Salvo ove altrimenti indicato, questo blog contiene testi originali di Adriano Ercolani e Daniele Capuano



sabato 16 aprile 2011

Note su Leibniz


Omologie. La forma sostanziale di Aristotele può forse essere concepita come la monade di Leibniz: centro di vita-espressione (conoscenza), punto di vista irrappresentabile delle rappresentazioni. Oggetto della percezione è sempre il corpo, che però non è uno in sé, bensì aggregato (di infinite sostanze corporee, in infinitum). La materia, il corpo in quanto tale, cioè in quanto materia secunda, è fenomeno: risulta dalla relativa passività delle monadi che lo compongono, ovvero dalle loro percezioni-espressioni confuse. Le monadi “semplici” sono forme che percepiscono-esprimono il mondo in modo puntuale (minerali) o lineare (vegetali), lo proiettando reagendo (quindi in modo relativamente attivo) con la pura manifestazione di forme (minerali) e/o con la crescita regolare e lo sviluppo delle piante. (In ogni caso c’è polarità, pulsazione: ovunque ci sia vita-espressione c’è azione-reazione, il riflesso dello specchio di Dioniso). La materia dunque “si riduce” alla forma, come le cause efficienti sono il punto di vista proiettato dalle monadi (che agiscono in base a fini, tendono spontaneamente all’actus, alla perfezione) sui corpi. (Monadi, sistema teleologico, sintropia: corpi, sistema meccanico, entropia, risultato fenomenico, oggettivato, della sintropia).

La monade “dominante” è relativamente più attiva, in un mondo pieno-continuo: eppure l’indipendenza reciproca anima (forma)/corpo è il risultato dell’indipendenza reciproca delle monadi tutte, microcosmi variamente lucidi o perfetti o dispiegati (manifesti). L’armonia prestabilita (fra tutte le monadi, fra ogni monade e tutte – tà panta, il mondo –, tra la monade e il suo corpo, suo punto di vista sul mondo) è l’attualizzazione della pienezza-continuità: la parte è parte totale, tutto è in tutto, ogni sostanza è mondo che (in quanto) rispecchia-esprime il mondo. Il composto (corpo) simboleggia-esprime il semplice (anima – e viceversa), e tutto è uno nel molteplice. Non c’è percezione-espressione se non incarnata in segni, non c’è forma se non corporea.

Il sentimento esprime il mondo attraverso attenzione e memoria: è bidimensionale, e dunque animale (l’immagine psichica è un’atmosfera, uno stile comportamentale-conoscitivo, ed è accompagnata dalla comparsa del sistema nervoso, con i suoi neura o nervi che sono anche i fili della marionetta-individuo). La polarità espressiva di ogni vita acquista nell’animale un’altra dimensione, ritorna su se stessa accompagnata da sensazioni di piacere e dolore etc. Il dolore esprime la puntura dell’ape nella modalità proiettiva del sentire: spontaneo, ma non volontario – è azione della forma sostanziale-anima, ma si presenta come (relativa) passione, diminuzione di perfezione conosciuta in modo (relativamente) confuso, e infatti appare immediato.

Il pensiero ragionevole (umano) esprime il mondo in modo tridimensionale (sempre relativamente: tutto è continuo, natura non facit saltus, la vita è come la fiamma che cresce nei suoi vari livelli, come un organismo che sviluppa nuove forme senza deporre le precedenti): le percezioni sensibili e i sentimenti acquistano la dimensione della necessità, l’espressione-sentire ritorna su se stessa, la polarità ora è “massima” (la ragione è legata a un maggiore sviluppo dell’ego, della separatività, dell’astrazione che può indebolire come intensificare la vita).

L’uomo è l’animale più espressivo, ma proiettando in maggior misura l’espressione fuori di sé può acquistare la vera libertà, lo spirito, oppure smarrirsi nell’alienazione della techne, della sua opera che ripete-rispecchia quella divina. Il corpo segnico del pensiero è così arbitrario e insieme ben fondato, nomôi kai physei, e le habitudines che mettono in proporzione espressione ed espresso (il logos, insomma) sono abiti viventi, regole operative – la percezione/espressione è l’azione e la vita della monade (vedi il libro di R. Fabbrichesi Leo, che segue la lezione di Sini e di Peirce).

Percezione confusa: la molteplicità è espressa come un’unità che è “nota a se stessa”. Dolore e piacere sono percezioni più distinte, tuttavia la loro conoscenza è in buona parte “primitiva”, sono quasi Urphänomena dell’animalità, della sostanza senziente. Dico “quasi” perché la loro analogia, ad es., con la percezione dei colori ha un limite: proprio per la loro maggiore attività e distinzione, vengono conosciuti come “stati interni”, inerenti all’io. (Di nuovo, si dispiega la gradualità e la continuità di un’unica esperienza-mondo).

Secondo Ibn ʻArabī i minerali e le piante, in quanto obbediscono (reagiscono) prontamente all’azione divina mediata dai corpi, hanno una conoscenza intuitiva (per “disvelamento”, kashf) superiore a quella umana, mediata dalla ragione (ʻaql, ovvero “vincolo”). La loro percezione-espressione (re-azione) puntuale, confusa, è un sonno profondo: come prajña, la sapienza del sonno senza sogni, è superiore alla vijñana, alla coscienza animale-umana, ma anche meno perfetta in quanto esprime il mondo a un numero inferiore di dimensioni, in modo più complicatus. L’uomo, accedendo alla meditazione propria di Idrīs-Elia, può parzialmente recuperare (in quanto già lo possiede, velato) questo piano unṣūrī, “elementare” (meditando come un monte, come una pianta, come un animale…).

Leibniz ha una concezione “sovramaterialistica” della trasformazione-metamorfosi come verità metafisica della generazione e corruzione (nascita e morte) delle sostanze composte. Sembra tendere alla fisica di Anassagora. Alla morte il corpo dell’animale si disgrega in altri corpi, “mentre” la forma sostanziale o anima o monade dominante permane con un corpo più piccolo. Quindi resta nel flusso dei corpi come se stessa-eppure-non-se-stessa, ovvero entrando in altre composizioni senza perdere la propria identità: di nuovo, panta en pâsin, tutto è in tutto. Alla nascita accade l’opposto: quindi il mondo naturale è da sempre e per sempre (dall’alfa all’omega) un fiume, un continuo in cui lo stesso si fa altro e l’altro ritorna lo stesso (Empedocle, Eraclito, forse anche Parmenide). Per le anime umane razionali invece Leibniz postula la creazione nel tempo: ma ciò non spezza il continuo? Forse vuol dire che ad ogni concepimento umano si “aggiunge”, si infonde lo spessore “storico” della ragione umana, la memoria che non è accumulo ma la presenza conoscitiva-espressiva a Dio, lo star-di-fronte-a-Dio che costituisce l’uomo (“crescendo” come ulteriore dimensione sulla sensibilità animale, ma anche esprimendo la capacità di essere “specchio lucido” di Dio – secondo Ibn ʻArabī –, microcosmo nel senso più distinto, dinamico, spirituale). Così l’immortalità umana è in continuità con l’indistruttibilità delle altre monadi-esseri (tutte le cose “risorgeranno”), ma ha il novum specifico della memoria cosciente. L’uomo è l’anima del cosmo perché è conspevole di essere ciò che il cosmo è confusamente. L’uomo è il re-sacerdote, califfo (vicario) di Dio, proprio perché è la più bassa tra le creature. Solo se si umilia verrà esaltato: questa verità è in fieri, dinamica, la prima è evidente, è il suo humus. È il ribelle del creato, è quasi Satana. Isacco il Siro esorta a considerarsi inferiori alle creature “irrazionali” (aloga), perché non saranno giudicate (ovvero non sono giudicate dal logos, ur-teil, “partizione originaria” secondo Hölderlin).

In quanto sue espressioni-creature, tutti gli esseri contingenti tendono all’Essere necessario, come tutte le verità di fatto tendono a risolversi, in infinitum (in Dio), in verità di ragione, assolute. Ma l’espressione è caduta (beatrix culpa), ogni esistente e il mondo nel suo insieme ha un limite: non tutti i possibili esistono, non tutte le idee di Dio si realizzano. Proprio i possibili non realizzati sono il limite che circoscrive quelli realizzati: sono quasi il quadro o lo sfondo dell’espressione-Creato. Ma come pensare lo statuto ontologico dei possibili, soprattutto di quelli non attualizzati? È forse analogo al caos?

In virtù della corrispondenza armonica, i corpi sono un flusso e gli stati o atti percettivi in continuo mutamento. La meditazione, congiungendo sonno e memoria, rende il punto di vista (inesteso, “quadridimensionale”, limite del mondo) trasparente a se stesso, quindi più libero-attivo. La monade “dominante” al suo apice è hegemonikon, testimone, punto di stupore creaturale-creativo, di prajña che emette e sintetizza la sua interiore-esterna unimolteplicità percettivo-espressiva.

I possibili sono le essenze o idee in mente Dei. Il mondo non è Dio, lo esprime (=sua creatura-riflesso vivente), quindi la sua determinazione, il suo limite, sarà effetto della saggia volontà divina: non la sua necessaria (absolute) emanazione, che implicherebbe l’esistenza in atto di tutti i possibili. La loro “lotta per l’esistenza” nella mente di Dio è dovuta al fatto che i possibili, pur reali per Dio e tra loro non assolutamente contraddittori, non sono tra loro tutti compatibili o compossibili, data la volontà di creare un (il) mondo. (Si può forse dire che i possibili non esistentificati sono l’abisso che separa Dio dal mondo? Anche l’uomo, lo spirito, in quanto specchio diretto di Dio, imago Dei, non esprimerebbe tutti i possibili, pur potendone concepire appunto la possibilità).

In Leibniz è come se l’interdipendenza-shunyata (tutto è connesso a tutto – tutto è in tutto – ogni cosa è specchio del tutto, quodammodo omnia, “parte totale”) cercasse una formulazione ipotetica, fisico-metafisica, mentre Wittgenstein e il buddhismo “tacciono di ciò di cui non si può parlare” (il limite del dicibile-pensabile fa stagliare il tutto, il vuoto quanto non-indipendenza, in senso negativo, è lo spazio libero e dinamico dell’interdipendenza in senso positivo). Ma la “metafisica dinamica” di Leibniz sembra, almeno a volte, risolvere l’idea ingenua e cosificata di sostanza in un intreccio di rispecchiamenti, dove “il centro è ovunque e la circonferenza da nessuna parte” (Dio esprime sé nel mondo).

