spirituale. A questo miravano le iniziazioni attraverso la cecità, la tenebra rituale: la custodia oculorum presuppone una discontinuità, un’emergenza della visione dal grembo di una tenebra non negativa ma germinale, in cui l’occhio riacquisti almeno in parte la connessione con gli altri sensi, con l’immaginazione e quindi con la propria vocazione spirituale. Un occhio auditivo, tattile, che gusta e in certa misura annusa: che coglie i rapporti geometrici apparentemente non qualitativi come un’impronta di qualità e specificità, come un simbolo, come concreto, attraverso il recupero della funzione sentimento. Accarezzo la distanza, anelo ad essa, mi distendo nella prossimità, la tocco saldamente: l’oggetto lontano e l’oggetto vicino sono comunque ‘parti’, ‘sezioni’ dell’oggetto, non si dà immediatezza perché non si dà separazione, recisione dell’oggetto dal suo e dal mio spazio, dal suo e dal mio tempo. L’esperienza come evento tende a rendere la vita simbolica, rituale, perché così i significati scaturiscono dall’esperimento, non vi vengono giustapposti: non allegorizziamo l’esperienza (che comunque è un utile stratagemma, cum grano salis), ma viviamo nel tessuto simbolico dell’esperienza, nella sua non-immediatezza che ci pone nella luce della totalità più vasta, delle dimensioni superiori.

Riflessioni sparse su sensi e cultura/1



Ricorda sempre questo: all’inizio non ci sono mai principi razionali di diritto e di etica, norme risolvibili in chiara conoscenza, ma sempre qualcosa di simile alle regole di un gioco, gravide della loro spiegazione razionale, del loro commento, ma che sempre lo eccedono nella pienezza, nella totalità del simbolo, del rito. Le ‘leggi’ di una comunità come tessuto simbolico, mediazione tra il mito di uno stato ottimo, di un telos umano-divino, e la condizione presente sentita come irta di ostacoli, deviazioni, dimenticanze: in trasparenza è visibile la meta, ma sempre come totalità individuata, universale-particolare, integrità in cui vi è semplificazione della vita ‘decaduta’ ma non nell’universale in quanto tale, bensì arricchito dallo spessore vivente di quella data comunità come manifestazione irripetibile del divino, come intersezione dinamica, appunto. Difficile, per culture che abbiano valicato il punto della loro crisi, non prestare all’idea di fede e tradizione l’aura dell’ignoranza, l’alone dell’oscurità: lo scoglio del relativismo sofistico è letteralmente qualcosa di decisivo, appartiene al momento tragico di una storia, di una collettività. Per questo solo uno sguardo autenticamente tragico può superarlo e assumerlo, senza lasciarsi corrompere dalla tentazione intellettualistica – “ogni comunità ha i suoi costumi, anche se il fine cui mirano è unico”, oppure, già sulla via del nichilismo, “la molteplicità dei costumi non si fonda sull’unità e sull’oggettività, ma è l’espressione di volontà diverse e irriducibili” –: uno sguardo in cui coesistano lo scarto fenomenologico, l’accettazione del proprio destino individuale-comune, la tensione della molteplicità verso un significato mai afferrabile e disponibile, insomma uno sguardo ad un tempo estremamente purificato e lacerato, meridiano e notturno, ermetico e popolare.

Per riprendere Nietzsche, credo che la sua intuizione sul “giudizio” come spessore dell’apparentemente immediata sensazione sia sempre feconda, purché la si intenda in chiave psicologica (di psicologia culturale, cioè lo studio fenomenologico dell’anima collettiva) e non astratta-intellettualistica. Ogni sensazione è il modo in cui una cultura si incarna, si manifesta in un corpo animato: è il manifestarsi dell’anima all’anima nella specificità (quindi nella forma) di una data cultura, cioè di una data configurazione dell’immaginazione creatrice; è insomma l’epifania contratta, limitata, parziale di un’idea, e il lavoro dell’anima (psicologico e razionale) consiste nell’ampliare la prospettiva, sciogliere le fissazioni, purificare le passioni egoiche. Ogni epoca vede, ode, annusa in modo specifico: la sensazione non registra un mondo di oggetti immutabili, è una finestra dell’anima sull’anima. I Greci non solo vedevano i colori in modo diverso rispetto a noi, ma vedevano in un certo senso colori diversi. Lo spazio così com’è percepito non solo nelle culture arcaiche ma anche in quelle alfabetizzate e plasmate dal pensiero razionale e scientifico, non è lo spazio astratto della geometria euclidea, né tantomeno il piano cartesiano con le sue coordinate: è uno spazio ancor più concreto di quello riemanniano-einsteiniano, curvato dalle molteplici sensazioni, dalle qualità. La mente non colonizzata dall’alfabeto e dalla scrittura non conosce ‘oggetti’ sovrapponibili a quelli conosciuti dalla mente abituata al linguaggio scritto e alla sua logica. Negli ultimi secoli la cultura occidentale ha misteriosamente smarrito l’esperienza e l’espressione di incalcolabili sensazioni. Ogni transito storico in senso forte – la storia come storia dell’anima – ha visto cambiamenti che hanno interessato l’intero tessuto simbolico dell’esistenza umana nel cosmo: cambiamenti sociali, politici, linguistici, filosofici, tecnici – ma il cambiamento che tutti li compendia è quello dell’immagine di sé e del mondo che l’uomo, come singolo e come membro di una collettività, sperimenta nelle proprie sensazioni, nel proprio rapporto sensuale e sensato con il tutto. Non sto proponendo una lettura scettica, nominalistica delle culture, come se queste molteplici e radicali differenze specifiche non avessero un fondamento comune, in virtù del quale le sensazioni di un certo tipo sono comunque affini, imparentate: se così non fosse, non si potrebbe neanche parlare di differenze specifiche. Ma ciò che è comune – ad esempio fra il nostro modo di considerare gli spostamenti e quello, che so, di un uomo del Mediterraneo nel XII sec. a. C. – è da un lato un artificio logico che mi consente di dire e pensare entrambe le esperienze, dall’altro un’unità reale che non posso afferrare se non contemplativamente (l’idea platonica, appunto!): ciò che posso e devo pensare e meditare con tutta l’anima è proprio la differenza, la diaforà, quella specificità in cui abita l’anima, lo specifico modo di muoversi di un uomo della mia epoca (l’epoca delle automobili, degli aereoplani, della televisione) e di un uomo del XII sec. a. C. (epoca di viaggi a piedi, a dorso di mulo, col cielo stellato come riferimento). E così via. Per questo lo studio della storia (in questa luce) è così importante per l’anima.

Disastri



“Non riusciamo ancora a prevenire i terremoti”. “Ancora? Ma davanti a questi eventi siamo impotenti come i nostri antenati: siamo nulla come loro. Perché siamo uomini”. Dico di più, amici: siamo più impotenti di tutti i nostri antenati – perché siamo più potenti. Sì, sull’abisso dell’umiliazione fiorisce ancora, come la ginestra di Giacomo, la pura fraternità inerme: ma non possiamo neanche allearci contro la Matrigna, contro Arimane, perché un terremoto per noi non ha volto. Sì, qualche lineamento sembra affiorare, mostruoso, atroce: ma secondo me non è, se non a tratti, un residuo incontrollato del vecchio sacro, semmai è un barbaglio di sacro nuovissimo, nichilistico, un riflesso del nostro volto, o meglio del volto della Tecnica – una Natura sentita come impersonale, enorme, schiacciante, indifferente... Una Natura da combattere con una Contronatura, speculare, uguale e contraria – un cozzare titanico di forze elementari senza volto... Qui siamo, più o meno. Ed è proprio qui che gli angeli si nascondono – nel duplice senso che qui, in questa condizione d’anima, non possono mostrarsi, e al tempo stesso non possono che essere, che attenderci proprio dove ci troviamo, proprio dove crediamo di trovarci.
Quando riusciremo, se riusciremo, a prevedere il terremoto un’ora, un giorno, un mese prima, il terremoto ci colpirà comunque con altre sorprese. Io potrei avere una rivelazione in cui mi si dice (o disporre di uno strumento raffinato che mi comunica) il momento esatto della mia morte, con tutte le circostanze che lo accompagneranno: per questo la faccia della morte mi riuscirà meno strana e opportuna? Il punto è sempre quello: non è di terremoto, non è di cancro o di infarto o del mio assassino che si tratta. Che cos’è terremoto? Che cos’è cancro? Chi uccide chi? Io ti racconto che mio nonno è morto consumato lentamente da una neoplasia, e che ha esalato l’ultimo respiro dopo due giorni di irrequietezza e qualche ora di agonia: che cosa ti ho detto? Che cosa so della morte di G. C., che amava essere chiamato Peppino come suo padre? E cosa so della morte di uno di quei duecento abruzzesi? “Schiacciato dal tetto durante un sisma del 6° grado della scala Richter durato circa 20 secondi”. Ah, ma il signor A. B. ha visto un angelo, ha pregato Dio, ha bestemmiato, ha fatto interessanti meditazioni sulla vita, si è pienamente realizzato mentre cedeva sotto una tonnellata di pietre, si è sentito defraudato, si è sentito spezzato, si è sentito in cammino, ha pensato alla moglie, al figlio, a un amico d’infanzia, ha scagliato nell’etere un augurio, un saluto, una benedizione, un’inquietudine... Ci salva sempre e solo il non sapere: “io non so, non so cosa è accaduto – sto qui e guardo, attendo”.