Forse Leibniz avrebbe dovuto ripensare il principio di identità: A è non-A e quindi-eppure A. O in una chiave appunto “buddhista” (Zen), o in una luce trinitaria, come in Florenskij. Altrimenti lo iato tra verità di ragione e di fatto rimane astratto, razionalistico, invoca il passaggio al limite in modo poco chiaro. Una cosa è se stessa in quanto è (esprime) il mondo: la “filosofia dello specchio” richiede una sorta di circolarità, di rimando infinito che si chiude o curva su se stesso. (L’ut unum sint, il corpo del Christus Totalis come realtà non sembrano trovare un posto adeguato nella visione leibniziana).

venerdì 15 aprile 2011

Intravedendo la montagna del Purgatorio


— Les animaux, me disait-il, sont, dans nos mains, les otages de la Beauté céleste vaincue… [Léon Bloy, La femme pauvre]


come una vacca in un mattatoio

irto di macchine da lunapark stregato

sotto la smorta consapevolezza

di luminarie drogate

come un vitello e un nobile porco

familiari e studiosi dei tormenti

la nostra parte graziosa muove

in un’eternità di grido

a qualcosa di estraneo e destinato

e sente nella pienezza

della sua carne paziente

ciò che il macellatore s’è addestrato

compiutamente a trascurare

a prendere per buono mortalmente

nella caligine del cranio inchiavato

nella stretta delle mani assonnate

il macellatore – noi – le nostre dita e la nostra testa –

il bricco screpolato i ricurvi becchi

dalla consegna impegnati

di un maestro astuto e indolente

nel rito che perpetua

la felicità per le strade la regalità nelle stanze

il rito facilissimo che il porco e la vacca

lavorano l’uno dopo l’altro

a sdipanare a rendere palpabile

sanguinoso esatto molteplice

complesso come la tua morte e la mia

candido come la tregua

fra i nostri giorni di furia



- 7 Gennaio 2004 -

giovedì 14 aprile 2011

Frammenti saturnini


Nietzsche: Se vuoi restare giovane a lungo, affrettati a diventare vecchio.


Figlio di Urano, il cielo profondo e oscuro, l’archetipo-limite, sublime-nullo, e di Gea, la ricettività, il peso-stabilità, Crono-Saturno è l’archè. Ovviamente tutti gli dei sono archai, ma Crono-Saturno, l’arcititano, è per così dire l’archè delle archai, e come tale sta al margine (perché costretto, ma forse “ama nascondersi” come la physis eraclitea). Il padre degli dei e degli uomini è suo figlio, posteriore all’archè, il patriarca Zeus (il regno patriarcale si accampa come ri-cominciamento, sempre debole e minacciato – vedi la profezia di Prometeo incatenato).

Crono-Saturno è il senex: la sua congiunzione col puer è originaria, quindi si è perduta-spezzata e va “recuperata”. Le origini sono auree, libere, spontanee, ricche, fluenti (età dell’oro, Eden anarchico); ma anche regolari, rituali, sacerdotali (Città del Sole, Saturnia regna).

Il mito di re Mida è una tragedia dell’età cronia: chi trasforma tutto in oro è il contemplante, digiuno, impotente, immobile. Aporia del possesso assoluto: il Vecchio non ha più niente, quindi ha la chiave del potere (del potere impotente – e del potere spirituale, come in Byzantium di Yeats).

Nelle rivoluzioni, il puer dionisiaco e il senex saturnino sono entrambi presenti: storicamente (dal punto di vista della diacronia umana) sono in conflitto dialettico, archetipicamente (sul piano della sincronia divina) sono legati, abbracciati. Ci si ribella e si distrugge sempre per riconquistare il Paradiso terrestre, la libera-regolata archè. Ma nel tempo storico, appunto, la scissione tra puer e senex porta all’oscillazione tra la licenza festosa e lugubre dei tumultuanti col berretto frigio (simbolo dionisiaco) e la successiva dittatura (il Terrore), preludio alla tirannia (Napoleone) e alla restaurazione (monarchie ‘borghesi’).

Il martello di Efesto e la falce di Saturno, branditi come armi dall’Ares-Dioniso rivoluzionario, rivoltano il campo per prepararlo alla squadrata regolamentazione dei piani quinquennali.


Urano, l’onniavvolgente vacuità dello spirito, genera Saturno-archè, che lo evira: l’archè soppianta la vacuità, che da allora in poi sembra nulla, impotente. L’archè viene poi evirata a sua volta dal figlio Zeus, l’azione geniale, il giudizio folgorante, la regale creatività. (Saturno divora i suoi figli: si è ormai consumato il distaccato dal puer, il vecchio re aborrisce il nuovo, assimila tutto a sé. Ferocia dell’Unità. Il mondo sub specie Saturni è il mondo qoelethico, in cui non c’è novum).

Viene gettato nel Tartaro: da lì regola i ritmi naturali della terra, ma anche le rimozioni, le coazioni profonde, essenziali, petrose, arcaiche.


È il dio dell’accumulazione gelosa, dell’immobilità, e anche della purificazione, della nigredo, della spoliazione. Accumulo e denudamento sono congiunti nella fucina alchemica del carattere, ethos-daimon, che non è l’ego ed anzi è in un rapporto di continua lotta-elusione con l’ego. L’ego è ciò che impedisce all’anima di vedere in trasparenza.

mercoledì 13 aprile 2011

Andrea ho Salos




Anche capita
di perdere la faccia
non al modo comune di chi rode
la sua tetta d’ombra sul cadavere
ipnotizzato di Bisanzio,
quando frusciando plana in qualche scolo,
(e il complice specchio copia ancora
la sua molle memoria domestica,
però dalla giustizia di un incontro
con una viva psiche ti ride
la luna demente del tuo cranio
);
capita anche, a volte, di deporla
come quel melo
che lavora il suo amore nella tenebra
dell’attenzione, e piange ed esulta
a lungo, sontuoso nel disprezzo
del mite peso sillabico,
del grumo che non osa misurare
il proprio fiato di smania e abbandono,
e si gonfia di luce e di midollo,
lento sinuoso quaderno
per cui la terra manda a memoria
la pazzia del raggiante Imperatore
che vide la Sua faccia nella perdita,
e sognò e dispose la Sua sorte
di esatto disonore,
di vasta e minuziosa nullità,
di dolcissima morte.


NOTE:
Andrea ho salos (“il folle” per Cristo), schiavo di origine scita, seguì la via della santa idiozia a Costantinopoli fra il V e il VI secolo d.C. (secondo l’agiografia di Niceforo, presbitero di Santa Sofia).


- Luglio 2002 -

martedì 12 aprile 2011

A De Sade patrono








Kafka alzò le spalle.
«È possibile giungere al bene attraverso il male? La forza che si oppone al destino, in realtà, è debole. L’abbandono e la sopportazione sono molto più forti. Ma questo il marchese de Sade non lo può capire.»
«Il marchese de Sade?» chiesi io meravigliato.
«Sì», annuì Franz Kafka. «Il marchese de Sade, di cui mi ha prestato la biografia, è il vero patrono della nostra epoca.»

Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka

Eroe è chi oscuramente patisce
per incitare altri a superarlo.

Hai venerato con furia lo strazio
di un Dioniso crocifisso – non come, più tenero,
lo scorse e abbracciò un folle mendico
cent’anni dopo: ti ubriacava lo stento
del dio del vino appeso alla Macchina,
inscritto negli stantuffi, ritorto
dalla norma fino al silenzio,
eppure nella tua contemplazione
dell’avvilimento perfetto, in cui tutto quadra
perché squadrato dall’ordigno del carnefice
che è una mente dimentica della carne,
non ti era stato nascosto, penso, il sublime,
l’incanto di farsa che avrebbe gettato
sulla faccia delle generazioni future,
sulla faccia dell’abisso. Questi due secoli
sono stati un’immane processione
al tuo sacello d’ombra, ai tuoi recessi
aperti sulla terra, aperte piaghe
come d’incesto a una sorella muta.
E dunque, Aldonze Donatien, prega per noi:
sii, nella morte, servo; con tua pena
offriti alla visione necessaria,
perché dopo di te niente può vivere
né morire, se non già vincendoti
con più forte sapienza, con vero amore.

- Agosto 2005 -

sabato 9 aprile 2011

Da vecchie conversazioni sugli dèi


I.


L’ambivalenza mitica, arcaica dello specchio è famosa: Dioniso-Zagreo si distrae, si aliena da sé mirandovi stupito il suo riflesso – e in quell’istante i Titani lo uccidono. L’universo è quel riflesso smemorato, fissato in illusoria permanenza da un gesto sacrificale-omicida (“violenza e gioco”, commenta saggio, e nicciano, Colli). Anche Narciso è figura eminentemente orfica: amando sé come altro nella parvenza che gli rimandano le acque cosmogoniche, originarie, il giovinetto muore e rinasce come fiore il cui odore stordisce, trae fuori da se stessi, dona un breve e leggero sonno di stupore (narkào, narcosi). La sua orficità è forte nell’eludere pervicacemente l’eros come apertura all’alterità, atteggiamento che gli attira la nemesi: ma come al solito il mito non moraleggia, disegna per quanto possibile la manifestazione di un archetipo. Narciso simboleggia certo il narcisismo come passione umana, ma anche la passione del Divino autosufficiente che esce da sé, che sperimenta un’estasi mortale-creatrice nella molteplicità, passando attraverso le acque – il cui riflesso di superficie cela l’abisso della morte trasformante, dell’iniziazione profonda – della Materia. Quindi è anche vero che la passione umana, come sempre, è imitazione seminconsapevole – assonnata, stordita – di una passione divina, e la sterilità di Narciso, quintessenziata in “un bel fior senz’alcun frutto”, è anche la morte che fa dell’Uno Molti, caduta originaria (e in quanto tale stigmatizzata da Plotino, e da tutti gli spirituali) e insieme ekstasis, compimento del divino nel fiore della bellezza odorosa, il fiore come essenza del simbolo, culmine fragile e mediano dell’opera creatrice (apprezzato dall’anima, che in questo mito, appunto, si specchia e tragicamente giustifica).

Dice bene questa gloria ambigua (spirito-anima) dello specchio e di Narciso uno stupendo sonetto orfico di Rilke:


Specchi, nessuno ancora ha mai descritto

sapendo l’esser vostro nella vostra essenza.

Voi, come un setaccio di buchi fitto

voi, del tempo spazi interstiziali.