sabato 6 febbraio 2010

Traduzione e commento del testo arabo della Tabula smaragdina (Lawh al-zumurrud)



La tavola di smeraldo di Hermes

È vero, privo di menzogna, certo e reale:
Ciò che sta sotto è a immagine (mathīlu) di ciò che sta sopra e ciò sta sopra è a immagine di ciò che sta sotto per operare i miracoli dell’una e unica cosa;
e come tutte le cose sono e appaiono dall’Uno tramite la meditazione dell’Uno – così tutte le cose nascono da quest’unica cosa tramite adattamento.
Il Sole è suo padre. La Luna è sua madre.
Il Vento (ar-rīh) l’ha portato nel suo ventre. La Terra è la sua nutrice.
Questi è il padre di tutte le perfezioni (kamālāt) del mondo.
La sua potenza giunge a perfezione (=all’atto) qualora si trasformi in terra.
Separa la terra dal fuoco, il sottile dal grossolano (o anche: dall’immaturo) con sagacia (husn) e arte sublime.
Si innalza dalla terra al cielo e di nuovo discende sulla terra e ottiene la forza delle cose alte e di quelle basse.
In questo modo conseguirai la gloria del mondo intero e così voleranno via da te tutti i veli dell’illusione.
La sua forza è superiore a ogni forza: trionfa su tutto ciò che è sottile e penetra tutto ciò che è solido.
Così fu creato il mondo.
E da ciò traggono origine gli adattamenti miracolosi e il modo in cui avvengono è questo.
Per questo vengo chiamato Hermes il Tre volte Sublime, perché ho conquistato le tre parti della filosofia del mondo intero.
È compiuto e terminato ciò che ho detto dell’opera del sole.

Commento:

La tavola di Hermes, libro profetico dell’esoterismo, fatto di smeraldo perché la luce smeraldina è la luce della visione immaginale, è verace, emana dal Vero come Hermes, logos dell’Uno; non c’è menzogna, falsità, inganno in essa: è certa, fondata sull’intuizione intellettuale, sulla conoscenza del cuore; è verità-realtà, Haqq, “come” Dio che l’ha scritta attraverso Hermes.
Ciò che sta in basso è come, è analogo, è a immagine di, corrisponde a, ciò che sta in alto: i minerali agli astri, quindi anche la produzione di energia nelle stelle alle trasmutazioni biologiche e chimico-alchemiche; la vita terrestre, con la sua triplice manifestazione, minerale-vegetale-animale, è plasmata sul modello dei moti celesti, è generata dai moti celesti nella loro intersezione feconda con l’atmosfera terrestre. Mathīlu: fra il superiore e l’inferiore media il mundus imaginalis, ‛ālamu ‘l-mithāl, il mondo sottile in cui avvengono gli scambi, i passaggi di stato, le germinazioni. L’imbuto del vortice è proprio l’istante di transizione, il punto di separazione-contatto tra i fenomeni finalistici-sintropici (retti dalla Concordia di Empedocle) e i fenomeni causali/meccanici-entropici (retti dalla Contesa). Questa dualità mediata, questa unitrinità, esiste affinché siano operati i miracoli – termine profetico, ma nella prospettiva esoterica tutto è miracolo – dell’una e unica Cosa: la materia prima, manifestazione del Soffio del Misericordioso e quindi del Misericordioso stesso, opera la Sua unità unificando la molteplicità – vedi Corbin sul paradosso del monoteismo.
Tutte le cose, le cose molteplici, sono e appaiono-sorgono a partire dall’Uno – da Dio – tramite la meditazione dell’Uno. Dell’Uno: genitivo soggettivo e oggettivo – la molteplicità scaturisce dal ritmo neoplatonico di processione e ritorno, dall’autocoscienza divina. Così, poiché la materia prima è lo specchio dell’unità misericordiosa di Dio, tutte le cose nascono, sono generate da quest’unica madre-materia tramite adattamento. Takayyuf: conformazione, accomodamento, adattamento; il “come”, il kayfa delle cose è la loro con-formità al modello; l’Uovo cosmico, la perla bianca, la luce primordiale esprime tutte le forme formate, tutte le cose, per adattamento reciproco e di ciascuna-tutte all’Uno. L’unica Cosa è la materia prima e anche l’universo come piena manifestazione di Dio, l’universo come materia spirituale, gloria, pietra filosofale.
Sole e Luna sono padre e madre della pietra filosofale, della vita, della quintessenza. Il Sole con i suoi raggi freddi e oscuri che si fanno caldi e luminosi a contatto con l’atmosfera sublunare; la Luna che scherma e porge il balsamo solare fornendogli il ricettacolo, la fredda umidità, il succo della vita.
La maternità della Luna si manifesta nell’opera del Vento, ar-rīh, termine femminile come rūh, Spirito: l’atmosfera sublunare con le sue correnti è gravida dello zolfo solare, del balsamo di vita, è una sospensione colloidale, un albume impregnato della forma sottile della rugiada, del suo sale vivificante. Ma la Terra è la nutrice-balia di quel balsamo: accoglie la rugiada, la nutre col proprio latte, con la propria essenza sottile, la fa crescere, la consolida dopo che è uscita dal nascondimento, dall’invisibilità del grembo atmosferico, ventoso.
Lo zolfo che così cresce è il padre di tutte le entelechie, le perfezioni, gli equilibri del mondo: è la forma formante, lo spirito di vita, lo spirito seminale, il principio sintropico di ogni manifestazione e della manifestazione nel suo insieme. Ma è nascosto, volatile, inafferrabile: la sua potenza-potenzialità, la sua dynamis, si perfeziona, giunge all’atto, all’entelechia, se si riesce a convertirla in terra, a fissarla in un sale, in una pietra (law, “qualora”, suggerisce l’intervento dell’arte per assecondare il movimento resurrezionale, corporeo-spirituale, della natura).
Ecco la sintesi delle operazioni alchemiche: separa la terra dal fuoco – lo zolfo dalla sua corporificazione imperfetta, disgrega il corpo, uccidilo; separa il sottile dal grossolano – estrai lo zolfo trasferendolo in un ricettacolo più adatto, nascondendolo in un mercurio più puro. Per fare ciò si richiedono sagacia (husn: anche grazia, bellezza, bontà) e tecnica sublime.
Lo zolfo filosofico viene sublimato (si innalza dalla terra in cui è sepolto alla superficie del composto, dalle ceneri viene fatto volare in alto, emergere come un pesce) e corporificato attraverso l’iterazione delle operazioni fondamentali: questo movimento ne addensa la forza, l’energia, lo rende spirituale, sottile, penetrante come le cose alte e fisso, stabile come le cose basse.
L’opus è il conseguimento della gloria, la resurrezione in vita: volano via i veli illusori, gli involucri grossolani e la conoscenza della resurrezione si fa carne, lo sguardo coglie la vita in morte e la morte in vita, il corpo è divenuto ciò che è, seme di vita eterna.
L’energia del lapis, congiungendo cielo e terra, mondo superiore e inferiore, fisso e volatile, è al di là del mondo, al centro del mondo, è l’energia che trasmuta, che vince sull’entropia, sulla morte. Il mondo è stato creato appunto così: seminando la vita nella morte, vincendo ab aeterno la morte, facendone strumento di superamento, di rinascita.
Gli “adattamenti miracolosi” sono le operazioni magico-alchemiche, operazioni tanto naturali quanto artificiali.
Così Hermes, il logos, è chiamato Trismegisto, tre volte grandissimo, perché ha conquistato – ab aeterno e nel tempo – tutte e tre le parti della “filosofia del mondo intero”: opera al nero, al bianco, al rosso; sale, mercurio, zolfo; terra, atmosfera, cielo; terra, luna e sole: ciò che sta in basso, ciò che media, ciò che sta in alto. La Triade, che manifesta l’Uno.
Così si compie l’opera dello zolfo solare: la Pietra Filosofale è la verità-realtà della creazione.

Dalla torre di guardia



I barbari non sanno di essere vergini, noi non sappiamo di essere intelligenti. Quando i loro cavalli ci calpesteranno, perderemo tutti, noi e loro, l’occasione di fermare la ruota. La nostra malinconia passerà nel fuoco, le sue ali voleranno a far festa con le immagini, le sue ceneri ricadranno al suolo per fecondarlo: e i barbari canteranno le loro canzoni, faranno quello che devono, dritti come il destino. Poi governeranno nelle nostre aule, guarderanno i nostri templi mentre eseguiranno i loro riti, e alla fine entreranno nel cortile, nel pronao, nel naos, e si getteranno in ginocchio. I nostri scribi e i nostri sacerdoti saranno timidamente orgogliosi di renderli così fini, così aperti a tutto. Nelle polifonie meticce del culto, nella lingua vigorosa e incespicante dei documenti e delle poesie, nessuno sentirà più lo stridore, la fatica della ruota: solo noi, i morti, che per lo più avremo altro da fare.

Annotazioni sul mostro



Mostro, monstrum, da monere, avvertire: ciò che è contra naturam, che segnala con la sua rottura del tessuto consueto – l’intreccio delle abitudini della manifestazione naturale, che dal XVII secolo circa si sono pietrificate in “leggi” determinate ed esprimibili matematicamente – l’alterità divina o demoniaca. Mostro quindi come qualcosa di difficilmente distinguibile dal miracolo – se non forse per il ruolo che ha nel miracolo il rapporto più nitidamente instaurato tra un uomo, il profeta, lo sciamano, e il mondo divino; insomma il mostro come un caso speciale di miracolo, un segno divino profondamente radicato nella natura, che addita al di là della natura stessa.
Se però, come scopre il mistico, come sente il fondo poetico della nostra mente, della nostra anima, tutto è miracolo, perché tutto è immotivato, inspiegabile, misterioso, allora lo statuto ontologico del mostro si complica e chiarisce insieme. Perché il mostro ci costringe al sacro, ci avvince al sacro, e il sacro non è vivibile dall’uomo: l’uomo deve recintare il suo temenos, tracciare i confini del santuario, del sanctum (=sancito), per accogliervi il sacro senza esserne assorbito e distrutto. E il mostro è natura e contro natura, è sacro e umano o animale o vegetale insieme.
Spesso il mostro non può vivere: i bicefali, gli acefali, eccessi o difetti che rendono impossibile il gioco degli organi, la vita che è qualcosa di medio, di mediano tra i mondi superiori e i mondi inferiori. A volte il mostro può vivere una vita breve, oppure può essere messo a morte alla nascita in quanto non riconosciuto come umano: viene sacrificato, riportato immediatamente al sacro cui appartiene. Non può stare tra i vivi, come i morti, come gli angeli. Il mostro è un angelo inquietante (anche se il peso di una carne invisibile per la sua prodigiosa bassezza ne fa spontaneamente, almeno in linea di principio, un oro velato, un’icona inquadrata e misurata dall’esattezza stessa delle sue piaghe, rendendolo così, almeno in linea di principio, assai meno inquietante dell’angelo più confidente e tenero).
A volte, infine, il mostro vive a lungo tra gli uomini – ma sempre separato dalla ritualità consueta dei rapporti umani. L’ermafrodita, il deforme – come trattarli, come pensarli? L’ermafrodita è uomo o donna? Può sposarsi? Se ha rapporti sessuali, commette peccato? Può scegliere tra uno dei due sessi per placare l’inquietudine collettiva, per dare forma, con la volontà e la pubblicità del rito giuridico, all’informe che abita il suo corpo? Sono domande inestinguibili, ed hanno ricevuto risposte diverse, sempre necessariamente insufficienti. Perché il mostro mostra l’insufficienza dell’umano. Il mostro, l’essere contro natura, mostra i segreti della natura, mostra che la natura è radicata in ciò che la supera, che la norma è un’abitudine, un’isola che galleggia su un oceano di fuoco sacro, di fuoco divino e demonico.
Il Mostro è guardiano delle soglie, perché è costretto a vivere sulla soglia: tra il divino e l’umano, tra la sublimità della vocazione sciamanica (cui spesso i deformi erano ritenuti chiamati) e l’abisso dell’emarginazione, dell’espulsione – sacro sempre, homo sacer temuto e venerato, superiore e inferiore, esorcizzato anche nelle epoche più ansiose e razionalizzanti, come la nostra, in cui il politically correct pseudocristiano gli riconosce l’umanità lasciandolo però solo con l’immagine atroce-unica, bizzarra-infame, del suo corpo, della sua anima ferita e mai, mai riconducibile ad una norma astratta.
Il mostro può essere accolto solo al prezzo del cambiamento della nostra visione del mondo. Il mostro ci dice, ci chiede, angelico, pauroso, inguardabile, magnete degli sguardi, medusa, gorgone, divino-diabolico, di cambiare la nostra visione, di affrontare l’iniziazione. Il mostro ci ammonisce, ci ottunde e ci risveglia. È un mediatore, è il mediatore. Che nasconda il Principe, come nella fiaba, è una verità difficile da conquistare, e tutt’altro che certa: ma è indubbio che valga la pena di seguirne il monito, perché monstrum a monendo.

Edipo a se stesso nell'esodo da Tebe


A Elena Bono Διονυσοδότηι,
con gratitudine e devota amicizia.

Der König Oedipus hat ein Auge zuviel vieleicht.
FRIEDRICH HÖLDERLIN


Conoscere se stessi
è patire gli dèi.
Il demone che salta
sul tuo collo e lo adunghia
il fardello di stridori
che ti consegnò la Pizia
l’occhio che tendeva l’agguato
al tuo naufrago ventre:
come tutto, tutto il peso
di un concepimento immaginario
che solo vento genera
per nodo dopo nodo
ricominciare a nausearti
come i brancicamenti nella tenebra
l’intimità violenta
con la tua attorta radice
lo sciogliersi della presa in barlumi
prima d’un’altra presa
le voci spezzate
che non ti sembrarono il tuo nome
come le ripetizioni
ottuse e furibonde
le svolte sempre uguali ed impossibili
il deserto di segni rigoglioso
come tutto si fa strada ad aprire
qualcosa nella notte
e nel giorno – un lume
nella notte una cecità
nel giorno – un orrore
geloso e devoto, una
tenerezza che da lontano
già ti accoglieva, una piaga
di tempo lì dove è chiuso
e soffocato lo spazio.

Hai pagato
tutto, ed ora
si comincia – ora che tutto
è finito, oscenamente. Hai
guadagnato qualcosa
nell’ombra soffocata a mezzogiorno
nei lucori d’alga a notte fonda
ti sei pagato uno sguardo sepolto
di sfinge mutilata, un folgorante
scarto di serpe nei tuoi passi ciechi,
nei tuoi passi malcerti, un’aurora
di lampeggiamenti dolorosi, di sterminati
ed esatti lamenti.
Hai conosciuto te stesso
in questa qui, cui non sai dare un nome,
eppure la chiami, se puoi, dolcemente,
l’ombra fedele che va ereditando
e guadagnando il tuo stigma, l’ignoranza,
la cecità del nome: il difficile amore
di sperdutezza. Sei stato conosciuto,
vecchio osceno. Eccoti – hai ricevuto
l’immeritata, la tua. Liberamente
hai al tuo fianco Antigone, alla fine.

venerdì 5 febbraio 2010

Avviso ad amici e sostenitori: I COMMENTI SONO GRADITI, MOLTO GRADITI!