Voi, ancor di vuoti saloni generosi –,

come foreste immensi nel crepuscolo...

E il lampadario, cervo dalle ramose corna,

muove attraverso il vostro impenetrabile.


A volte siete colmi di pitture.

Alcune sembrano in voi venute –,

altre remote respingeste timorosi.


Ma la più bella rimarrà – ,

finché nelle sue gote altrove trattenute,

irrompa il chiaro Narciso liberato.


II.


La proporzione Jung:Corbin=Pensa:Buddha credo meriti di essere sviluppata. Per passare dal lettino della terapia psicanalitica al mondo delle rivelazioni angeliche, si deve percorrere una strada cui Hillman allude, anche se non è detto che gli interessi tracciarla: perché Hillman vuol restare fedele al destino della psiche occidentale, alla sua storia-cultura, quindi le sue indicazioni sono ermetiche, sfuggenti, a volte risultano più preziose certe sue allusioni, certe risonanze inerenti al suo stile di pensiero e di sensibilità, che non molte sue apparenti prese di posizione polemiche, brillanti e sottilmente fuorvianti. Non troppo diversamente, la vipassana di Pensa deve uscire dallo stanzone e dalla stanzetta ed entrare nel mondo, lasciarlo entrare, fare spazio alla sua manifestazione, “così com’è”: e che sia difficile per il praticante occidentale, abitante delle metropoli impersonali, murato nelle sue nevrosi, motivato spesso segretamente dalle sue richieste di sollievo o di benessere, è qualcosa che possiamo testimoniare direttamente. Eppure, in un tempo in cui gli angeli “non si rivelano più”, nel “tempo di privazione” dell’elegia di Hoelderlin, è urgente e possibile esercitare, senza la paranoia che è ansia soffocante di significati definitivi, l’ufficio profetico che fu del Precursore: “preparare la via”. Non possiamo ritrovare gli angeli solo con sforzi privati – come il barone di Munchausen che pretendeva di sollevarsi per i capelli – ma senza partire da questi sforzi non è pensabile alcun accostamento all’immaginale: non possiamo non partire da “qui”, dalla nostra necessità, dalla nostra malattia, dal nostro io che forse è un’apertura sul mondo, una presenza carnale, non una chiusura, una porta sprangata, un muro. Entrare nel mondo delle fiabe, nel mondo immaginale insomma, vuol dire (parola di Cristina Campo, e degli gnostici, dei sufi etc.) “ragionare a rovescio”, vedere la forma, la faccia dell’evento invece della proiezione, della rappresentazione soggettiva: ma per farlo non abbiamo altra lente che quella, deformata e quindi viva, prensile, delle nostre proiezioni, della nostra prospettiva. Ogni visione del mondo è un quadro, un ritratto del mondo, quindi qualcosa di prospettico: ma la prospettiva, che all’inizio mi sembra “la mia”, si rivela essere quella del mondo, dell’oggetto stesso che mi guarda, che mi si fa incontro. L’angelo viene a cercare Maria, non viceversa: eppure Maria, dice Ibn Arabi, vede un uomo perfetto, perché è una donna, ed è piena di casto-bruciante amore divino. Gli antichi sostenevano che ogni visione, a partire da quella fisica, oculare, è un incontro erotico, una sorta di coito fra il ‘soggetto’ e l’‘oggetto’, tra l’irradiazione che mi viene dal mondo e il raggio del mio occhio che è di origine solare, che insomma è parente del dio Sole, degli archetipi.


III.


Non avevo rilevato la presenza del Dio-Capro nella selva ricca e inestricabile dei tuoi ultimi sogni, ma poiché l’hai pensato, in effetti è così: Pan c’è (come nelle scritte sulle autostrade, che sono un segnale in codice per informare gli eroinomani della presenza di pusher nella zona). Il grande Pan è morto, ma ritorna sempre, insiste sempre, come fantasma diabolico e inquietante, come pathos morboso in cui risuonano, respinti in un sottosuolo di dissonanze, gli armonici del pathos mitico e tragico, del pathos dell’archè. Ma la sobria e fremente preghiera di Socrate a Pan, nel Fedro, ci indica una strada “agli incroci del cuore” (Rilke) e ci pone sulle tracce di un altro dio dei crocicchi, l’ermetico Eros figlio di Poros e Penia, vagabondo che vive sul crinale della morte.

Gli assalti coattivi di Pan sono la sostanza della nostra adolescenza, delle nostre molte adolescenze: tu ne stai attraversando una, non meno, anzi forse più importante della prima, perché sei nel mezzo del cammin di nostra vita, la selva oscura degli archetipi ti sta cingendo da ogni lato e attendi il lume dei padri, la guida di Virgilio e di tutti i morti che rischiarano (così spesso non visti, non ringraziati, non amati) i comuni – eppure ogni volta solitari – percorsi intrecciati del karma. Pan è il divino nel naturale: dopo l’oracolo di Plutarco, per noi cristianizzati è difficile coglierlo nella pianura abbacinata dal sole, nell’ansa segreta del fiumiciattolo, nella vibratilità profetica degli animali; ma, se reimpariamo la reverenza di Socrate, possiamo ancora scorgerne le vestigia forcute nel mondo apparentemente privato del sogno, nella presunta solitudine e separatezza del nostro corpo percorso dai fremiti di adolescenze sempre nuove.

Il panico ci apre l’occhio dell’immaginazione sul divino nella natura. Si può applicare alla religione dei Molti questo versetto dell’Unico Dio abramico: reshit chokhmah yirat YHWH, “principio della sapienza è il timore del Signore”. Rabbi Mendel di Kotzk dice che è come il terrore che prende quando si incontra un lupo in un bosco: si ha paura e basta, senza tempo di interrogarsi e pensare. È un paradosso: come può un sentimento istintivo, irriflesso, essere la scaturigine, la fonte, il seme, l’inizio della sapienza? Questo timore-paura (che non è ancora il panico, ma è un phobos estremamente intenso e pervasivo) va assunto su uno sfondo di accettazione del divino, va per così dire abbracciato da una sorta di sati permanente: è la mindfulness della paura, la presenza di anima e cuore alla paura a costituire “il principio della saggezza”. Non diversamente, credo, con Pan.

La preghiera socratica a Pan fiorisce significativamente durante un dialogo su Eros, sulla mania erotica, il Fedro. Quando Dante ha la tremenda visione sciamanica di Amore, nella solitudine della sua stanza, parla di un “segnore di pauroso aspetto”, e i versi ci comunicano un phobos violento, che fa rizzare peli e capelli, una presenza da incubo lucido che sta al confine tra il “timore di Dio” dei Proverbi e gli assalti di Pan alla psiche politeistica:


Quando m’apparve Amor subitamente

Cui essenza membrar mi dà orrore.


IV.


Il sacro conosce solo la configurazione del mythos, dell’intreccio mitico, la sua ananke supera le motivazioni, le intenzioni – come nel caso di Uzzà, uno dei portatori dell’Arca dell’Alleanza, che stese la mano per sorreggerla quando rischiava di cadere a terra (gesto che sembrerebbe di squisita bhakti, dal punto di vista dell’uomo che l’ha compiuto) e venne immediatamente fulminato. Kafka dice che le nostre interpretazioni del mito esprimono solo la nostra disperazione di comprenderlo: meno nichilisticamente, direi che le interpretazioni sono quadri umani 3D, sezioni molteplici di uno sfuggente e spaventoso (per noi) Oggetto 4D. In questo senso, anche le motivazioni umane rientrano nel mito, ma non nella sua archè, che è sovrarazionale, bensì nell’agone dionisiaco del teatro tragico, in cui l’umano e il divino lottano facendo risplendere qualcosa che sta al di là del sacro stesso. Le perplessità del logos sono più sacre del sacro, o per lo meno ci mettono sull’unica via lungo la quale è possibile relativizzare persino il sacro – la via dell’iniziazione, la via del pathos che insegna trasformandoci nella tenebra. Ricordi Eschilo (pathei mathos)?


Scende goccia a goccia nel sonno, in faccia al cuore,

un affanno memore di angosce: anche a chi non la vuole

giunge saggezza; grazia violenta

degli dèi che seggono al venerando timone.

Fogli sparsi e ingialliti (2008)


Ai margini dell’Isagoge di Porfirio

Ghenos – come la stirpe, come il bosco: unificante – analogo alla materia per la sua indistinzione, se considerato dal basso (dal punto di vista logico, cioè dell’uomo che conosce astraendo); ma simbolo dell’ordine angelico come unimolteplicità se considerato dall’alto (dal punto di vista heno-ontologico, cioè dell’Uno che si manifesta). La specie-eidos è il punto di giunzione tra il ghenos e l’individuo: è la morphè, la sua conoscenza è morfologica, fenomenologica, sta al confine tra unità e molteplicità (la specie introduce la differenza-diaforà nel ghenos, ma è l’unità dei suoi individui): corrisponde all’angelo, ognuno dei quali è specie. Il proprio-idion media tra la specie (che è forma, essenza e logicamente la definizione) e l’accidente-symbebekòs. L’idion non rientra nella definizione intesa come classificazione (massimo comun divisore, prospettiva logica), ma è inerente alla forma, seppure non sempre in atto (minimo comune multiplo, prospettiva ontologica). Il symbebekòs è ciò che si predica dell’ente o sostanza (le 9 categorie dopo la prima, l’ousia appunto) senza appartenerle necessariamente (=la sua assenza non implica la phthorà, la distruzione, del soggetto). Di fatto, da un punto di vista henologico (cioè al di sopra e al di là dei limiti della prospettiva logica e anche ontologica), si può dire con Ibn Arabi che l’universo intero rispetto a Dio è majmū‛ a‛rād, un insieme di accidenti, oppure che ogni cosa è necessaria nell’Essere Necessario (nella prima formula si allude al fanā’, nell’altra al baqā’); ma proprio alla luce del tawhīd integrale di cui parla Corbin, dell’unificazione di fanā’ e baqā’, è importante congiungere la prospettiva henologica a quella ontologica e quindi logica, tenendo i piani distinti ma sapendone l’interdipendenza. Così la relativa consistenza degli esseri creati fonda e necessita il sapere logico, col suo riferimento formale e fenomenologico alla sostanza, pur lasciando aperta nel linguaggio e nel pensiero la possibilità di rotture che alludano simbolicamente al rapporto originario.