Gesù e il tributo (Mt 22, 15-21), ripensando a Zolla e Quinzio



Il fariseo, perush, il “radicale integrato”, che paga la sua libertà con un lealismo politico pieno di risorse, prova, saggia il rabbi galileo con il massimo dilemma di chi vive nell’impero: bisogna pagare il tributo (kênsos, census) al Cesare? Il kênsos è l’imposta di capitazione, come la jizya islamica: si paga il centro dell’impero per ottenere, in quanto suddito annesso, il diritto di continuare a vivere sul suolo dei propri padri e mantenere, fra le tradizioni avite, quelle che non contraddicano in modo reale ed efficace la centralità trionfalistica dell’impero stesso.
L’impero nasce come complesso militare-mercantile fondato su uno sradicamento sistematico delle culture particolari. La crescente monetizzazione degli scambi, circolanti intorno al centro di gravità della zecca imperiale, ha un correlativo nella taglia-tributo, che al di là del limitato significato politico-militare ne assume uno economico-culturale assai più gravido di implicazioni e sviluppi.
Il kosmos dei Vangeli è sempre specifico; ma è proprio ciò che ogni volta si propone come universale e neutro. La moneta, da simbolo e strumento (aggiogato da sistemi sacerdotali o da culture comunitarie in cui il sacerdotium è diffuso nel vivo tessuto dei “delicati rapporti” reciproci), tende sempre a farsi strumento puro e quindi, in realtà, strumento di omogeneizzazione (il cui centro si crede individuato, incarnato, ma è ovunque e in nessun luogo, come la Divinitas ermetica). Il “mondo” è la pressione dell’economia e della politica sradicate sulla comunità solidale intessuta di simboli e doni: la parola kosmos è perfetta nella sua ambiguità (l’ha coniata, pare, Pitagora!), perché economia e politica sono in qualche modo necessarie (sulla confusione di ananke e agathon, di necessità e bene, vedi S. Weil) per via della crescente istituzionalizzazione del vivere comune. Il logos-mediazione, che specifica l’animale uomo, proietta “da sempre” (il nesso natura/cultura è originario) l’ombra dell’intermediazione alienante, il potere-valore, la distruzione della forma (vedi la “ragione” nel pensiero di Leopardi).
“Dobbiamo pagare il tributo a Cesare?” è domanda affatturante, peirasmòs. Gesù chiede che gli sia mostrato il denarius: la moneta con cui si paga l’imposta di capitazione è un’opera, un atto politico-economico. La domanda-replica sulla proprietà del conio (in greco nomisma, usanza-istituzione), “Di chi è il nome e l’iscrizione?”, è un sobrio e tagliente esorcismo: spezza la pretesa unità dell’impero, la sua uni-versitas. Se la moneta che ho in tasca appartiene al Cesare, posso (e devo) “restituirgliela” (verbo apodidomi): ma posso farlo in modo da “restituire” a Dio ciò che è Suo (e che non viene espresso a parole, perché è il tutto vivente, concreto, il kosmos del kosmos). Se limito l’uso della moneta alla restituzione-via-tributo, limito l’economia neutra, il mercato-impero, al suo grado zero: il mio “lealismo” non sarà ragionevole compromesso (così darei un con-tributo, più o meno sgradito, all’impero) e la mia resistenza, il mio “zelo”, non sarà opposizione frontale, sovversivismo-luddismo (così sarei in realtà perfettamente integrato nella dialettica centro-periferia, potere-marginalità, produzione-rifiuto); vivrò in una comunità particolare, “arcaica” e insieme “messianica”, la cui inclassificabile presenza ridurrà effettivamente la falsa unanimità economico-politica falsamente personificata dal Cesare. Ma come “il Cesare” (ho Kaisar) non è un attore reale (se non nella finzione storica), così “il Dio” (ho Theòs) non è una “personificazione” proiettiva, un Super-uno, ma la sussistenza stessa (origine e meta) dell’agape comunitaria.

Due mistici danzano sulla sabbia


Quando saremo davvero disgraziati
ci daremo per letto lo spazio che vorremo
e avremo molto da vedere e molto da perdere
sul cuscino del cielo e sotto la volta terrestre

L’ordine segreto e la tenuità delle cose
s’impenneranno di rabbia per la dilazione
ma poiché abbiamo atteso nei momenti migliori
come gatti qualsiasi, ci stupirà tanta furia

Quei bambini ribelli, chiusi sulla loro onta
e sordi alla nostra pienezza, quasi credessero
di spezzarla con la concentrazione austera e ridicola
del loro amore splendidamente immaturo,

Come li capiremo, dimmi tu, da poveri,
come ci verrà in mente dal nostro osservatorio
di fare i genitori con l’ansia del mondo
se non ci sarà tempo che per noi e il tutto?

Quando io e te avremo tagliato la borsa
e finito abbastanza ciò che pareva essenziale,
la confusione del letto e della casa non ci turberà
sempre che non ci piaccia, ogni tanto, dominarla

E resteranno certo anche gli strani ricordi
(tu non ne dubiti, ma il cuore va avvisato)
in una forma così mirabilmente inutile
che potranno servire solo a noi disgraziati

Beslan



Mi rifugio in Te contro di Te.
Hadīth del Profeta dell’Islām


C’è anche
per i bambini
la vecchia morte
sempre travolgente, e sempre velata
come il Dodicesimo Imām
la sorella di tutti
c’è anche per i bambini –
per i bambini
c’è l’oltraggio, soprattutto per loro,
ma non solo, per loro
c’è soprattutto questa strana
quest’improvvisa consacrazione
questo fiotto di luce che ara
la nera terra nel cuore degli uomini
a mezza via fra l’infanzia porosa
all’inaudito e la folle vecchiezza –
c’è anche per gli uomini in mezzo
alla via che non sanno nel grido
esserci vibrante il vincastro del rito
il silenzio realissimo
della vita, anche per gli uomini
c’è la morte
la bambina bruciata che agita
le ali, lo scolaro calpestato
dagli scarponi chiodati,
la morte velata da vergine sposa,
la prima comunione dei poveri
che tutti sono incancellabilmente
c’è anche
soprattutto per i vecchi
fermentati nelle loro ferite
nel legno cavo del loro destino
nel maleamato disegno
della Caduta sulle carni
soprattutto
per tutti c’è
lo scandalo
sempre reietto, e sempre ospitato
in finem
perché
sappiamo da esperti che nel male
nel tohu wavohu del male
in cui siamo guidati
dal nostro stesso male
nudificato, il male del male,
il dolore impossibile, sappiamo
dal dolore che il caos
in cui di nuovo finiamo
è un segreto risillabato
un’attesa del fiato sulla soglia
della scuola

All’inizio e alla fine stiamo in silenzio
gridando.



NOTE:
Nella teologia sciita imamita, il Dodicesimo Imām (Muhammad al-Mahdi), scomparso durante la sua prigionia a Samarra nell’874 d.C., si è occultato in attesa di ritornare come redentore alla fine dei tempi.

Tohu wavohu: è il “caos” genesiaco. We-ha-aretz hayetàh tohu wavohu.

Alcune osservazioni sulla questione: “Perché non vediamo gli angeli?”



Nell’islam medievale le regolarità nei fenomeni naturali venivano chiamate “abitudini”, ‛adāt: non erano considerate espressione di una legge oggettiva e impersonale, ma di una volontà personale, quella divina, e solo la loro assidua ripetizione induce l’uomo ordinario a vederle come qualcosa di fisso, di stabile, di regolare appunto. Da un lato, nulla osta a che Dio, autore della natura, intervenga nel mondo naturale con azioni miracolose, ed anzi è questo il principio delle rivelazioni profetiche: dall’altro, è il mondo nel suo insieme ad essere in un certo senso un miracolo, in quanto totalità di atti divini e non di fatti determinati da una qualche causalità non libera.
Un filosofo che non credeva in alcun Dio personale, ma che osservava un rigore cristallino nella considerazione dei fenomeni, David Hume, molti secoli dopo sostenne che non c’è regolarità in natura, se non quella ad essa attribuita dal belief umano, dall’abitudine che induce nell’uomo la mera ripetizione.
La rivoluzione scientifica europea, che ha introdotto nella mentalità occidentale, lentamente ma inesorabilmente, il condizionamento meccanicistico (l’abitudine a credere nella causalità ‘orizzontale’ e meccanica come unica descrizione e anzi spiegazione dei fenomeni), ha avuto tra gli altri un effetto culturale di cui solo pochi oggi prendono faticosamente coscienza: l’uomo occidentale crede che la conoscenza sia qualcosa di dato, di immediato, di passivo, qualcosa di sottratto alla coltivazione morale, alla volontà. Cuore e intelletto si sono separati: il mondo fenomenico è totalmente conoscibile e conosciuto, ma privo in se stesso di un senso per l’anima, di uno spessore spirituale; la mente, il soggetto ridotto a res cogitans, sovrappone i suoi contenuti all’oggetto ridotto a res extensa, ma con il crescente sospetto (fattosi profonda inquietudine col nichilismo) della propria illusorietà.
In questa condizione, l’esperienza dell’angelo – l’esperienza dell’anima – viene repressa e soppressa: essendo la percezione riconosciuta come qualcosa di dato, di solamente-oggettivo, di solamente-esterno, e non come evento soggettivo-oggettivo, incontro, contatto, i sensi scorrono su di essa come lungo un muro, invece di coglierla come azione, come qualcosa che viene loro incontro e a cui partecipano, impegnando l’intera struttura conoscitiva e volitiva dell’essere umano. Quel fremito che ci afferra quando il raggio di luce ci sfiora attraverso le foglie dell’albero, viene scartato come evento conoscitivo e depositato nella memoria come immagine la cui aura emozionale viene tollerata, riconosciuta legittima, solo nell’abbandono evasivo e innocuo della fantasticheria o nell’elaborazione artistica, che è l’unico surrogato moderno dell’esperienza immaginale, dell’avvento dell’angelo. Ma come nell’interiorità-soggettività tutto ciò che è scartato, minimizzato, negato diventa radice oscura, presenza inquietante, e scoprirlo è principio di guarigione, di integrazione; così nel mondo esterno (che in tal modo riprende il dialogo interrotto col ‘mondo interno’) la possibilità scartata – ‘questo fenomeno come immagine, come intersezione tra mondi, tra dimensioni diverse’ – può ritornare ad assumere dignità di conoscenza. Se noi ci rendiamo disponibili ad incontrare l’angelo, l’angelo può tornare ad incontrarci: ma ciò implica un cambiamento della nostra visione del mondo, una revisione gnoseologica, in un continuo scambio dove l’evento onirico e la fantasia ci sollecitano a rimeditare il mondo nel suo insieme e questa meditazione ci porta ad incontri sempre più chiari e intensi con l’angelo del sogno e della fantasia, con l’angelo che ci attende ‘là fuori’ come ‘qui dentro’, sotto l’albero, davanti alla fontana, ad occhi chiusi e ad occhi aperti.

Dialogo ai margini del fuoco



- Ma dunque, filosofo, a che ti giova pensare “questo fuoco non è un fuoco”? Forse, quando gli accosti la mano, tutto il tuo corpo non è attraversato da una potente offesa? Forse non ti ritrai, costretto o persuaso che tu sia?
- Vedi, il mio pensiero non resta lontano dalla mano pavida, dal corpo offeso; né vuole tingerli o dominarli, come fanno certi istrioni cinici, che mettono una mano serena sulla fiamma e al pubblico curioso dichiarano: “È tutta una questione mentale”.
- Hai detto ciò che non fai, da buon dialettico. Ma che cosa fai, tu?
- Se penso e so che questo fuoco non è un fuoco, so anche di non sapere come mi comporterei se dovessi accostare una mano alla sua fiamma-non-fiamma. Posso dirti come mi comporto con le altre cose; per il fuoco varrà, spero, l’analogia.
- Sei astuto. Continua.
- Al cospetto di questa cosa, di questa sedia, sono perplesso e grato. Riconosco che è, che è presente, che mi è presente; e in questo riconoscimento ci apparteniamo, siamo colti in un’unica luce, in un solo fascio, io e la sedia. E per accettarla e amarla come sedia, come la cosa che mi limita e mi fa spazio, non posso non essere presente, contiguo, al suo non essere, al suo lasciarmi essere, al suo lasciar essere me, che la guardo da molteplici prospettive e mai posso afferrarla; che la tocco faccia per faccia, spigolo per spigolo, guidato dai vuoti che la disegnano: che sono sostenuto dalla sua affermazione, dalla sua forma, dalla sua lieve identità, quando mi siedo su di lei. E dunque, accostandomi a una sedia che non è una sedia e mi permette di essere me, come posso io essere soltanto io, dal momento che, senza questa vivente relazione, letteralmente, non potrei né essere né non essere?
- Non te la sei cavata male, caro il mio Zenone. Ma non te la senti proprio di fare previsioni sul tuo incontro col fuoco-non-fuoco? Ammetterai, almeno, senza bisogno di esperimenti, che una lingua di fiamma alta e ben nutrita ti lascia meno spazio per essere – e pensare – di quanto non faccia la tua sedia.
- Quando incontrerò il fuoco – perché dovrò incontrarlo – se non sarà solo il fuoco potente, il fuoco robusto e consumante, lo saluterò – o almeno mi impegno a salutarlo – con queste parole: “Qualunque cosa io senta, che tu possa essere! Che tu possa essere con me! Che tu possa essere per me! Che tu possa essere al di là di me!”. Sarà questo, potrà essere questo il mio discorso. Quasi una preghiera.
- Però! Bene, bene... Questa sì che è nuova. Che ve ne pare, Ateniesi?

giovedì 4 febbraio 2010

Parabola per gli ultimi giorni



Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, quando s’imbatté in un gruppo di maghi caldei che, con molte cerimonie, gli donarono un talismano di potenza e giovinezza. L’uomo se lo appese al collo e lo portò sul petto, raggiante d’esultanza. Strada facendo incontrò un sacerdote, che corrugò la fronte e disse: “Sta scritto: Adorerai il tuo Signore e a lui solo presterai culto!”, ma in cuor suo pensava: “Cosa mai avrai fatto per meritarlo?”. Proseguendo il cammino incontrò un fariseo, che trasalì e si scostò al suo passaggio, esclamando: “Non sono io che mi allontano da te, sei tu che ti sei allontanato dal mondo!”. Poco oltre incontrò un filosofo, che sorridendo gli disse: “Questo ammasso di pietruzze colorate non è né buono, né cattivo: dipende dall’uso che ne fai”. Era quasi arrivato a Gerico, quando incontrò un Samaritano. Questi trasalì nel suo cuore, ma gli si avvicinò sorridendo e gli disse: “Amico, gettalo tra i rovi e vieni a fare festa con me”. Allora l’altro lo percosse e lo coprì di piaghe, lasciandolo a terra mezzo morto.
Chi credete che vorrà essere il prossimo di quel Samaritano?

Iperione storpiato


Gli amici sono entrati nel fuoco
che nella fretta del tempo li renderà a Dio

la mia angoscia li segue da lontano
ferita di gioia vesperale

l’ingresso nel mio fuoco è ricco e strano

Didimo Chierico storpiato


Ho lasciato i miei vent’anni
a un passo dal roveto
scalzati, ma indecisi
non voglio dire impreparati. Sono
più vicino alla morte – non
per il passo del tempo, che è sottile
e sfugge ai calcoli – ma più stretto
mi interpella l’istante in cui respiro
e anima scambiano parole,
pesano silenzio e giustizia alle mie spalle.
Ho lasciato i miei trent’anni sulla soglia
della mia casa nuziale, perplessi di luce,
non logorati – perché il tempo è buono,
e tagliente. La morte fa amicizia
con me, con quell’uomo che avanza
all’orizzonte del mio più nudo amore.

mercoledì 3 febbraio 2010

Non l'ultimo, ma l'ultimissimo



Il messaggio dell’imperatore è arrivato stanotte. Anche ieri sera, come sempre, mi sono affacciato alla finestra per sognarlo. E stanotte è arrivato. Che strano! Non si può certo dire che non ci pensassi più: anzi, ci ho pensato ogni sera, come dicevo, e il pensiero del sogno imbeve tutti i pori della mia vita, tutte le vie del mio mondo. Ma non pensavo più, lo ammetto, all’eventualità che arrivasse, che entrasse in casa mia, che io potessi leggerlo. Già, ora posso, devo leggerlo. Rompo il sigillo: è così facile! Che c’è scritto? “Ti prego, amico, vieni al mio funerale”. Com’è possibile? L’imperatore è morto molti secoli fa: il messaggero ha fatto il suo viaggio coprendosi di una lieve cenere di vecchiaia, neanche ignobile del resto – è un messaggero. Ma qui mi chiama amico! E mi prega, subito, nell’incipit! Al solo pensiero, finisce sullo sfondo il pensiero, l’aporia del funerale. La scrittura è bella, non aulica. Sembra il bel cinese antico, vivo, guizzante nelle gole, prima che si affermasse il dignitoso mandarino dei funzionari. E gli ideogrammi sono di esecuzione fine e svelta, il pennello ha accarezzato la carta, sicuramente voleva che la carezza si trasferisse al lettore. Non si direbbe la grafia di un moribondo: deve averlo scritto quando gli restava ancora qualcosa del suo lucente vigore. Pure, io non posso farlo felice – ora parlo come se fosse vivo –, non posso obbedire alla preghiera che, senza sapere, ho atteso per un millennio o quasi. Se anche avesse un senso obbedire, io non sono un messaggero, il tempo m’ha ricoperto non di cenere, ma di una lebbra molteplice e scrupolosa, di una stanchezza più naturale che morbosa, e non potrei scrollarmi di dosso né l’una né l’altra, come un giovane che, dopo i preparativi delle nozze, si spogli della fatica e dell’inquietudine con due sole dita di una mano. Non mi resta che andare alla finestra e affacciarmi, anche stasera, e sognare il messaggio già arrivato, l’incredibile e vana testimonianza dell’amicizia del mio imperatore.

Sulla preghiera



- Non sforzarti di pregare la preghiera di pura lode, la pura celebrazione del mistico: ci è stato chiesto di chiedere. La preghiera non può sfuggire all’utero della misericordia, non può evitare di impigliarsi nella sua terra umida e feconda, non può garantirsi dall’inciamparvi.
- Sì, ma se vedo come Dio dà a molti il loro pane quotidiano ritorno alla mia soglia perplessa, alla mia lode abbacinata: il Signore della Misericordia fa splendere il suo sole sui buoni e i cattivi, fa ruggire i suoi terremoti sotto i buoni e i cattivi. Se a ciascuno è dato il suo pane, il suo raggio di sole, devo pensare – anzi, no, devo star fermo, fermo sulla mia soglia, e dire con tutto il mio corpo dolente e perplesso che una pietra può essere un pane, che una fogna tenebrosa può essere una luce. Ma allora, che forma avrà la mia preghiera? Dove depositeranno le parole le loro ceneri, dove, verso dove lasceranno sfavillare le loro braci?
- Accogli la tua perplessità, ma non darle da mangiare il pane che credi di vedere, la pietra di cui presenti l’offesa. Sii semplice e retto senza odio né compassione per i tuoi pensieri: la Misericordia eccede l’uno e l’altra con la sua misura gloriosa. Stiamo sempre molto meglio e molto peggio di quanto crediamo, sai? Il terremotato, l’immune, il terremotato colpito, il terremotato illeso, il terremotato morto, il terremotato sopravvissuto, il terremotato redento, il terremotato incantato dalle sue ferite o anche solo ricoperto dalla polvere del giudizio che ha sfiorato – tutti, ciascuno, siamo allo stesso punto, portati e lasciati cadere, oscillanti e piantati, e nessuno sa il suo pane e la sua pietra prima di incontrarli sulle vie della carne che deve risorgere.
- Ma allora, allora, la mia preghiera? Che forma avrà, la mia preghiera? La forma del mio dolore, della mia attesa sul taglio dell’evento, sul taglio del presente compiuto e mai visibile come tale, mai afferrabile da me che barcollo tra le due rive e non sento l’aria dolce, la madre infinita che mi sostiene?
- Non sforzarti di sapere la tua preghiera, neanche attraverso il non sapere. Sii perplesso, e prega. Sii vivo, sii morto, sii ciò che ti rivela la polvere delle strade, l’aurora e il terremoto – e prega. Prega, preghiamo, ti prego, mio fratello, mio signore, mia luce che mi stai nelle viscere, che sbuchi dalle mie viscere per dirmi il mio nome e la mia povertà per sempre spartita.