Dell’individuo (atomon) non si dà episteme: l’individuo è il punto più basso dell’emanazione, del depotenziamento inerente alla moltiplicazione, è il confondersi della forma nell’apeiron della materia, è atomon in quanto irripetibile e (ulteriormente) indivisibile – ma proprio per questo è anche atomon come l’istante, punto di partenza dell’epistrofè, della conoscenza, inconoscibile, segreto della rubūbiyya. L’uomo come essere più “individuale” del creato – di qui il rapporto dialettico con gli angeli, pure forme. L’individuo sostanza prima di Aristotele e di Tommaso (corollario: concettualismo) e punto più basso dell’emanazione nei platonici. Porfirio dice che il primo è lo sguardo dal basso, logico, il secondo quello dall’alto, heno-ontologico: ma da una prospettiva di tawhīd integrale si può dire che l’individuo è la manifestazione dell’universale – tutto è in tutto – e al tempo stesso che, in quanto individuo, parte irrelata, autoidentità impossibile e inconoscibile, è illusorio.

La scienza non lo attinge, perché oggetto della scienza è l’astratto, l’universale post res (dal punto di vista logico – dal punto di vista del nous è l’universale in rebus e ante res. Duplice accezione del termine episteme). Se l’individuo entra in un sillogismo, rende impossibile la deduzione necessaria, la dimostrazione (Newman: “Tutti gli uomini muoiono, Elia è un uomo, dunque Elia è morto”). L’individuo è una sorta di corda tesa tra l’universale astratto e la persona concreta – o tra l’universale astratto e l’universale concreto (l’Uomo, il Cristo Totale etc.). In questo spazio – in questa intersezione che è davvero atomon – fiorisce la fede abramica, o l’eros antico.


Riduzione di tutte le proposizioni a quelle categoriche, riduzione di tutte le proporzioni all’uguaglianza, di ogni somiglianza e uguaglianza all’identità. L’identità numerica come orizzonte ultimo: è l’identità immediata, concreta, quella di Conoscente e Conosciuto nella Conoscenza.


Il realismo ‘forte’: legittimo se gli universalia sono le idee platoniche, le idee divine, gli angeli-dèi; illegittimo se ipostatizza i concetti della logica. Il concettualismo (realismo o nominalismo moderati) come posizione mediana, affine a quella aristotelica: parte dal basso e vede nell’individuo la realtà primaria, il sinolo concreto, ciò che partecipa dell’atto d’essere. Il nominalismo estremo come posizione scettico-razionalistica: presente nello scetticismo religioso, fideistico, nel misticismo che immerge nell’Uno ogni determinazione razionale tendendo ad annullarla, e tutto il soggettivismo che cerca giustificazione nel criticismo kantiano etc.


Diversi modi di esprimere la quaestio de universalibus: ciò che è comune, ha realtà? Il nesso tra pensiero ed essere, tra soggetto e oggetto, è una relazione vivente, fonda una totalità?


* * *


Le Urworte di Goethe.

Daimon-Sole: l’intima necessità, l’essenza, la forma sostanziale, la ghianda, il centro, “porta a termine il contratto dell’anima col tutto”.

Tyche-Luna: la fortuna, gli accidenti, la materia come alterità, potenzialità, cibo (l’anna vedantico) che l’entelechia assimila, “porta a termine il contratto del tutto con l’anima”.

I due serpenti, le due correnti si intrecciano sull’asse centrale. Il loro bacio è Eros (Venere): congiungimento di bocche, di logoi, reciproca fusione di fiati, di pneumata; intersezione, nell’istante dello sguardo, di sé ed altro, dell’identità che si rispecchia narcisisticamente e dell’alterità che trae fuori dal consueto, di necessità e casualità. L’eros cosmogonico, l’Afrodite-Philotes di Empedocle foggia il composto organico, la physis, la ghenesis, l’unità dinamica di eidos e hyle. Eros è l’anima, è Ermes-Afrodite, è il movimento del cosmo verso Dio, è l’epistrofè, è la conoscenza congetturale umana come movimento dialettico dalla rappresentazione alla presenza contemplativa.

Il nodo inferiore che le serpi intrecciano sull’asse è Ananke (Saturno?): destino e caso, sé ed altro si radicano in un’unità profonda e inconscia che si manifesta come necessità che limita desideri e passioni, come traccia petrosa del carattere, come persistenza e invarianza per cui interno ed esterno si consumano reciprocamente, in un accordo discorde sempre più doloroso-purificante. Ananke è la morte progressiva del desiderio che progressivamente rivela l’anima nella sua scaturigine noetica, intellettuale: ma può vivificarla solo facendole prendere le ali di Elpis, che è Mercurio stesso, sostanza sottile e dinamismo dell’intero caduceo. Elpis è il possibile che fa accedere istantaneamente al reale, è l’apertura del destino al Bene, sua origine e meta.

(Per completare il settenario dei pianeti mancano i nodi di Marte e Giove).


Il limite della henologia platonico-plotiniana mi sembra stia in questo: che concepisce l’Uno ancora dal punto di vista dell’intelletto, del Nous. Ma perché la realtà sia davvero hen-kaì-pân, hen-kaì-pollà, bisogna che la trascendenza apofatica dell’Uno non sia colta come il negativo dell’Intelletto, come la negazione pura e semplice del suo oggetto. L’Uno platonico-plotiniano è soprattutto il Bene, ma la sua semplicità sovraintellettuale e sovraessenziale andrebbe piuttosto intuita-pensata, in modo più dinamico, nel punto eterno di distinzione/contatto tra l’Uno e il Nous, quel principio amoroso e ipernoetico del Nous che riconcilia il platonismo con Parmenide (il cuore di Aletheia è l’Uno nella sua non-ipostatizzazione, colto dinamicamente e senza porre un “oltre-la-manifestazione” – un “dentro”, semmai, ma un’interiorità vivente, organica) e lo apre alla Trinità cristiana.

venerdì 8 aprile 2011

La libertà del Quattro


Caro * * *,

sono felice che tu riesca a goderti qualche fine settimana come Dio comanda: che grande opportunità è anche la minima vacanza! Vacare sibi, vacare Deo... La radice è vacuum, vacuità, libertà. Ci sono alcune stupende righe di Chesterton sul tentativo, da parte dell’economicismo moderno, di distruggere o meglio di evacuare la vacanza: perché, appunto, ogni vacanza è tragica e ricca di senso come le antiche feste, come gli antichi riti, è preparazione alla morte e quindi all’eternità, che è la suprema vacanza. Ah deliziosa umiliante avventura!

Per una buona fruizione di Uspenskij non ti consiglio di riprendere in mano Kant: basta quello che ricordi delle tue passate e non banali letture. L’aspetto più interessante della grande stagione di riflessioni sulla quarta dimensione è proprio questa esigenza di superamento del razionalismo kantiano. Il kantismo è l’ultimo e nobile fortino assediato di una concezione del mondo che sopravvive angosciosamente in un’epoca essenzialmente nuova e caratterizzata da una Weltanschauung intimamente differente: un po’ come molti elementi del pensiero ellenistico persistevano nella nascente era cristiana, alcuni mutati di senso, altri come reliquie a volte consapevoli, a volte inconsapevoli, sempre in conflitto (anche qui, un conflitto a volte autocosciente, a volte sordo e patologico). Florenskij sosteneva profeticamente che all’inizio del XX secolo il mondo occidentale stava ritornando alla visione medievale della natura e dell’uomo – cioè, secondo lui, alla visione simbolica o quadridimensionale, spezzata (altrettanto simbolicamente!) dall’uomo rinascimentale, che ha fatto emergere una visione prospettica, piatta (tridimensionalismo, meccanicismo, razionalismo etc.) e in fondo antireligiosa, culminata nell’apologia del kantismo. Per tornare a Uspenskij, il suo libro (Tertium Organum) mi sembra utilissimo perché l’ipotesi delle dimensioni superiori vi appare come uno strumento per immaginare e pensare, attraverso delicati ma resistenti fili analogici, le più antiche intuizioni della filosofia (anima, forma, incorporei e corpi, eternità e tempo) non più, razionalisticamente-dualisticamente (cioè in modo ‘metafisico’ secondo l’accezione nietzscheana-heideggeriana-wittgensteiniana del termine, per la quale metafisica=superfisica, proiezione astratta della fisica), come ‘oggetti-che-stanno-dietro-il-fenomeno-o-da-nessuna-parte’ etc. (praticamente, concetti utilizzati per tappare buchi cognitivi) – ma, appunto simbolicamente-unitariamente, come realtà sovradimensionali ed ‘eterne’, in cui siamo immersi, e di cui conosciamo solo sezioni temporali. L’ipotesi può essere sfruttata in molti modi: dalle elucubrazioni di Hinton, al patchwork sbrigativo della teosofia, alle suggestioni della fantascienza, al progetto di recupero del pensiero simbolico in Florenskij, etc. etc. (Fuori dall’Occidente l’integrità si è conservata soprattutto attraverso la trasmissione diretta, sapienziale, delle scuole: la metafisica dell’immaginazione nel sufismo iranico, l’essere-tempo del Soto Zen di Dogen etc. etc.).

Anche gli sciamani avrebbero molto da dirci – se potessero comunicare con noi! Putroppo è già difficile tra culture un po’ più segnate dalla storia, addirittura fra culture sorelle (ma non è troppo strano: il vicino è il più arduo da accostare). A proposito di dimensioni multiple: come un essere tridimensionale, attraversando un mondo bidimensionale, appare come una successione di esseri bidimensionali bizzarri o come un unico essere bidimensionale sfuggente e inquietante; così una sessione sciamanica offerta ai sensi e alla mente di un abitante di Roma del XXI secolo il più delle volte apparirà come un caos futurista o surrealista di suoni inarticolati e articolati, parole suggestive e parole insensate, gesti mimetici e danze monotone svariate da elementi casuali...

A presto, tienimi informato sui tuoi viaggi (in qualunque dimensione). Daniele

Parziali per troppa totalità


Nei romanzi di Tolstoj ad un tratto compare un mužik dolce e severo, perfettamente fiabesco, che con la sua semplice presenza fisica, un paio di battute folgoranti e di proverbi meravigliosamente ordinari illumina un borghese torturato da splendidi vizi spirituali e da una violenta fame di giustizia, o un aristocratico crocifisso fra cielo e terra, flagellato da antiche finezze e nuove volgarità. Quel contadino, quel Platon Karataev realissimo e idealissimo, è ad un tempo il Povero Aggraziato di Pasolini e il Sapiente Aggraziato di Zolla: e tutti e tre sono miti, tre miti diversi, nitidamente e confusamente diversi, sono un unico mito – sono mito. Un’Arcadia, un Eden, perché nessuno muoverebbe un passo senza la ferita luminosa del Giardino negli abissi del cuore: ma appunto, come insegna il grande quadro di Poussin, anche nell’Arcadia c’è la morte, la fragilità, la frattura.

Il Sottoproletario Innocente è facile da demolire: la sua stoffa è più borghese e decadente che marxiana (sebbene anche la critica marxiana non possa sottrarsi alla legge secondo cui la lotta assimila distinguendo), e nonostante Pasolini sia tortuoso e complesso, davvero c’è qualcosa di irrimediabilmente viziato persino nelle sue visioni migliori. Ma perché? Perché sono profezie: e il profeta sbaglia sempre. Il profeta, cioè il più prezioso fra gli uomini.

E il Sapiente di Zolla? Sembra più resistente, perché più sottile: ma qualcosa non va lo stesso. Elémire aggira il tragico: vede troppo chiaro, manca spesso di stupidità, di ironica cedevolezza umana. Come tutti i sapienti, mi si dirà. Non esattamente: come i fini intellettuali che filtrano sofia dalla foglia secca ed enigmatica del passato. Il suo Sapiente è un mito, necessario ed anzi eccelso, ma anche in questa Arcadia c’è la morte: la Sapienza non si incarna mai in modo così sapiente. Non parlo solo dello Zolla guenoniano e tradizionalista; lo Zolla magnificamente equilibrato degli anni ’70-’80, generosamente acquariano, centrato e perplesso, è pur sempre il profeta di una delicata gnosi occidentale che dissolve i nodi turpi e sacri dell’occidente – una gnosi che supera il tragico con un gesto sovrano, fiabesco e imperfetto. Ricordi le sue repliche a tormenti occidentalissimi, come quello di Primo Levi nel racconto Trattamento di quiescenza, quello del Cioran “sadiano” etc.? Ricordi il suo Kafka cabbalista, l’umido di quella grande anima straziata cauterizzato da un ferro rovente? La sua inquisizione sul fantasticare? E i quadretti francofortesi dell’Eclisse dell’intellettuale, pur genialissimi – quelle visioni di subumani che ascoltano con rapimento autistico motivetti di due note, quella critica ferocemente sistematica del cinema, dell’arte moderna, di ogni minimo sussulto rivoluzionario –? Sublimi, profetici, parziali per troppa totalità, per troppo Uno.

sabato 26 marzo 2011

Parlando di James Hillman e altro con un amico


Gli archetipi rimossi ritornano come pathe di anima, a cui ineriscono; il Dio-Pneuma rimosso ritorna come Giudizio. C’è un’evidente analogia, ma un’ancor più forte discontinuità: l’oblio, il disconoscimento, la mancanza di rispetto e attenzione per gli dèi-archetipi è la hybris dell’io titanico, che sconta l’evacuazione dello spazio rituale con l’invasione di ritualizzazioni inconsce e coatte; il rifiuto dello Spirito Santo, del Dio trascendente, è il perpetuarsi del ‘mondo’ col suo contenuto di ignoranza-brama-avversione che prepara in una sorda angoscia la propria escatologica confutazione.
Il thymos eracliteo, anima desiderante, che si proietta sulle cose, si attacca alle cose e in qualche modo le ‘crea’ nella loro separatezza di oggetti, oggetti-del-desiderio appunto: ‘compra’ ciò che vuole, crede di appropriarsene, e il mezzo, il corrispettivo di questo baratto è l’anima, l’anima principialmente ignea, consumata nel distacco. Solo nel distacco si possiedono interamente le cose; il desiderio le spezza, le separa dalla trasparenza dell’anima, le oggettiva e ‘mercifica’ col suo vischioso attaccamento. L’anima di Eraclito è ottima solo se asciutta, infuocata, assetata: distaccata da ‘tutte-le-cose’; diventa umida, e quindi dionisiaca, quando discende verso le cose, inebriata, alla mercè di tutto, instabile. Ma, come per Dioniso, questa caduta nell’umidità della natura e dell’immaginazione è un’iniziazione, l’inizio della resurrezione, dell’epistrofè: è la morte necessaria e insieme gratuita, casus e ananke.
Insomma, l’attaccamento dà via l’anima, la aliena; il distacco la riacquista, la riconduce a sé. Ma il distacco cos’è, se non morte? E quale morte sperimenta l’anima al di fuori della valle d’ombra di immagini vaghe e fluttuanti, lontana sia dalla calda e ribollente estroversione del thymos che dalla contemplazione centrata nel Nous, rivolta verso il Nous? Pneuma-Nous e Psychè si incontrano, come sposo e sposa, come i due serpenti sul caduceo, a tratti, a momenti: ed è proprio il Dio superiore al Nous stesso, il Dio che è Pneuma nel senso di Gesù e di Paolo, a dare a Silvano dell’Athos il precetto della fedeltà all’anima – “Mantieni la tua anima negli inferi, e non disperare”. Mantienila negli inferi, nell’inferiorità, nella bassezza che è abiezione e profondità, Penia essenziale bramosa di concepire Eros, privazione che è il centro iniziatico, il perno, dell’universo (“Se io non fossi, Dio non sarebbe Dio”, Eckhart – “Noi diamo a Lui ciò con cui Egli si manifesta attraverso di noi”, Ibn Arabi). “E non disperare”: non letteralizzare, non fidarti della tua fiducia, di te. Abbandonando l’anima, ti abbandoni all’anima – e in essa allo spirito. Spirito e anima si oppongono come maschio e femmina, come picco e valle, come unità e molteplicità – un’opposizione gravida di Eros, di Amore, l’Amore del Simposio, mendico, ermetico, inclassificabile, errante, quell’amore che è l’essenza dell’apparire, dell’apparenza, figlio di Penia e di Poros, di materia e di forma, quell’amore che è “figlio pate e marito” di Psiche, della profondità femminile dell’essere.

venerdì 25 marzo 2011

Appunti presi in piedi sull’autobus


Oltre la spera che più larga gira
passa ‘l sospiro ch’esce del mio core:
intelligenza nova, che l’Amore
piangendo mette in lui, pur su lo tira.

Quand’elli è giunto là dove disira,
vede una donna, che riceve onore,
e luce sì, che per lo suo splendore
lo peregrino spirito la mira.

Vedela tal, che quando ‘l mi ridice,
io no lo intendo, sì parla sottile
al cor dolente, che lo fa parlare.

So io che parla di quella gentile,
però che spesso ricorda Beatrice,
sì ch’io ‘ntendo ben, donne mie care.

Va ruminato parola per parola, tanto mirabile è la sua esattezza – veramente si gusta l’affinamento che la morte dell’amata ha operato nell’anima e nell’arte di Dante. Il sospiro di dolorosa nostalgia, di straziata orfanezza che esce dal cuore del poeta passa oltre la sfera celeste che ha l’orbita più ampia – il Primo Mobile – cioè accede all’Empireo, la quarta dimensione in cui lo spazio si curva sul suo centro divino: e a farlo ascendere è una nuova potenza intellettiva, un angelo mai prima incontrato, una virtus immaginale che gli mette le ali erotiche dell’epistrofè. E chi ha messo questa intelligentia nel cuore di Dante? L’amore in lutto, piangente, crocifisso. Quel dolore bruciante è un desiderio di raggiungere l’Empireo, la regione infuocata dalla prossimità divina: e basta una lacrima, un sospiro, per trapassare tutti i cieli e arrivarvi, in un attimo, in un fremito d’ali del cuore. Lì lo spirito pellegrino, in viaggio immaginale attraverso le forme celesti, emigrato dalla terra su cui resta solo una spoglia indecifrabile, cibo per i vermi, vede una donna che viene glorificata, e la contempla nella stessa luce che ella emana: è donna di luce, celeste, corpo spirituale, è la donna terrestre nella sua integrità oltre le tre dimensioni del cielo e della terra. E lo spirito, la punta più alta e sottile dell’anima amante e dolorosa, vede una presenza così piena e totale – è la Natura Perfetta di Dante – da tradurla in un linguaggio troppo sottile e balbettante per il cuore e l’anima che lo inducono a parlare, a raccontare la visione. Ma una cosa il cuore sa con certezza: che quella donna è Beatrice, l’amata terrestre, perché lo spirito ricorda (dhikr!) continuamente il suo nome, il nome e l’immagine che si è impressa indelebilmente nel cuore di Dante, come l’immagine e il nome del maestro nella pratica del discepolo sufi. L’ultimo verso è un cenno d’intesa alle donne dell’immaginazione dantesca, potenze dell’anima e figure angeliche molteplici che accompagnano il cuore e lo spirito del poeta nel suo viaggio immaginale-iniziatico.

giovedì 24 marzo 2011

Il Maometto di Dante


L’inferno è proprio la condizione egoica, lo stato dell’io nella sua assurda nudità: un’irrealtà che l’uomo crede e vuole reale. È l’antico nesso socratico tra male e ignoranza, che il mondo abramico arricchisce di un’idea nuova, quella di volontà, di consenso. Il punto più sottile dell’ascetica cristiana delle origini è proprio qui: l’immagine è l’uomo, è l’umano come terra di mezzo, immaginale: diventa-è angelica nella misura in cui viene ricondotta (epistrofè) alla sua radice eterna, divina (superando così l’entropia, e quindi la morte, nella quarta dimensione), diventa-è satanica nella misura in cui le si sovrappone la passione, attaccamento o avversione (e così si dissolve indefinitamente nell’entropia infernale). L’uomo è una corda tesa tra la scimmia di Dio, il demonio, e l’oltre-uomo come suo modello, archetipo angelico nella terra di Hurqalya. Il Maometto e l’Ali di Inferno XXVIII sono figure immaginali che nell’alta fantasia di Dante incarnano la passione scismatica, che lacera il corpo della comunità credente (nel Medio Evo un’altra passione, quella per l’Unità, faceva sentire l’Islam come uno scisma cristiano, e in effetti la conquista musulmana interessò agli inizi soprattutto il mondo bizantino, cioè la cristianità orientale): di qui l’orrore e il disprezzo che colorano la scena, con la sua fisicità comicamente-disgustosamente viscerale. Nel mundus imaginalis verità e menzogna non sono quelle della logica, della teologia, del diritto: vero è il modo in cui vedi l’immagine, non la formula che l’intelletto vorrebbe estrarne: “allora l’Islam è diabolico?”. Ciò non significa che la visione di Dante sia valida solo per lui e il suo mondo (relativismo astratto), perché lo statuto dell’immaginazione (Corbin docet) è appunto il suo essere rivelazione particolare-e-universale, un incontro personale in cui le Intelligenze Divine sovraformali prendono forma per quell’uomo – e dunque hanno quella forma.