Dialoghetto (appena appena postlapsario) tra Adamo ed Eva



- Adamo, che cosa dovremmo fare, adesso?
- Non lo so, Eva. Ma il tuo corpo mi dice qualcosa, delle parole, che non capisco.
- Lascia stare il mio, il tuo corpo. Non vedi dove siamo caduti?
- E cosa ci resta, nel luogo della nostra caduta, se non la tristezza dei nostri corpi?
- I nostri corpi non sono né tristi né lieti: sono miserabili, ecco tutto.
- Hai ragione, perdonami. Intendevo dire questo.
- Allora, cosa facciamo?
- Come? Già, già... Servirò la terra, faremo il pane, avremo dei figli, e tu li partorirai imprecando contro di me. Ma il tuo corpo, Eva, che cosa mi sta dicendo, il tuo corpo?
- Non lo so, Adamo. Forse è quella cosa, la passione, di cui parlava lui? Quella che tu getterai su di me, che io getterò su di te, che tu ti sforzerai di dominare, che io placherò con le cure del giorno e della notte?
- Forse no, Eva. Forse è qualcos’altro. È la parola del tuo corpo triste, che qualcuno deve raccogliere, portare alla luce imperfetta del luogo in cui siamo caduti.
- Vuoi dire che saremo per sempre due, Adamo? Ora capisco perché parli di tristezza.
- Saremo due, saremo tre, saremo milioni, ma non è questo che importa. La nostra ferita parla: riesci a udire la mia?
- Ancora no, ma inizio a vedere qualcosa... Penombre, sinuosità, nascondimenti...
- Io odo, tu vedi. Siamo due e non lo siamo. La nostra colpa e la nostra felicità sono due oppure no?
- Hai ragione, Adamo. La condanna è poter essere due: la pace è poter intravedere, di nuovo, i lineamenti del giardino nell’impossibilità di essere soli.
- Stavolta sì che sei osso delle mie ossa e carne della mia carne! Vieni, sposa, i tramonti ci aspettano, la lampada della sofferenza abbraccerà il nostro errare.

Versi di un poeta della corte omayyade per un giovane consumato dai piaceri in Cordova


A tre cose era incline
il cuore del Profeta: la preghiera
rituale, i profumi, le donne.
Non c’era nulla, amico, che io sappia,
a cui il tuo cuore non inclinasse:
salivi e discendevi con la grazia
di chi né in terra né in cielo ha la casa,
fragile liuto appeso,
trepido d’esultanza.
La Profezia, che ci ha marchiati, è un fuoco,
delle tenere, viventi acque
di al-Andalus fa vapore.
Ma ecco, questo avevi di diverso
dai Greci così amati, dagli altri nobili
figli del Tempo dell’Ignoranza:
che nel segreto delle carni, sempre,
piccolo e inconsumato, ti restava
uno stupore, io credo, quasi un’ira,
una Ka‛ba di vuoto, una speranza.
Soltanto questo hai da portare al Trono:
e noi, e tutti, dopo tanto viaggio,
se Allāh lo vuole, altro che questo in mano
non potremo, io credo, trattenere.



NOTE:



Precisamente, il hadīth recita: “Tre cose del vostro mondo, tra tutto ciò che esso contiene di triplice, mi furono rese degne d’amore: le donne, i profumi e la preghiera rituale (as-salāt)”.


Al-Andalus è la Spagna islamica.


Il tempo dell’ignoranza (jahliyya) è quello anteriore alla discesa della Rivelazione muhammadica.

martedì 2 febbraio 2010

Senza titolo



Sapete, quando persi le gambe nella battaglia di Armageddon, non fu durante un’azione particolarmente gloriosa. La mia squadra stava cercando una via di fuga tra i corpi dei caduti, il fumo mandava messaggi al cielo, come in ogni battaglia il sogno e la veglia affluivano l’uno nell’altra, ma invece di ingrossarsi in fiume si restringevano in rigagnoli taglienti come raggi di luce. Lo so, l’ho raccontato mille volte, scusatemi. Il fatto è che, sebbene tutti sapessero con assoluta certezza l’esito della lotta, pure si lottò furiosamente e confusamente. Soprattutto, nessuno immaginava secondo me che, dopo, il mondo sarebbe durato ancora così tanto. Ma cosa stiamo aspettando? Facciamoci un goccio. Solo noi possiamo avere la fresca tristezza del barbaro e la fine malinconia del cittadino in un colpo solo.

Annotazioni per se stesso del poeta Meng Hao-Jan dopo il mancato superamento degli esami di jin-shi



Il cielo ha decretato
ch’io non passassi gli Esami di Stato.
Mi odia? Mi ama? In città
non hanno dubbi. Ne so sempre meno,
di giorno in giorno si stringe, si secca
ciò che comprendo. Ascolto le lezioni
delle pietre, anche di quelle tagliate,
apprezzo il fango, i turbolenti insetti
che lo abitano, come i bambini e i vecchi
temo la notte. Da fallito in carica
rischio ogni istante di appassionarmi al respiro,
mi prendo cura dei miei cocci, li lavo
in un’acqua ritrosa, eccelsa. Il cielo
forse ne sa quanto me. È illimitato,
sul serio, quel che non può fare
chi è respinto agli Esami di Stato.

NOTA:

Meng Hao-Jan (689-740), uno dei massimi poeti T’ang, cantò con sapiente delicatezza la vita eremitica e i convivi fra amici. In realtà la bocciatura ai temibili esami di jinshi (o chin-shih, gli esami superiori per accedere alla carriera di funzionario imperiale) risale a tre anni prima della morte, ma in questo testo lo si immagina giovane e sulla soglia di una metanoia taoista.

Due viandanti



- Se la storia è così breve, perché attendere?
- Se la storia è così breve, che altro fare se non attendere?
- Non stiamo parlando della stessa cosa. Quando ho detto attesa, io intendevo dilazione, quando l’hai detto tu, intendevi attenzione.
- Se siamo già d’accordo, come metterci d’accordo?
- Non possiamo metterci d’accordo. La storia è troppo breve per lasciarci mettere d’accordo. Possiamo solo attraversarla in un battito di ciglia, in una curva del fiato.
- La storia è troppo breve per lasciarci battere le ciglia o respirare. Possiamo solo risplendere, celebrare – senza pellegrinaggio di fiato, senza tenda di palpebra.
- Allora, perché non lo facciamo?
- Lo stiamo già facendo. Non te ne sei accorto?

lunedì 1 febbraio 2010

Dialogo sul Processo



- Tu hai conosciuto il tribunale: vorresti parlarmene?
- Il tribunale è il luogo in cui le antiche visioni dell’uomo vengono conservate e consegnate quotidianamente. La loro terribile fragilità invecchia come ogni cosa, ma sotto i loro panni e le loro carni, spesso irriconoscibili, viene offerta, vestita solo di vagiti e sorrisi, un’infanzia bianchissima. Nel tribunale quasi nessuno ricorda nulla, eppure tutti sanno tutto. Il frutto che viene spiccato e lentamente sbucciato dagli avvocati, dai pubblici ministeri, dalle giurie, dai giudici, dai testimoni e dagli imputati viene scambiato, non capisco se per necessità o per inveterato arbitrio, per un fiore di sangue gettato dalla comunità. Quindi, anche se ognuno mangia e si sazia, quasi tutti credono di guardare e di preparare un festa che non arriva mai. Nel tribunale si aggirano piccole verità, spesso malate e folli, che cercano solo un fienile per passare la notte: ma il giudice inchiodato al suo scranno le getta in uno scantinato benedicendone il nome, e il popolo ha ancora fame di festa, strepita perché è a bocca asciutta, mentre le verità recluse lo nutrono di carne e sangue eccellenti. Questo è ciò che ho visto nel tribunale.
- Ma tu hai descritto la storia dell’uomo, il mondo! Dunque il tribunale è il mondo?
- Il tribunale è il mondo, e lo eccede. Ti direi: il tribunale è tutto, ma tu fraintenderesti, penseresti che il giudizio spezza i nostri vasi per lasciarci solo il gabbo e il profumo; diresti che l’iter processuale non ha fine, e la sentenza viene a tagliare non un nodo, ma un tuo membro vivo, a caso. Crederesti alle parole del tribunale, che sono leggere come spine, pungenti come rose. Ma il tribunale esiste per te e per me: per prenderci insieme di notte, rendendoci ignoranti e veggenti. Il tribunale fa solo splendere la mia colpa come tua, la tua come mia: perché essere colpevoli insieme, indissolubilmente, è la parte di gioia che nessuno ci può togliere, se il bronzo del verdetto non ci incanta col suo tuono.