mercoledì 23 marzo 2011

Oportet enim


Perché Beatrice deve morire? Perché Cristo deve morire? Perché lo starec Zosima deve morire – e puzzare? Perché le immagini devono essere distrutte? Perché la Ka‛ba dev’essere demolita? Perché l’icona mentale della Devi dev’essere tagliata in due con la spada del discernimento? Credo che la risposta più ricca – non una spiegazione, siamo troppo prossimi alla densità delle archai – stia nella visione dello statuto ontologico del creato insegnata dal Doctor Maximus, Ibn ‛Arabī: ogni creatura è nulla in se stessa, e Dio in Dio. Come ha detto Florenskij, l’icona è più e meno di se stessa: è un povero pezzo di legno ricoperto di tracce colorate – ed è l’oggetto stesso che vi è dipinto. Così Beatrice è la Sapienza Divina stessa, eppure il cibo che entra nella sua bocca soave va in merda, e il suo corpo va in merda, come quello del cane e di Hitler, come i cieli e la terra. Il trauma di questa morte, della morte, essendo iniziatico, non può essere davvero compreso, ma “solo” patito intimamente – e la trasformazione accade: la donna amata ora è tra i morti, ed è tanto più immagine, tanto più presenza. La morte di Beatrice è il fanā’ di Beatrice: la taglia in due, e la installa “oltre la spera che più larga gira” (ultimo sonetto della Vita Nuova), nelle dimensioni superiori, che sono più nostre di ciò che ci circonda nel pellegrinaggio terrestre, nell’utero dell’attesa.

domenica 20 marzo 2011

Di’esoptrou en ainigmati


A volte basta incontrare una frase semplice, intelligente e opportuna per gustare in modo inatteso un’intuizione metafisica mille volte ripetuta e accarezzata, che con quella non sembra avere se non un legame aereo e istantaneo, allacciato da un fato mercuriale. Così mi è accaduto con questa osservazione di Chesterton, il grande Apostolo del Senso Comune: “A quanto pare sin dai primordi dell’umanità tutte le nazioni hanno avuto governi, e tutte se ne sono vergognate. Nulla è più apertamente fallace della fantasia secondo cui in epoche più rozze o più semplici governare, giudicare e punire sembravano atti perfettamente innocenti e dignitosi. Queste cose sono sempre state considerate alla stregua di castighi della Caduta; come parte dell’umiliazione dell’umanità, di per sé cattive. Che il re non possa sbagliare non è mai stato altro se non una finzione legale; e tale è ancora”. Dopo averla letta, mi è parso di capire in modo un po’ meno astratto l’arcaica, l’immemorabile filosofia dell’immagine: tutto è immagine, tutto è visto e vissuto per speculum in aenigmate. Io non sono un padre: sono l’immagine di un padre (del Padre), per questo è bene ch’io sia trattato come se fossi un padre. Io non sono un uomo: sono l’immagine di un uomo (dell’Uomo). E amerò il prossimo mio come me stesso, come l’immagine infinitamente altra dell’identità che è più me di me stesso. Questo sguardo attento, sospeso, binoculare, non disfa il midollo della vita e non spegne la sua immediatezza, ma anzi trae i polpacci del viandante dai rovi delle passioni e rende più spedito, più ardente e leale il suo desiderio.

Une Voix d’En Bas


Quando leggo Bloy – e certe cose nascoste (anche tra le pieghe dell’opera e della vita dei grandi) nel Secondo Ottocento russo – mi sembra di cogliere il grano di sale che dà il giusto sapore all’attacco di Nietzsche contro il cristianesimo. Così sentiva, forse, accostandosi alle lettere di Paolo, un pagano della decadenza dai nervi preziosi e fragili e dall’intelligenza prensile e accogliente: la densa ambiguità dionisiaca del sacrum antico, già ridotta a una goccia di vino svanito o addirittura inacidito, veniva inghiottita dalla nauseante ambiguità apocalittica, da un oceano di vertigine e ubriachezza fin troppo consapevole della propria urtante novità. Aveva preso forma, con inaudita sicurezza, la retorica di un Evento in cui illusionismo e carne si trovavano congiunti fino in fondo, fino alla fine. Il sottosuolo gorgogliante di Bloy non è l’ardente angoscia di Saul di Tarso, ma un filo di sangue e di lacrime ha iniziato a colare nella Palestina romana, e la sua traccia indecente e sbavata si prolunga nei deliri del secolo più epilettico e stregato (ma non il più apocalittico, come sappiamo o dovremmo sapere noi) dell’eone cristiano declinante.

L’Oracolo del Soffio a Zürau


“Il male è il cielo stellato del bene” (Das Böse ist der Sternhimmel des Guten). Kafka ha tracciato, nella dura e impalpabile solitudine gnostica di Zürau, una delle note più atroci ed esoteriche della Storia. Estraggo una delle letture possibili dalla sua immane concentrazione geroglifica: quando il bene esce per un istante dalla sua segreta meditazione, indifesa e inconcussa, e contempla nelle tenebre esterne i simboli lucenti della propria vita, se non ritorna subito in se stesso distruggendoli – quello è il male. A questa altitudine, in questo abisso, il mito manicheo e la rivelazione dell’Unico sono – entrambi – enigmi impastati di ignoranza salvifica, infinitamente più misericordiosi, incomparabilmente più carnali. Kafka ha captato il sibilo della Spada del Rigore, il soffio della Falce dell’Esattezza. È il martire, impeccabile e disastroso, dell’Assoluto.

sabato 19 marzo 2011

Dal razionalismo al logos


La discussione sul vinculum substantiale attesta l’esigenza di un terzo nel sistema leibniziano – il nexus del Cusano.
Anche i due principi logici supremi richiedono una sintesi superiore. Il principio di contraddizione o identità riguarda le verità di ragione, eterne, assolutamente necessarie, analitiche: si tratta di verità nozionali, astratte (logica e geometria), è un principio di identità vuota che rimanda alla tautologia come proposizione logica in Wittgenstein, è un riflesso della realtà metafisica nella mente umana e nelle sue costruzioni. Il principio di ragion sufficiente riguarda le verità di fatto, contingenti, sintetiche: si tratta di verità relative alle cose reali, alle sostanze (corporee, create), è un principio che in virtù della riduzione della verità ad inerenza e della stessa struttura metafisica leibniziana tende ad infinitum al primo principio, quello di identità – le verità contingenti, in Dio, nell’infinito reale, sono necessarie, anche se ipoteticamente. Ma Dio è la suprema realtà, la somma monade, e in lui si unificano necessità e libertà, identità e ragion sufficiente-alterità. Dov’è il terzo, lo spirito? Sempre negli interstizi della dualità-opposizione: così in Cusano la steresi aristotelica si capovolge e si precisa come nesso vivente e dinamico (similmente nella qabbalah chassidica); il vinculum substantiale emerge come ipotesi metodologica per dare ragione dell’unità delle sostanze corporee; e in generale l’approccio del come-se, la legge di continuità, il dinamismo concettuale sollevano Leibniz ben al di sopra del razionalismo e dell’empirismo, nonché delle metafisiche ormai sradicate dal nous.

Con Léon Bloy, nella cloaca


Non c’è scelta, o meglio c’è la tragica – ed anche, quando l’occhio si vela, triste e deludente – parvenza di una scelta. Alcune religioni, le più, agonizzano nel tepore intimamente angosciato dell’ipocrisia; altre, come l’Islam, nell’esibita e negata angoscia della violenza. (In questo mostra di essere giovane e messianica, o piuttosto apocalittica). Ma il frutto di queste doglie, parallele e inseparabili nel ventre dell’infinito, stupirà gli ipocriti, gli zeloti e – in modo del tutto diverso eppure incomprensibilmente fraterno – anche i giusti, perché ogni parto, pur se monitorato dalle nostre paranoiche ecografie (o forse proprio per questo), stupisce tutto il creato, tutto il passato, il presente e il futuro – e quanto più dunque quello!

Senza titolo


Qualcuno gioca con le nostre teste
lanciandole su un tavolo di marmo
per mostrarne le facce ad una ad una –
ma io non rispetto né riconosco la sorte
se non ha una faccia e un nome segreto
che possiamo compitare sopra e sotto il tavolo,
oltre la finestra, nel rosso orizzonte
che vide amarci per la prima volta.

lunedì 14 marzo 2011

Gloriosum nihil


L‘odore della primavera è già penetrante nell‘aria. La Quaresima ha lo stesso odore. Noi uomini di carne siamo legati alla luce della gioia come i dannati alle loro opache iterazioni.

Un’ombra di Hiroshima


nel sessantesimo anniversario del pika-don,
per le vittime
e per l’espiazione dei ciechi

Sul limine azzurro del lampo
all’aprirsi vocale del tuono
intravedevo il sorriso di Kannon
ed auscultavo un sottinteso ambiguo.
Ma voi, che avete un libro e un dio umanato,
vedrete forse, un giorno, faccia a faccia
la faccia che avevate un giorno prima
di nascere, già consegnati a voi stessi,
i lineamenti esatti, irrefutabili,
forse, della magia che – anche voi – siete.
La vita non è feroce né sacra, è chiamata
ad essere tutto, ad essere
attenta, ferita
di conoscenza limpida e comune
e di lievissima misericordia.

- 26 Giugno 2005 -

NOTE:

Pika-don (lampo-tuono): così i giapponesi chiamano l’esplosione delle bombe atomiche in Hiroshima e Nagasaki.

Kannon, in cinese Kuan-Yin, Signora della Misericordia, è la dea che manifesta Avalokiteśvara, il Buddha che “ascolta il grido dei mondi”.

domenica 27 febbraio 2011

Pensieri di un vecchio nel letto del suo lamento


a Giovanni Casoli, poeta e maestro, con gratitudine e amicizia eterne

Ho sposato la povertà
ma furono sponsali combinati
dal saggio padre e dalla casta madre
con una madre casta e un padre saggio
prima che io nascessi – alquanto prima.

La sposa non era di mio gusto
un po’ perché – la giovinezza è vana –
in città non piaceva a nessuno
ma soprattutto (lo dico in un tremito
del mio ossequio di figlio e servitore)
perché non io, non io l’avevo scelta.