Il mio volto di terrorista


Il mio volto di terrorista
aduso agli abissi e alle maschere
si ripiega ogni sera sul suo fato,
è due alte attenzioni,
è madre e feto.
Se la mia nausea è araldo del mio angelo,
che avverte il lievitare dello spirito
sulla sua densa camera mortale,
tutto è feroce grazia, cui m’inchino
ridotto al grumo, umano rastremato.
Non so sciogliermi, dunque, dalla presa –
inginocchiarsi è il fondo della lotta,
la pazienza è violenta, ragionevole, –
e il mio volto di terrorista
anche stasera lento si ripiega
sull’animale giusto, rastremato,
sul grumo che non cede, sulla camera
mortale,
sul suo supplice e aperto celebrare.

Tre dialoghi: Dialogo di un funzionario e di un amante della verità/3


- Ma sei un relativista, un sofista? Pensi che tutte le religioni e le culture siano equidistanti dalla verità?
- Non so, mi sembra una domanda mal posta. Non credo ci sia una verità già formulata, depositata da qualche parte al di fuori del mondo, e che qualcuno abbia la possibilità di misurare i gradi di distanza tra le varie espressioni culturali e spirituali umane e questo ‘metro campione’ chiuso nella sua teca d’infinito.
- D’accordo. Pensi che tutte le religioni siano vere? Che tutte insieme compongano il vero? Che il vero trascenda ogni singola religione e tutte le religioni reali e possibili insieme?
- Scusami, compagno funzionario, ma anche queste domande mi sembrano inesatte, anzi, affatturanti, stregonesche.
- Forse ti conviene provare a rispondere, compagno.
- Va bene, va bene. Non rispondo né sì, né no ad alcuna di esse.
- Le eludi. Chi non sta né da una parte, né dall’altra, sta sempre dalla parte sbagliata.
- Hai ragione. Senti, già conosco il mio destino. Il treno mi aspetta, il mio nome è da tempo sulle tue carte, perché dobbiamo continuare questo gioco insulso? Ti va di provare a parlare come se fossi un uomo morto, come se avessi già confessato con tutta la chiarezza desiderabile?
- Perché no? La notte è lunga e l’argomento mi ha sempre affascinato.
- Penso che ogni religione sia totalmente vera. Ma non penso che sia indifferente professare l’una piuttosto che l’altra. L’uomo rischia ad ogni suo passo: perché dovrebbe cercare magiche garanzie quando si accosta al divino? Non c’è mai stata una comunità a cui Dio non si sia rivelato: già questa è un’affermazione contaminata d’irrealtà, ma andare oltre è pura insensatezza. Hai letto il Liber XXIV philosophorum?
- Sì, certo. In esso sta scritto: “Dio è un cerchio il cui centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte”.
- Per l’appunto. La formulazione non mi sembra impeccabile, ma se si vuole essere... rotondi, bisogna sacrificare qualcosa. Ogni cultura è il centro, come ogni uomo. Saperlo in modo sbagliato è il peggiore dei peccati, quello di Satana: ma accettarlo senza ansia di debolezza, come una pianta, è schietta giustizia.
- Ma noi non siamo piante.
- Proprio così! È questo il punto. Ma accettare anche questo è parte di quella stessa giustizia. Vedi, quando un uomo sente dire che ogni cultura è il centro, tende a diventare sofista: ma perché? “Se il centro è dappertutto, a che pro mettersi in viaggio?”, mi disse una volta il segretario del partito, accendendosi un sigaro: gli occhi gli brillavano di arguzia.
- Bella stoccata! E tu come gli hai risposto?
- Gli ho detto: “Così ragionerebbe un dio, compagno segretario, e un dio anche un po’ presuntuoso”.
- E non ti ha mandato subito qui da me, dopo una simile insolenza?
- Aspetta, fammi finire. Poi ho aggiunto: “Ma noi, grazie a Dio, non siamo dei. E neanche Dio è un dio! Il centro è dappertutto, sì, ma la circonferenza da nessuna parte: che altro dovrebbe spingerci al viaggio?”.
- Mah! Prima parlavi di fatture, di stregoneria. Non mi pare che i tuoi trucchi verbali meritino altro nome. La domanda, riformulata in modo meno aderente ai protocolli, era questa: posto che nelle religioni ci sia della verità, in base a quale criterio sceglierne una piuttosto che un’altra?
- E qui ti volevo, amico mio! Scusa se non ti chiamo ‘compagno funzionario’.
- Lascia perdere. Continua.
- Noi non siamo mai nella posizione di scegliere qualcosa di importante, di reale. Non possiamo farlo con la nostra donna, e come potremmo pretenderlo con la nostra religione?
- Vuoi dire che siamo già scelti dalla religione che crediamo di scegliere?
- No. Questo varrebbe semmai per la cultura in cui siamo nati. Ma la religione non è solo questo. La religione, nella misura in cui ha senso distinguerla dalla cultura, e io credo che stia proprio in questa distinzione il suo senso, fiorisce dalla debolezza, dalla morte di una cultura: ma attento, non da una debolezza, da una morte letterali! Ogni religioso è un re: e un re è sì servo del suo regno, della sua gente, della sua cultura, ma la sua corona è segno di libertà – un segno strano, lepido, feroce, che stringe in un solo fascio la vistosità dell’emarginato e la preziosa inutilità della gloria.
- Insomma, fai concidere il religioso col mistico.
- Se il mistico non è un pazzo, dev’essere la pura e semplice norma. Non vedo una terza possibilità, per un uomo che è in operosa vacanza dalle lucenti trappole dello stato.
- A proposito di stato, hai detto che sai cosa ti aspetta. Non volermene.
- Perché dovrei? Vedi, non sto testimoniando nulla, non sto insegnando nulla. La mia impotenza è il pegno della mia pace, se la macchina in cui tu sei incastrato mi porge la morte e la verità in un colpo solo. Come potrei calunniare questa possibilità?