Certo, la legge è forte e parla chiaro,
si deve amare il nodo delle nozze
voluto da chi ti ha generato
e nello stesso nodo s’è annodato –
amare anche la donna, quella donna,
non è propriamente necessario.

Poi (è noto) per la dolce ironia
e triste, che sempre, oscuramente,
spezia l’asciutto pane dei decreti,
finisce per piacerti anche la sposa,
quella sposa, e così l’amarezza
del si-deve è un sale, un dono robusto,
un farmaco pungente e salutare;
ma resta l’ansia di voler amare,
la curiosità di poter amare
chi si vuole, lo spasimo
di poter volere chi si ama:
e quando tutto, la forza e il piacere
e i debiti che le generazioni
pellegrinando ancora si consegnano,
quando tutto è già speso, proprio allora
ti torna dai visceri su in gola
a farti ridere e sbadigliare
e a soffocarti e a farti nauseare
a forzarti a cantare e vaneggiare
il più piccolo ignoto dolore
della tua misera infanzia fedele,
e il desiderio – la vecchiezza è folle –
d’inzupparti l’avanzo di quel pane
secco in un po’ di vino.

E allora sogni di sposarla ancora,
la povertà cui t’hanno fidanzato
il luminoso padre e la tenera madre
ma per il tuo diritto, regalmente,
o piuttosto così, come un pitocco,
senza condizioni, perché la strada è dura,
senza l’ameno e senza il focolare,
senza recinto e tetto, senza travi
sulla tua testa nuda, come un povero.
E allora arriva il giorno, che si muore.

E sono morto, e il giorno ancora arriva.

Perché, per forza, esiti, e resisti,
per forza sei impaziente, e prendi tempo
nell’attesa di chi non conoscevi,
di chi ti era promessa, la tua sposa...

Non ero ancora neanche fidanzato.


- 20 Giugno 2003 –

martedì 22 febbraio 2011

Veglia di Natale 2004


Non eripit mortalia
regna qui dat coelestia.
Inno Hostis Herodes impie

Mi bracca un infante
per tutte le contrade del cuore
lungo i sogni del giorno e le sue opere
m’insegue uno
che è piccolo e immoto
una piccola carne offerta
servita in un cestino
da pranzo di nomadi
da uno stazzo di nomadi
sopra una terra nomade
misurata da un cielo che fugge
in cerchio disegnando meraviglie

L’essere mi sospinge all’essere –
mi trova e mi sollecita la nostalgia
dello yehì or che qui fra le pietre
della Giudea prendiamo per l’ordine
di uno che è grande
e trabocca di vita come un tino, di uno
che ordina qualcosa a se stesso,
che dona a qualcos’altro il suo ordine –
ed ecco stanotte il sussurro
aprente, la valva vocale del bereshìth, ecco
stanotte lo yehì or mi trova e mi prende
e mi stana, l’infante
poggiato sul cestino e la pietra mi legge
e rilegge e rivolta, e non c’è lettera
del mio passo, né apice e yod della mia
porzione, del mio breve giorno liturgico, che
resti intera, ogni cosa sospinta
al nulla, ogni essere
sospinto all’essere

Oh la preghiera che l’essere
muove a se stesso per più
essere, per altrimenti, per minutamente
minuziosamente essere,
per essere piccolo e tutto, per
essere dono –
ancora di nuovo noi
faremo e ascolteremo –
e la tua parte è nascere ed ostenderti
in una notte che è preghiera
della luce alla luce



NOTE:

Secondo John D. Derrett, studioso delle fonti ebraiche del Nuovo Testamento, Gesù neonato potrebbe essere stato disteso in una delle ceste di vimini con cui i pastori della Giudea portavano i viveri negli stazzi.

Yehì or sono le prime parole che Elohim pronuncia nella Bibbia: wayyomer Elohim yehì or wa-yehì or (“Elohim disse: Sia luce, e fu luce”).

“Faremo e ascolteremo” è la risposta d’Israele al dono-vincolo della Torah: Kol ashèr-dibbèr YHWH na‛asèh we-nishmà‛ (Es 24,7).

domenica 20 febbraio 2011

Luca 10, 30-37


…l’olio e il vino che il Samaritano applica alle piaghe sono legalmente contaminanti, perché provenienti appunto da un Samaritano…
J. Duncan Derrett (cit. da E. Zolla)

Vorrei che questa piccola inutile storia non vada dimenticata; quanto alle altre storie in cui sia passata, indugiando o in volo, la mia ombra, spero, con stanca e perfetta nausea, che finiscano annientate. Si consumi tutto nella desolazione e nel terrore, e continui però a sanguinare nel buio questa efflorescenza senza gloria, che per caso mi ha redento dalla mia rispettabile umanità.
Ero un decente funzionario del Ministero dei Sacrifici Quotidiani. Avevo ottenuto, per stretta giustizia, dopo un paio di concorsi infiniti, una delle mansioni più basse, facili e sicure: fotocopiavo i decreti delle segreterie della mia città, una metropoli fruttuosamente abituata alla decadenza, per poi trasmetterne i bruniti simulacri agli ufficetti di quartiere o alle sezioni dei partiti politici. Con gli uffici era d’uopo ogni buona severità e un’asciutta vigilanza; ma alle sezioni non risparmiavo mai i frutti dell’arte lieve cui sembravo predestinato – il ballo della condiscendenza impotente, la bonaria e fresca tenzone poetica sulle formule prescritte, magicamente sempre inoperanti e sempre, quasi divinamente, vittoriose di tutto e di tutti. Non parlerò, per il voto iniziale, della mia esistenza, che del resto comunicava circolarmente, consapevolmente e indifferentemente con quelle di tutti gli altri funzionari inferiori (ciò costituiva appunto la mia massima lode); non traccerò un superfluo ritratto della mia debita calvizie, del mio smidollato incedere da fantasma, della mia accurata e smorta eloquenza: della mia diafanità.
La storia è questa. Fui visitato, dopo una decina d’anni di servizio, da una variante piuttosto insueta della cosiddetta melancholia ministerialis. La melancolia – nota anche vulgo come “la circolare spiacevole” o altrimenti “la pratica inevasa” – è trattata con discrezione e parsimonia nelle Massime dei Padri, al segno che i più non ricordano se non un rapido detto del Burocrate Primordiale: “È necessario che vi siano melanconici, tuttavia guai a colui che va ad inciampare nella melanconia! Se un tuo membro o un tuo pensiero danno scandalo agli altri, tagliali via da te: è meglio infatti per te entrare nel Ministero mutilato o demente, piuttosto che il tuo corpo e la tua mente interi siano visti e giudicati dagli uomini”. Concludeva con un monito atroce, un fendente della spada del giudizio: “In verità vi dico: se farete così, avrete già ricevuto la vostra ricompensa. Se non la ricevete ora, quando la riceverete? Se non la ricevete dal Ministero, da chi la riceverete?”.
Uno dei primi sintomi, inequivocabile, fu l’emergenza di una infame passione per le questioni della vita di funzionario (voglio dire i dettagli, poiché non vi sono principi generali, nemmeno il principio che neghi i principi generali, il che ha dato luogo, tuttavia, ad una stravagante forma di esoterismo pragmatistico); ma presto tale fuoco oscuro finì come per impietrare se stesso, in una molto caratteristica paralisi: l’intelletto si vide accecato, poiché la vita al Ministero, lungi dall’essere al di sopra della comprensibilità, ne è al di fuori (infatti tutti la comprendono, proprio così com’è, ma altrettanto bene si comprende che non ha, non ha mai avuto, forse non potrà avere né un fine né una fine): la volontà si trovò soffocata, poiché la sognante obbedienza quotidiana, meticolosa quanto inerte, ora incespicava ad ogni passo in pietre enormi, sontuose e irregolari, in gemme orribili, in schegge che puntavano a troppe direzioni. Era già per me una sofferenza esser costretto a pensare in immagini, un vizio che, come si vede, non ho più deposto. Le immagini sono così lontane da qui, eppure così rozze, così vischiose… Si sa che, dai tempi del Burocrate Primordiale – cioè da sempre – il Ministero esorta, con dolce veemenza, ad uccidere le immagini, per poi conservarne i fragili corpi disseccati sugli stipiti del proprio ufficio.
Lo devo pur dire: invidiavo i normali funzionari aureolati di depressione armoniosa e monocorde, come asceti senza fiamma; o i più rari e inquieti piccoli burocrati con le incalcolabili sfumature dello stress baluginanti sulle membra e sulla divisa, dolci eroi del Ministero, viventi screziature sull’oceano comune dei Sacrifici Quotidiani: nemmeno osavo guardare i volti compiutamente disfatti, insondabili nel malcontento e nella rugosa tolleranza, dei Grandi Melanconici, i capi crocifissi dalla noia, le immense maschere statali sospese in un equilibrio tragico, ripugnante. Perché la mia disdetta, sebbene riconoscibile e classificabile, non lo era però proprio del tutto; sempre qualcosa eccedeva, o mancava: o tutto svaporava, o tutto era troppo formato e presente. L’incapacità di sperare era tutt’uno con l’incapacità di aspettare – con la sete; e la sete era tutt’uno con la colpa, anche se i colleghi e i capi, deplorando l’uso invero audace del raro termine giuridico, la chiamavano malasorte o malora o giù di lì: colpa, colpa sitibonda, sete colpabile, come una ricettività furiosa, come insomma un liscio ricordo di vita devastata, o un lento presagio di terrori sempre più confidenti, sempre più opportuni, sempre più miei. Le indicibili notti vegliate a compulsare i sacri testi ministeriali mi persuasero, abbastanza precocemente, dell’eterodossia del mio intelletto, del morbido smarrimento della mia volontà. Ero sempre atto alle mie mansioni, ma iniziavo a prendere consistenza, presenza, opacità; il che è propriamente piuttosto impossibile, che proibito, ad un funzionario.
Proprio all’inizio andai a consultare, come s’usa, un funzionario guarito da molti anni, un vecchio contabile, che mi fu segnalato da un collega del mio ufficio per la sua squisita inettitudine. C’incontrammo in uno stretto corridoio ferocemente illuminato nei pressi delle mense; mi piantai davanti a lui, in attesa di un esame. Il funzionario curvò la sua libera senilità sulla mia giovinezza raccolta: sbirciò a lungo, soprattutto il tronco e le gambe; poi, indicando con gli occhi e le punte delle dita qualcosa dietro alle mie spalle, un po’ in alto, disse parole che ricordo a sufficienza: “Lascia marcire questa pratica nel cassetto: dopo molti giorni, io ti dico, sarà ritrovata, e tu non ne avrai alcuna gloria, e in ciò sarai salvato”. Mi congedai lentamente, pronto ad applicarmi il cataplasma. Semplicemente, non potei.
Quando venne a trovarmi un cerimoniere distrettuale (mi resta il fruscio della sua divisa stazzonata mentre si sedeva), la melancholia ministerialis sembrava in una fase di tranquilla abiezione; forse lo aveva incaricato un funzionario, forse no: forse l’aura della mia condizione era stata captata all’improvviso dal suo cuore veggente. Il suo lungo discorso, formalmente sommo, davanti a un condiviso bricco di limonata, non è facile da riassumere; in sostanza mi rivelò, ilare, che ero quasi preparato per l’unico segreto che ci sia: è per quella via che il funzionario stava diventando un funzionario. Anzi – e aggiunse che era utile per me non poterlo, al momento, capire – diventando funzionario, il funzionario è più di se stesso (a questo punto, mi pare, giunse le mani): non più io avrei vissuto, ma il funzionario in me; e sarei stato al di sopra di tutto, essendo tutto: “come io – disse, concludendo – servo inutile, documento archiviato, sono più in basso di tutto per porgere, proprio a te, l’amuleto”. Quell’insinuazione di speranza dovette essere efficace perché rese definitiva, autorevolmente, la mia disperazione.
Ormai non mi restava che passare le mie poche ore libere nel Ripostiglio dei Fax Guasti, un luogo tacitamente assegnato, da secoli, alla penitenza e alla morte – cioè, secondo le nostre consuetudini, l’esser ricordati dai capi, il divenir loro, o prima o dopo, verificabili, visibili, incessantemente. Trascuravo persino i miei soliti, poveri piaceri: le carte, la famiglia, le liti rituali e aggraziate coi fratelli dei sindacati, le visite agli ospedali, i bordelli… Non si immagina la sicurezza del ventre di una prostituta, di una tendina logora e tiepida, di una musichetta fragile e triste, quando non riesci a succhiare, e alla fine quindi nemmeno più devi, la vita dal seno ampio dei decreti, quando non vai più con gli altri a raccogliere le tue particole alla porta dei capi: quando tutto è, appunto perché è, come prima, eppure tutto è vacanza. I fax erano: lì, gravi e disutili, nell’ebbrezza e nella cecità del loro oblio, come gli eventi possono essere solo proprio mentre avvengono – la nascita, il concorso, la prima attesa nei corridoi del Ministero – e io non li guardavo, perché ero loro.
L’oblio ha ormai quasi preso con sé anche la prima volta (che forse non c’è mai stata, se le prime volte sono una condensazione della memoria, nonché, appunto, un soccorso dell’oblio) in cui m’avvidi di un burocratello piuttosto squallido. Tutti, tutti mi accostavano con la prescritta trascuratezza della pietà burocratica (era un sollievo poter ricambiare con la stessa parsimonia), mentre quell’uomo sembrava ignorarmi con una premeditazione che mi angustiava. Mi bastò un lampo per possederlo: ostentatore, moderatamente loquace, abilissimo nel farsi accettare le risoluzioni col disgusto che muoveva in tutti… Pochi ignoravano (io ero tra questi, prima della confidenza di un collega) il significato dei suoi viaggetti stagionali – con le valigie della Segreteria orribilmente rigonfie, le camicie da colonizzatore per scherzo e i cappellini come studiatamente goffi – in certe città miserabili delle province più lontane, di quelle che i fax e le circolari raggiungevano con sdegnoso ritardo.
Ogni epoca ha bisogno di dannare, in una nuvola di individui che la riprovazione trasforma quasi in una setta, il rovescio oscuramente luminoso delle proprie persuasioni più mistiche e crude: così l’orrore assapora una licenza rituale, e tuttavia smisurata, che le argomentazioni più oneste e precise non riescono mai ad esaurire. Nell’epoca della mia giovinezza questa elezione si volse agli allora detti p e d o f i l i,[1] poiché traducevano in piccole luride carezze nell’ombra il nostro compito supremo: tuffare il prima possibile ciò che è nato in una molle sventura, che come un brodo di cucina paziente gli sfogli la barbara pelle, gli cuoccia a fuoco lento le carni, gli estragga lo sperpero vergognoso dei peli, fino a lasciarlo calvo, tenero e impeccabile per l’officio dei Sacrifici Quotidiani: cioè, l’Ufficio.
Comunque fu lui, il p e d o f i l o, l’unico perfetto indifferente, che mi avvicinò e si sedette con me.
In una delle prime visite mi consegnò, come un missionario, un po’ persuaso un po’ rabbrividendo, certi suoi giornalini, piccoli sbiaditi funerali della carne. Mai m’era parsa, la mia carne, la carne, così viva e umiliabile, la carne che portavo sotto le luci elettriche col decoroso auspicio che tutti la dimenticassero. Lo seppi, da questo, ancora più vile di quanto avessi creduto.
Tempo dopo m’accorsi, da alcune sue frasi stente, da come gli uscivano senza ritegno e senza rito, che si odiava, ma resistendo al proprio odio, e che lo attraeva a me, forse, una sorta di presentita complicità. Era come se avesse adocchiato, trasognatamente, qualcosa di schifoso, di rifiutato, di ozioso, ma appunto con l’occhio e quasi con il naso, non col metro ministeriale, non col fiato disteso e pronto del giudizio; mi viene da dire, se ripenso faticosamente a come sgattaiolava, a come mi s’appollaiava vicino, a come tremava pianissimo, che mi fiutava col fiato delle bestie, quando pare rotto perché è sinuoso: e fiutava qualcosa che non potevo, evidentemente, trattenere. Si immagini (non so a chi lo dico) uno che cerchi una breccia nella tua figura e nel tuo peso; ma non lo faccia per scaricarvi se stesso e placarsi (a questo siamo inclini tutti): bensì come per deporvi il suo stesso schifo e il suo stesso ozio, ma deporveli senza calcolo, doni ciechi e inutili, doni assurdi perché non gratuiti, ma forzatamente e disperatamente doni. Una volta mi venne addirittura in mente che se ne stava smarrito e duramente seduto nel suo male, come uno dei suoi bambini (così diceva) nello scandalo dei contatti segreti.
Sarebbe impossibile per me tentare di ritenere qualcos’altro di quegl’incontri, no, di quelle visite, no… Quello che sono stati, sono stati. Eravamo presenti, tutti e due, pesavamo, mandavamo ombra, io e il p e d o f i l o, forse solo noi due. Mandavamo odore. Stavamo fermi e ci agitavamo: non più, almeno lì, limpide e uniformi larve; non più vitrea fluidità di funzionari, almeno lì. E fu lì che mi portò, sebbene già vi fossi, e anzi vi stessi mettendo casa e radici nelle mie ore libere, così libere, sempre più vane e grandi, a immagine del nulla che mi era concesso, dell’attenzione mortale che mi rinchiudeva. Lo fece con la sua mezza consapevolezza, che era così simile alla mia: a forza di star lì mezzo muto e mezzo morto e mezzo colpevole, come me, stupidamente, tra il tremito e l’altro di due sguardi vuoti, mi consegnò uno specchio oscuro, la verità su di sé. Anche lui, dunque, stava a difendersi senza un’arma, e senza mosse, dal fatto fondamentale: che non gli restava, nemmeno a lui, letteralmente altro che uscire da tutto, fuori, per un attimo assurdo, dal Ministero, e proprio nel suo sgabuzzino più premente e claustrato. Fuori, non per modo di dire, e più letteralmente di qualunque lettera, persino la più stringata delle circolari. A lui, anche a lui, non restava altro che l’impossibile; e l’impossibile doveva essere messo in comune: perché non c’è miseria perfetta per se stessi, da soli. Ciò che aveva cercato nei suoi viaggi era ciò che io non avevo ricevuto, nella maestà elettrica dei nostri corridoi. E io lo facevo. Proprio perché sentivo imminente e necessario (e stupido come la presenza) il congedo, definitivo, perfetto, io lo sentivo uscire, un rifiuto, un escremento duro e pesante, un brunito simulacro della copiatrice, l’io: e dava dolore vivo, ma pure un solletico, e un invito a riderne, per quanto è insostanziale e per quanto sforza, per quanto ha potuto tener su tutto con il prestigio immane della sua solitudine, della sua comodità.
Solo ora potevo vedere i fax morti, tutti compitamente insieme: e vedevo anche i loro golfi densi e terrificanti, le loro erte dentate, le loro facce di deserto e di vetta, la loro promessa; e non vedevo né sentivo più, accanto, il p e d o f i l o, se non come un calco buio, un odore, un fiato, partito, forte, vicino.
In principio ho detto: ero un funzionario; in un certo senso lo sono ancora, come si vede. Ma è un senso che non ha più alcun senso per me. Per una sola volta mi piacerebbe che qualcuno, in qualche punto dell’esistenza, in qualche angolo del Ministero, mi comprendesse: poiché disprezzo me stesso più di quanto abbia mai stimato alcunché, mi disprezzo in quanto funzionario; e che m’importa d’esser considerato ancora me stesso? Sarebbe dare importanza a chi mi consideri un fax nel terminale, o un protocollo sulla scrivania, o – che so io – un pedofilo in un vicolo.
Qualcuno mi ha fatto osservare: Certo, anche l’ultimo degli scarti del Ministero ti augurerà una buona giornata di lavoro, o magari ti andrà a fare una commissione, o ti porterà acqua se hai sete, e allora? Lo dico anch’io: e allora? È proprio questo il punto. Il punto è che il bene è desolato, o piuttosto desolante. Perché avviene così, quando non c’è altro, soprattutto quando non ci sei tu – o quando pensi di essere infilato nel tuo buco, nel buco che sei. Chi mi faceva quell’obiezione, credeva che fossi “guarito”. Io non lo sono. Ero in vacanza, e sono in vacanza. Il Ministero è tutto, certo, eppure la mia ansia, l’ansia di quando mi dicevano e mi dicevo disgraziato, non ha più nemmeno bisogno di ardere, tanto è nuda, tanto è piccola, tanto è invadente.
Ma infine chi era il mio prossimo, là, nel Ripostiglio dei Fax Guasti?

Note:


[1] L’Enciclopedia del Tempo Presente (oggi del tutto, ovviamente, riscritta) alla voce omonima spiegava: “Si dicono amanti dei bambini certi malati che vivono così costantemente sul crinale tra immaginazione e scorrettezza da finire poi disgraziatamente per cadere nella scorrettezza”.