Tre dialoghi: Dialogo del Divin Marchese e di un pover'uomo/2



- Prima di averti fra le mani, credevo che il mondo fosse diviso tra il tipo-Justine e il tipo-Juliette. Ma tu, tu mi stupisci, caro.
- Il due inganna, marchese. C’è sempre una terza possibilità.
- Temo che con te non funzionerebbero neanche i rimedi estremi, come il supplizio cinese del lingchi, detto anche ‘taglio in diecimila pezzi’: si può sopravvivere anche per tre-quattro giorni, sai? Oppure, che so, il vecchio sistema del finto salvataggio; o far condurre qui tuo padre e tua madre e scorticarli davanti ai tuoi occhi...
- Trucchi, marchese, nient’altro che trucchi. Tu dimentichi l’anima.
- Vedi, caro, quand’ero ragazzo e trascorrevo pomeriggi interi a fantasticare sulle vite dei Cesari o dei grandi conquistatori e tiranni asiatici, me li figuravo che dicevano alle loro vittime, mentre venivano bizzarramente tormentate al loro cospetto: “Ecco, abbiamo scoperto il segreto della violenza, la parola profonda e quasi profetica che si cela sotto il guscio, tutto sommato banale e ripetitivo, della forza. Noi vi costringiamo ad un’alternativa: o restare legati al nostro ricordo per sempre, o sparire in un oltretempo, in un oltrespazio, in cui non ci sia alcuna traccia d’uomo, d’animale, di radice, di respiro, di vena terrestre. O noi, o il nulla. Se vi comportate secondo l’antico e sperimentato copione dell’eroismo, ricadete nel primo caso: perché sarete d’esempio ai tirannicidi dalla chioma giovanile e ardente, o ai congiurati che s’innamorano perdutamente dell’onesta doppiezza della loro esistenza ideale. Voi non ne uscirete: noi vi proponiamo, o vi imponiamo, un anticipo del giudizio universale – ma con la nostra firma, indiscutibile, indelebile”.
- Questo è giocare a fare la parte di Dio Giudice: un gioco assai poco originale. Il primo che ci ha provato era più vecchio dell’uomo, e si è condannato ad essere, in perpetuo, più vecchio di tutti gli uomini, di tutte le cose.
- Già, il candido monomaniaco, Lucifero. Ma non mi hai lasciato proseguire. Alla fine dell’adolescenza, i vari Caligola e Tamerlano mi erano ormai venuti a noia. Avevano tutti fame di durare: erano fami appena appena incarnate, avevano fame di sanguinosa fama solo per riempire del sangue fresco e magico delle loro prede una lacuna illimitata, una profonda banalità – una profondità di banalità, ti piace così? A me, d’un tratto, le cose apparvero in tutt’altra luce: l’uomo è una macchina, mio buon amico. Una macchina che va a passioni. E le passioni, come ogni combustibile, sono cose, tangibili, forti, insignificanti. Una volta stretta la teoria – la tenevo per il collo e non dava segni di volersi ribellare – tutte le altre cosucce, i castelli regolati dal calcolo delle atrocità, la catena di montaggio delle efferatezze perfettamente oliate, l’ingegneria del dissolvimento in progressioni di infinito zenoniano, tutte le cosucce insomma che mi hanno reso immeritamente famoso, altro non erano che un experimentum crucis, nemmeno imprescindibile direi, di quella legge scoperta, trovata con mite chiarezza nella mia mente giovanile. Ma, come ho detto, tu mi stupisci, mio caro.
- Sono altri giochetti, marchese. Tu continui a giocare. Dimentichi che l’uomo trabocca sempre, esonda sempre. E se anche fosse quella noia che tu pretendi, al di là di quella pozzanghera di noia si stenderebbe pur sempre la terra delle meraviglie, il mondo incoercibile della vita.
- Va bene. Mi hai quasi convinto. Con te non c’è gusto – anche se, questo me lo devi concedere, il tuo caso è solamente l’eccezione che conferma la mia regola. Va’ pure, caro, sei libero.
- Vuoi tentare l’ultima carta, marchese! Credi di avvincermi al tuo sogno mostrandomi il simulacro di una vittoria che, secondo te, dovrebbe precipitarmi nell’inquietudine insuperabile, definitiva. Ma io non voglio vincere contro di te. Non avevo puntato nulla sull’idea di morire, e non punterò nulla sull’idea di sopravviverti. Uscirò dalla tua sala giochi con il mio peso d’uomo, col mio passo d’uomo, e saluterò il tramonto come ogni sera. Nudo sono uscito dal ventre di mia madre, e nudo vi farò ritorno.

Tre dialoghi: Dialogo di Giacobbe con lo Sconosciuto/1



- Aggressore, a che punto è la notte? Ladro, vampiro, spia, pazzo, ubriaco, a che punto è la notte?
- È venuto il mattino, non te ne sei accorto? E ora è di nuovo notte.
- Ma al mattino non dovevi tornartene nel tuo regno oscuro e, se possibile, benedirmi? Non diceva così la storia? Non funziona così?
- Già, amico, ma dovevi alzare gli occhi dalla mia sagoma e guardare la diversa nerezza del cielo, l’annuncio incredibile e consueto dell’aurora. Se per te era ancora notte, lo era anche per me. Io sono venuto a cercarti!
- Questa sì che è una minaccia! "Ti aspetto al guado!" "Ti aspetto fuori!" Noi nomadi siamo abituati a consimili manifestazioni di valentia – sbruffona, rituale, stentorea, ridente, tranquilla, atroce, annoiata! Ma tu cosa mi porti di nuovo? Vuoi la mia tenda, i miei cammelli, le mie pentole, le mie donne? Dillo, su!
- Che vuoi che me ne faccia, delle tue quattro cose!
- Quattro cose? Hai ragione, chi non possiede una lingua di terra sa bene, in fondo in fondo, di non essere nemmeno il proprietario della carovana con cui riga la terra disegnando strade! È proprio questo a renderci gelosi e feroci, razziatori nati. Per caso ti interessa la mia vita? Sei un tagliagole notturno – la pelle per la pelle?
- Sì, è la tua vita che mi interessa! Ma non tanto il respiro che tiene assieme provvisoriamente la tua unica casa, di ossa e nervi, carne e sangue – pensi che mi dia gusto sentirti spegnere e poi andarmene all’altra riva dello Yabboq? Io voglio proprio te, voglio il respiro del tuo respiro, la vita della tua vita!
- Sarai mica uno di quegli stregoni di cui mi parlava un anziano, che si fanno una missione del rubare l’anima al prossimo e tenersela legata in perpetuo? Dovevo sospettarlo, non c’erano altre spiegazioni al tuo assalto improvviso e disarmato! Mi fai venire i brividi, ma continuo a stringerti il torso: uno stregone è un uomo, e conosco qualche controincantesimo che potrebbe sorprenderti. Le nostre donne si intendono di queste cose.
- Ma che rubarti l’anima e tenermela legata! Quanto pensi che durerebbe? Io ti voglio tutto e per sempre.
- Come, per sempre? Per sempre quanto? Per tutti tutti gli anni futuri, più numerosi dei granelli di sabbia del deserto?.
- No, né per tutto il passato, né per tutto il futuro. Per sempre adesso, in eterno.
- Vuoi dire al di là di questo guado, al di là di questo deserto, al di là di questa notte, al di là di questo sciacallo, al di là di queste mani, al di là di queste ferite, al di là di questa voce che si disperde?
- Voglio dire al di là di queste cose, e in tutte queste cose. Ti voglio in questo guado, in queste mani, in questo fiato, in questa morsa, adesso.
- Ho capito. Mi vuoi annientare, come nessun nemico, di nessuna tribù, di nessuna oasi, di nessuna città ha mai preteso di fare. Sei un conquistatore assoluto, come gli imperi che si stendono, che credono di stendersi oltre il deserto e l’orizzonte. Sei un imperatore, un distruttore che vuol farsi adorare come il centro dell’universo. Anzi, sei uno di quei maestosi rapaci che vogliono veramente, sinceramente assimilare le loro prede, farsi come loro, accasarsi in loro, vestirsi della loro intimità, confondersi con le loro radici, col loro limo, col segreto del loro ventre e dei loro lombi. Ho capito. Noi nomadi capiamo gli imperi.
- Non hai capito. Io non voglio distruggerti e non voglio assimilarmi a te. Non voglio farmi come te e non voglio entrarti nelle ossa, non voglio farmi una tenda della tua pelle, non voglio sorridere nel tuo sorriso. Non voglio farmi come te, voglio farmi te. Mi sono fatto te. Sorrido il tuo sorriso lasciandotelo sorridere. Vinco la tua lotta facendomi piegare. Ti benedico inginocchiandomi a te. Sono sconfitto della tua sconfitta, sono te e non mi sostituisco a te. La mia potenza ti avvolge prima del tuo primo grumo, come l’aria che respiri, che non respiri, che disprezzi, che apprezzi solo quando, vento, ti frusta la faccia.
- Allora, non posso fare altro che arrendermi? Sto lottando contro il mio principio e la mia fine, com’è possibile? Come ho potuto anche solo iniziare a lottare? Se mi lasci essere e lottare, in che modo esattamente ora mi vuoi? C’è qualcosa di diverso, stanotte? C’è un punto segreto della mia ignoranza che rende questa notte diversa da tutte le altre? C’è nella mia oscurità un tratto, un gesto, un’espressione oscura che deve affacciarsi all’oscurità di questa notte e vederla in modo speciale?

Monito (dall'Atalanta fugiens di Michael Maier)



Qui Rosarium intrare conatur Philosophicum absque clave,
assimilatur homini ambulare volenti absque pedibus.


Decalogo del nomade



1 – Non essere orgoglioso del tuo sradicamento.

2 – Ama le radici con tutto te stesso – ma non più della tua tenda, della tua donna e del tuo Dio.

3 – Ricorda che le radici vanno custodite e nutrite, non cercate; e che il loro luogo è l’invisibile, il basso.

4 – Non appena trovi un buon luogo di sosta, dimentica prontamente le tue abitudini di nomade; non appena tu debba ripartire, benedici lo spazio e il tempo della tua sosta, e muovi il primo passo.

5 – Accetta la maledizione del nomade, e non odiare né invidiare il sedentario.

6 – Non disprezzare i miserabili piaceri della vita errante. Questa è una tentazione delle più stupide, ma, se mette radici, può fare di te un piccolo uomo, un tiranno.

7 – Parla la lingua dei tuoi morti, ma parlala come loro: nelle pause e nelle inflessioni della lingua dei vivi, che sono meno tuoi.

8 – Adora un Dio che non tolleri acquietarsi né nelle tue soste, né nei tuoi erramenti.

9 – Attendi un Dio che brami acquietarsi nella tua inquietudine priva di specchio, priva di giustificazioni.

10 – Adora, attendi, pesa come la tua gioia – né più, né meno.